L’arte del teatro di Pascal Rambert. Monologo d’attore con levriero russo

Photo: Luca Del Pia
Photo: Luca Del Pia

“L’arte del teatro”: confessioni di un vecchio attore che dialoga in scena col suo imponente Borzoi, palesando passioni e conoscenze maturate e sofferte negli anni. Oltre allo smisurato amore per il palcoscenico.
L’arte del teatro – rivela il protagonista al fedele compagno a quattro zampe – è l’arte di essere attori e non mestieranti, lottare e perseguire la bellezza, lottare senz’altro pensiero che se stessi, per la propria vita di artisti, in un egotistico cammino votato solo a prendere.
L’arte del teatro. L’arte di amare ragazze e giovani donne smaniose di recitare, fino a berne il sorso vitale che sgorga dalle labbra fresche, sorso vitale che ogni volta allontani il più in là possibile il futuro. Evitando assolutamente le vecchie, le loro vite già vissute, il bisogno che hanno di raccontare.
L’arte del teatro come arte di bere pomeriggi interi, per arrivare a recitare ogni sera senza essere stati ingoiati dal vuoto atroce dell’esistenza quotidiana.

Teatro, folle desiderio di bellezza, lontani ogni paura e timore, stando ben piantati nel presente.
Anche se lontani sono i tempi delle tournée in giro per il mondo – Brasile, Italia, Stati Uniti, Russia -, i fasti delle notti avignonesi. Aggrapparsi a tutto.

E intanto l’elegante levriero russo, nella sua nobile posa, si affloscia pian piano, fino ad addormentarsi, metafora di uno spettatore sempre più assente, o segno della sconfitta dinanzi al passare del tempo – tematica cara a Pascal Rambert, che de “L’arte del teatro” firma testo e regia -, un tempo che il protagonista, lottando con le poche forze rimaste, sembra voler rimandare attimo dopo attimo.


L’arte del teatro: l’arte di riempirsi la bocca di tante belle parole. Credersi attori e circondarsi di vanità, prosopopea del recitare, condurre apparenti vite d’artista, a celare bisogni ben più dozzinali e prosaici, rifuggendo ciò che ogni uomo rifugge: la metaforica chiusura del sipario.
L’arte del teatro: soddisfare il bisogno di essere sempre al centro della scena, in una bramosia infinita di mostrarsi fino allo sfinimento del pubblico, sempre e comunque, e sopravvivere a tutto e tutti, in un terreno dove ciascuno lotta per la sua fetta di visibilità ad ogni costo, in tutte le età della propria carriera.
L’arte dell’attore, l’arte del fuoco di bere come un vampiro il sangue altrui e l’arte di mostrarlo senza indecisione alcuna. Perché è il sangue a distinguere l’attore dal mestierante.

“L’arte del teatro” dell’acclamato Pascal Rambert, presentato dal Metastasio di Prato, galleggia tra leggere spruzzate di Bernhard e riflessioni profonde e feroci sul tempo e sulle meschine realtà in cui ci si imbatte facilmente negli ambienti “artistici”.

Protagonista è Paolo Musio, tuta e ciabatte di gomma, con il collare di carta pronto per il trucco, nel monologo autobiografico di un attore che vede il suo veliero prossimo all’ultima banchina.
Trentasette minuti di durata. Sembra un record. Quasi un niente. Eppure lo spettacolo pare duri di più, perché ogni parola è posata con precisione, come una pietra.
L’inizio è dilatato e all’idea di base, interessante senza dubbio, non si va però ad aggiungere molto altro. Un po’ si fanno anche sentire gli undici anni trascorsi dal debutto. E di quello che ascoltiamo, un po’ lo abbiamo già sentito…
Il 22 febbraio arriverà a Rovereto.

L’ARTE DEL TEATRO
testo e regia Pascal Rambert
traduzione Paolo Musio
con Paolo Musio
direttore tecnico Robert John Resteghini
capo elettricista Sergio Taddei
si ringraziano per la collaborazione Elena Trevisan e il suo cane Ladies of the lake’s Galitsine
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Triennale Teatro dell’Arte, Teatro Metastasio di Prato

durata: 37’
applausi del pubblico: 1’ 30”

Visto a Prato, Teatro Fabbrichino, il 1° febbraio 2018

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