Armando Punzo: per un Teatro Stabile in carcere

Armando Punzo
Compagnia della Fortezza - I Negri

La Compagnia della Fortezza in ‘I Negri’ (photo:compagniadellafortezza.org)

“Il teatro in carcere non è teatro sociale”. Potrebbe forse chiarirsi così l´intervento di Armando Punzo, regista e fondatore della Compagnia della Fortezza, composta dai detenuti-attori del carcere di Volterra attualmente diretto da Maria Grazia Giampiccolo. L’occasione è il convegno “A scene chiuse? Esperienze del Teatro in carcere”, promosso dalla Regione Toscana e svoltosi a Firenze il 24 novembre.

Le numerose realtà che si occupano di teatro in carcere presenti sul territorio hanno creato i presupposti per cui la Regione Toscana si sia dotata già da qualche anno, unica regione in Italia, di un “Coordinamento Regionale Teatro e Carcere”. Il convegno è stato così l’occasione per un confronto interregionale che ha dato spazio anche alla presentazione di due mostre fotografiche realizzate da Maurizio Buscarino e raccolte nel libro “Il segno inspiegabile”, presentato al pubblico assieme all’altro volume “A scene chiuse”, da cui il nome alla conferenza, entrambi editi da Titivillus.
Ad aprire la giornata In attesa, omaggio a Samuel Beckett frutto di una rielaborazione di Aspettando Godot realizzato dal Teatro popolare d’Arte, affiancato al video a cura di Osa Teatro sul progetto regionale “Teatro in carcere”.
Molte le testimonianze di registi, critici, operatori teatrali, direttori di istituti penitenziari e politici invitati a parlare, tra cui – solo per citarne alcuni – Gianfranco Capitta, Nanni Balestrini, Paolo Billi e Fabio Cavalli. Tra le dichiarazioni più ‘appassionate’ quelle di Armando Punzo, sostenitore da vent’anni dell’esperienza artisticamente più conosciuta, in Italia, di teatro in carcere.

Armando Punzo

Armando Punzo

Ma il teatro fatto in carcere va inteso come servizio sociale o come espressione artistica? L’approccio è quello del regista o dell’educatore? “Io non credo nel teatro come strumento per ottenere qualcosa, e non credo di essere al servizio del sociale – spiega Punzo – Noi non applichiamo, con i nostri attori, il linguaggio che utilizzerebbero gli psichiatri con i loro malati. Il teatro non è la cura, non è una sorta di braccio armato del sociale”.
Punzo ha idee molto chiare sul suo lavoro di regista all’interno del carcere penitenziario: “Il carcere come istituzione è la cosa da far sparire, e l’idea della colpa è la condanna a vita per i detenuti. Il teatro come rieducazione rimane incollato addosso al carcerato. È la sofferenza continua”.
Il suo messaggio è diretto: “A Volterra è il teatro che entra nel carcere, non noi. Dopo il carcere il teatro non riesce più ad essere ciò che era prima. Noi non rieduchiamo né attraverso l’idea del teatro, né attraverso attività per riempire il tempo libero dei detenuti. Non mi sento di dare a Santino [un detenuto, storico attore della Compagnia della Fortezza, presente in sala ndr] un posto in società, il problema non è Santino ma il convivere umano”. Il problema non è il detenuto e il suo reinserimento, ma le condizioni sociali che troverà fuori dall’istituto di pena, dentro quella realtà che lo ha incarcerato.

Rivolgendosi ai numerosi operatori presenti in platea e che lavorano nelle carceri lancia un messaggio inequivocabile: “Bisogna che tutti noi, operatori teatrali in carcere, comprendiamo il nostro ruolo. Il carcere di Volterra negli anni si è trasformato da istituto di pena in istituto di cultura, e questo genera negli spettatori che vengono a vederci contraddizioni enormi, tanto da chiedersi se davvero stanno entrando in un carcere. Quindici anni fa non avrei potuto fare questa affermazione, ma adesso la trasformazione si è avverata ed è sotto gli occhi di tutti. Ora, quindi, possiamo fare molto di più: è necessario che il carcere diventi un teatro, e non il contrario”. Il riferimento è al Teatro Renzo Graziani, un piccolo gioiello dalla valenza altamente simbolica inaugurato il 28 giugno di quest’anno all’interno del Maschio mediceo, sede del carcere di Volterra. “È per questo che da un po’ rilancio quest’idea del Teatro Stabile in carcere, un teatro stabile che non solo diventi azione teatrale ma offra anche tante altre possibilità. Dobbiamo trovare un’altra possibilità per il teatro”.

Poi Punzo spiega la contraddizione che lo assale: “È come se pensassimo che il carcere non venga dal nostro mondo. In realtà nel carcere vediamo il risultato delle contraddizioni e delle illusioni dei nostri tempi.

Bisogna pensare che l’obiettivo è l’umanità, il nostro vivere civile. Dobbiamo desertificare l’idea di teatro in carcere, distruggere l’idea stessa di carcere. Non c’è bisogno di un’istituzione da migliorare, ma di un teatro da coltivare. L’istituzione ti immette in un circolo vizioso; è necessario, invece, annullare il carcere, eliminarlo attraverso il teatro”.

E, ripercorrendo l’inizio della sua carriera, ricorda ciò che da anni professa: “Eliminare il carcere è quello che ho fatto sin dagli inizi della mia esperienza a Volterra. In primo luogo eliminando l’idea di carcere dentro di me e dentro chi lavora con me, secondariamente creando un’isola teatrale dentro il carcere”. Il discorso si conclude in maniera ‘artaudiana’: “La chiamata del teatro, il suo obiettivo, è fallire la vita, non ricostruirla. Il teatro deve essere il fallimento della vita. Il teatro esiste perché la vita fallisce. Il teatro può nascere solo dall’indigestione dalla vita, dal disgusto per la vita. È una terra di mezzo fra la sanità e la santità, e mi piace pensare che quella ‘t’ che separa le due parole sia appunto l’iniziale della parola ‘teatro’. Il teatro è una maschera, è un’opportunità in attesa di tempi migliori. A Volterra mi sento di avere tra le mani qualcosa di rivoluzionario, qualcosa che può riformare il mondo. Bisogna ricordarsi di com’era prima e vedere come è adesso: ben visto da tutta la città, aperto al mondo circostante”.

L’ultimo pensiero è, inevitabilmente, per i suoi attori, con i quali ha un rapporto diretto e continuo: “Dobbiamo tirar fuori loro dalla vera prigione del teatro in carcere. Sottrarli dalla scena del teatro sociale che non sembra mai mutare. Per salvarli dobbiamo tirarli fuori da questo, perché loro sono relegati all’ultimo posto della società”.

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