Arrabal e Piccola Compagnia della Magnolia attraverso un secolo d’avanguardia

Fernando Arrabal

Fernando Arrabal

Incontrare Fernando Arrabal è certamente un’esperienza unica. L’occasione dell’incontro, la settimana scorsa al Circolo dei Lettori di Torino, è la nuova messinscena della Piccola Compagnia della Magnolia, che il 29 novembre ha debuttato nell’ambito della neonata rassegna Maldipalco con il testo dell’artista “L’architetto e l’imperatore di Assiria”.

Per inquadrare Fernando Arrabal, che nasce nel 1932 in Spagna, non basta certo ricordare che è considerato uno dei più importanti autori del XX secolo.
Attraverso di lui si incontrano infatti le maggiori personalità della cultura dell’avanguardia del Novecento: solo per citarne alcuni, ricordiamo le collaborazioni artistiche con André Breton, Tristan Tzara e Andy Warhol, icone rispettivamente di Surrealismo, Dadaismo e Pop Art.
Considerato uno dei maggiori esponenti della Patafisica, durante la sua carriera artistica ha realizzato sette lungometraggi, scritto centinaia di opere teatrali, quattordici romanzi e centinaia di libri di poesia. E come non menzionare, ancora, l’Arrabal fondatore del movimento Panico insieme a Topor, Zeimer e Jodorowsky

Durante la sollevazione del 1936 suo padre, restato fedele all’esercito spagnolo, viene condannato a morte a seguito di una denuncia di cui viene fortemente sospettata la madre. Del padre, evaso, si perderanno le tracce per sempre. Questo trauma inevitabilmente segnerà tutte le creazioni di Arrabal, compreso “L’architetto e l’imperatore di Assiria”. Oggi vive in Francia, incarnando perfettamente la figura dell’espatriato, del trapiantato, dell’esule fuggito da quel Paese natìo che durante il Fascismo lo condannò.

Se quello al Circolo dei Lettori del 28 novembre scorso era stato annunciato come un dialogo tra Arrabal e il docente di Storia del Teatro Franco Perrelli, per dovere di cronaca è corretto dire che il dialogo, in realtà, non c’è stato; perché dopo la presentazione e la prima domanda: “Ci spieghi cos’è la Patafisica?”, Arrabal non si è più fermato.
Si è alzato in piedi di scatto, ha lungamente guardato il suo pubblico, quasi contandolo uno ad uno, e poi si è messo a parlare di scacchi. Numerosi dei suoi saggi trattano proprio di scacchi. E tutte le persone che conosce giocano a scacchi. Partendo da un piccolo aneddoto su una giovane promessa italiana, che però l’Italia non l’ha mai vista (Fabiano Caruana, giovane e celebre scacchista italo-americano, nato a Miami nel 1992), ha presentato se stesso: il “desterratos”, il trapiantato, l’esule. Perché “il mondo è dei trapiantati”, ha spiegato. E poi, da qui, un fiume di parole in piena.

Star dietro a questo flusso ininterrotto è come affrontare un’onda inarrestabile. Arrabal accenna alla Patafisica e ai suoi “seguagi” per dirci che li hanno definiti “provocatori”. Ma non è cosi, al massimo avrebbero potuto essere definiti “trasgressori”, perché “la provocazione è cretina, è scandalo. La provocazione è un rotolare incontrollabile, e una persona intelligente non può voler cercare una cosa incontrollabile”.
L’immaginazione, ecco, questa sì è una cosa importante, perché è alla portata di tutti: “Perché è l’arte di cambiare i ricordi”. E poi via a raccontare di tutti gli artisti con cui ha lavorato attraverso un secolo di storia.

E tornando all’oggi, asserisce come “cultura e teatro sono nelle catacombe”. Come dargli torto. Il redattore capo del Times ha stilato una lista delle 100 persone più influenti del pianeta, e non vi figurano né poeti, né filosofi, nessun saggista, e tantomeno drammaturghi. Tiriamo le somme?  

La Piccola Compagnia della Magnolia

La Piccola Compagnia della Magnolia

E’ con estrema curiosità che ci avviciniamo il giorno seguente all’allestimento della Piccola Compagnia della Magnolia, con la regia di Antonio Diaz-Florian, per un lavoro che aveva debuttato solo alla Cartoucherie de Vincennes (di cui Diaz-Florian è direttore), nel marzo scorso, in francese.

“L’architetto e l’imperatore di Assiria” è una delle pièces principali di Arrabal, un’opera panica che vede protagonisti due uomini su un’isola deserta, naufraghi: un bambino Imperatore e un fantoccio Architetto, che non sa parlare né scrivere. I due personaggi sono complici, amici e nemici.
Insieme sembra cerchino di ricostruire la civiltà, o meglio la civilizzazione; in realtà insieme affrontano il cammino doloroso del riconoscimento del sé, delle proprie angosce, dei propri incubi. Tra cui quello ricorrente della madre traditrice, una madre puttana incantatrice, una madre uccisa a martellate.
Assisteremo ad un processo. Si gioca al potere, al padrone e allo schiavo. Un gioco in cui la giustizia non è mai tale, dove la giustizia non è mai giusta.
Il bambino Imperatore troverà nel suo fantoccio Architetto e nell’amico complice dei suoi giochi il compagno immaginario, con cui potrà vincere le paure e intraprendere un viaggio privo di speranza attraverso un labirinto pieno di lugubri gallerie.

La PCM affronta l’opera con forza estrema e nel segno della sua consueta ricerca antinaturalistica. Grotteschi in scena, come già ci hanno abituati, gli attori appaiono in sintonia con i personaggi descritti da Arrabal, violenti e tormentati. La violenza traspare dai volti, che sono maschere su cui si alternano le emozioni dell’essere umano. Volti che parlano trasudando saliva e orrore, ma che paiono non comprendere il senso delle proprie azioni. Mani che si contorcono accompagnando una voce che racchiude l’incapacità di liberarsi dei ricordi. Ogni parte del corpo partecipa all’opera, ogni gesto lascia un segno.
 
In scena Luca Busnengo (l’imperatore), Fabrizia Gariglio (l’architetto), e Giorgia Cerruti (la tia), per una prima volta alle prese con un testo contemporaneo, per la Magnolia, abituata ai classici.

Può essere difficile comprendere e soprattutto descrivere lo spettacolo. Perché il testo lo è. Può essere faticoso, perché così sono i viaggi senza speranza di ritorno.
Ma sicuramente è un lavoro interessante. La tensione non ha cedimenti nell’inseguire la follia e la tragedia. E sul palco sembra quasi di rincontrare davvero Arrabal, con quella follia immaginaria che pervade il testo e che la Magnolia riesce a rendere anche nella sua messa in scena.

L’ARCHITETTO E L’IMPERATORE D’ASSIRIA
con: Luca Busnengo, Fabrizia Gariglio, Giorgia Cerruti
regia: Antonio Dìaz-Floriàn
direzione d’attore: Giorgia Cerruti
co-produzione: Piccola Compagnia della Magnolia e Théâtre de l’Epée de Bois – Cartoucherie de Vincennes di Parigi
durata: 1h
applausi del pubblico: 2′ 20”

Visto a Torino, Tangram Teatro, il 1° dicembre 2012


 

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  • Omar Missini ha detto:

    Occorre precisare che la Compagnia della Magnolia, formazione probabilmente decennale, rappresenta un simbolo e un modo di far teatro tipicamente torinese e tipicamente da sottobosco teatrale. Altre terre, come il veneto e la toscana, ( su tutte) portano, hanno portato, una generazione teatrale nuova, linguaggi nuovi, probabilmente “distruttivi”, ma molto interessanti. Magnolia è , invece, Torino. Questa Torino che finge di essere una città di movimento, ed è solo Braccialarghe. Un gruppo di teatranti di impostazione angosciante, convenzionale e tradizionale, incuneata, come gli stolidissimi e decrepiti Marcido, su forme di un teatrismo enfatico roboante post-barocco e senza creatività ( ma non privo di “Arte”, ma senza dubbio non “creativo”).
    Quello che duole è che da Torino, a parte il consolidatissimo Teatro della Caduta ( che non rappresenta una “fucina creativa” ma “rappresentativa”) non viene fuori nulla. Ci si muove tanto, ma non nasce nulla di significativo ( a parte sempre il Teatro Caduta, ma anche lì servirebbe ricambio, la novità diviene presto clichè) di duraturo. In quella città, in cui, lo ripeto sempre, il Teatro Stabile attenderebbe la direzione di un noto artista del territorio – politicamente estromesso dal centro-sinistra fassiniano – capace di smuovere, far accedere cose, far durare bellezza. Ci siamo capiti. Oppure qualche giovane che sia davvero giovane, e non Arcuri

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