Arturo Cirillo tra le coppie borghesi di Edward Albee, fin troppo reali

Cirillo e Marigliano (photo: Diego Steccabella)
Cirillo e Marigliano (photo: Diego Steccabella)

Cirillo e Marigliano (photo: Diego Steccabella)

Chi ha paura di Virginia Woolf? Chi ha paura di vivere senza illusioni?
È meritevole che Arturo Cirillo, dopo il restyling di “Ferdinando” di Annibale Ruccello, proponga l’antidramma di Edward Albee, che debuttò a Broadway nel 1962 e la cui fortuna è legata all’adattamento che il regista Mike Nichols ne fece per il cinema con la fenomenale coppia Burton-Taylor.
Ma l’operazione di Cirillo anche in Italia, a teatro, deve reggere il confronto con precedenti illustri quali le messinscene di Zeffirelli e Lavia, e interpreti fini come lo stesso Lavia, Enrico Maria Salerno, Sarah Ferrati, Alberto Lupo e Mariangela Melato.

Un testo bello e attuale, “Chi ha paura di Virginia Woolf?”. Che smaschera contraddizioni e meschinità di due famiglie borghesi tranquille, d’alto livello culturale.
Interno domestico vintage, due divani e un bar da salotto. Giacca e cravatta, abiti femminili eleganti. Luci algide, batteria jazz. Due coppie, una matura, l’altra giovane, entrambe accomunate dall’assenza di figli. Guerre tra opposti. Instabilità.
Tragedia e comicità, sketch esilaranti. Esistenza verbale ed esistenza fisica: a quale categoria appartengono i personaggi?

Martha e George (Milvia Marigliano e lo stesso Cirillo) sono sposati da 23 anni. Si odiano e si amano. Il disprezzo (attuale) sembra prevalere sul sentimento (di ieri).
George è un signor nessuno che è diventato docente alla Facoltà di Storia per aver sposato Martha, figlia del rettore: ma non sa ricalcare le orme del suocero. E Martha non perde occasione di rinfacciarglielo e di umiliarlo.
Gli anni si trascinano tra alcol, liti e routine. Lei e lui: incapaci di vivere, insieme o da separati. L’angoscia di non avere figli li porta a inventarne uno.


La coppia di giovani ospiti, Honey e Nick (Valentina Picello e Edoardo Ribatto), è più stabile solo all’apparenza. Anche qui l’assenza di un figlio si rivela decisiva.

Letteratura e vita. Tra confessioni e sfoghi, sfide e delazioni inizia un valzer dominato dal risentimento, attraversato da malinconia e frustrazioni. Disordine dello spazio e groviglio della mente. Insicurezze e fragilità emotiva. Fatti e psicologia. Desideri che s’intrecciano. Offese gratuite. Contese, tra il sacro e il profano. Rituali orfici, con la complicità del whisky e della notte. Trasfusioni d’ironia, quando i toni si fanno esasperati. Note stonate, a spezzare il climax d’ansia.

Quarta parete aperta al pubblico, ma non troppo. I due personaggi minori schiudono uno spiraglio. Nick, prestante e assorto, incarna lo spettatore medio. Honey, svanita e fragile, riveste il ruolo di commento dell’antico coro greco.
Un magnifico esempio delle curiose caratteristiche della comunicazione umana e delle relative fisime. Ma anche un massacro senza risparmio, che aiuta a riconoscere il ruolo del “gioco” in termini narrativi nella descrizione di un sistema umano: di coppia, di famiglia, di gruppo.

La prova recitativa è superba, con una Marigliano sarcastica all’inverosimile, viscerale e persino sensuale, come raramente s’era vista. E anche Arturo Cirillo è bravo a destreggiarsi tra stilemi opposti: inetto, impotente, inerme, ironico, reattivo.
Quello che invece convince meno di questa messinscena (vintage anch’essa) è la lettura iperrealistica, senza le sfumature sofisticate della coppia Burton-Taylor. Il grottesco depotenzia gli aspetti tragici. Il senso d’astratto e surreale si perde. L’interpretazione viscerale e ipertrofica svigorisce la poetica dell’assurdo presente nel testo di Albee.
Più che tratti surreali alla Beckett o alla Ionesco, qua troviamo battibecchi al vetriolo tra coppie che ricordano il film “Carnage” di  Polański, mentre le schermaglie fratricide ricalcano la contesa divorziale della “Guerra dei Roses” di De Vito.

La pletora comunicativa disattende insomma il gioco drammaturgico di Albee: non ci chiediamo se ciò che abbiamo visto sia reale o fantastico. A leggere Albee, invece, verrebbe addirittura il dubbio che Martha e George non siano mai neppure esistiti. Che Nick e Honey siano semplici proiezioni.
Qui viene detto più del necessario. Anche ove non afferrassimo tutto, ci sembra comunque di capire troppo.

CHI HA PAURA DI VIRGINIA WOOLF?
di Edward Albee
traduzione: Ettore Capriolo
con Milvia Marigliano, Arturo Cirillo, Valentina Picello, Edoardo Ribatto
scene: Dario Gessati
costumi: Gianluca Falaschi
luci: Mario Loprevite
regista collaboratore: Roberto Capasso
assistente alla regia: Giorgio Castagna
assistente scenografo: Lucia Rho
fotografo di scena: Diego Steccanella
regia: Arturo Cirillo
produzione Tieffe Teatro Milano

durata: 1 h 40’
applausi del pubblico: 2’ 40”

Visto a Milano, Teatro Menotti, il 15 maggio 2015
Prima nazionale


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