Ascesa e caduta della città di Mahagonny. Il Far West di Henning Brockhaus

Photo: Teatro Regio di Parma
Photo: Teatro Regio di Parma

La celebre opera di Brecht e Weill rivive al Teatro Regio di Parma diretta da Christopher Franklin

Come accade per il repertorio dell’opera barocca, anche per quello novecentesco il nostro Paese è grandemente avaro di possibilità di visione. Quindi non ci è sembrato vero di poter assistere al Teatro Regio di Parma ad “Ascesa e caduta della città di Mahagonny” (Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny), uno dei capolavori musicali che, dopo “L’opera da tre soldi”, vide ancora una volta la feconda collaborazione tra il drammaturgo Bertolt Brecht e il musicista Kurt Weill.

Preziosa per noi è stata la possibilità di assistervi se si pensa che, ancora oggi, questo capolavoro non è un’opera di repertorio, neppure in Germania.
“Ascesa e caduta della città di Mahagonny” fu rappresentata per la prima volta all’Opera di Lipsia nel marzo 1930. E dopo ebbe ben poche occasioni per essere rappresentata: il 21 dicembre 1931 avvenne la prima a Berlino, diretta da Alexander von Zemlinsky con la grande Lotte Lenya, moglie di Weill; il 26 aprile 1932 fu la volta di Vienna, sempre con la Lenya. In Italia la prima di Mahagonny fu l’8 settembre 1949 al Teatro La Fenice di Venezia. L’opera fu infatti apertamente contestata per la sua presunta immoralità, tanto che i nazisti bruciarono le copie delle partiture, conservate presso la casa editrice Universal.
Un’opera in qualche modo “maledetta”, se pensiamo che fu anche poco amata dagli intellettuali di sinistra.

Protagonista della storia è, come si evince già dal titolo, Mahagonny, una città in cui tutto è permesso grazie al denaro. Una città in cui, quindi, non possono trovare posto i poveri e gli oppressi. Simbolo dunque del mondo capitalista, così stigmatizzato nei lavori del grande drammaturgo tedesco.
Tre sono, all’inizio, i principali esseri umani di cui seguiamo le vicende: l’inetto Fatty, il manesco Moses e la volitiva Begbick, tre lestofanti inseguiti dalla polizia, come ci avvisa in perfetto stile brechtiano un attore con il suo megafono.

È Begbick che, ad un certo punto, suggerisce ai due compari di fondare, nel luogo deserto dove si trovano, una città-trappola («Netzestadt») che si chiamerà Mahagonny, e servirà da rete per attirare incauti “pesci” creduloni da spennare, provenienti da ogni dove.
Presto la notizia della fondazione di questa particolare città fa il giro del mondo. Ed infatti in men che non si dica arrivano giovani ragazze in cerca di denaro e avventure, tra cui Jenny. Ma vi giungono anche tagliaboschi con un po’ di soldi come Jim, Jack, Bill e Joe, che si lasciano irretire da Begbick.
Jim, che d’ora innanzi sarà il personaggio più importante del racconto, diventandone la vittima sacrificale, sceglie Jenny. Tutto sembra andare per il verso giusto, quando una notizia terribile arriva a sconvolgere la città: un uragano violentissimo sta avanzando. Davanti alla tragedia imminente Jim lancia l’idea che tutti gli abitanti di Mahagonny potranno abbandonarsi agli eccessi, un po’ come farebbe il tifone. All’ultimo istante però, la tempesta annunciata risparmia la città: ma ormai il dado è tratto, e tutti si abbandonano agli eccessi più sfrenati.

Seguendo un altro must brechtiano, questi eccessi sono divisi visivamente e musicalmente in quattro esemplificatrici fasi salienti: cibo, sesso, violenza e alcool, che piano piano porteranno alla rovina tutti i personaggi.
Alla fine Jim, senza il becco di un quattrino (cosa improponibile e non concessa nella città), vorrebbe veleggiare verso l’Alaska con l’amata Jenny. Ma la donna non ne vuole sapere, e Jim viene arrestato e imprigionato. Il processo-farsa, presieduto da Begbick con Moses pubblico ministero e Fatty avvocato difensore, cioè un mondo al contrario con i briganti che si ergono a giudici, lo vede imputato insieme ad un certo Tobby Higgins, il quale però si accorda con Begbick per “comprare” la propria innocenza.
Jim non potrà, e verrà accusato di tutti i mali accaduti, ma soprattutto quello di non poter più comprare nulla. La sua morte rappresenterà anche la morte di Mahagonny: tutti vogliono infatti andarsene via e ognuno accusa gli altri della sconfitta.
Mahagonny (ormai in preda al delirio e alle fiamme) diventa un vero inferno, in cui nessuno ha saputo rinunciare al proprio egoismo.

Possiamo ben considerare “Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny” a tutti gli effetti un melodramma nel senso classico: l’opera infatti utilizza arie, corali, duetti e concertati, rimodulandoli nello stile espressionista, intriso di beffardo, moderno e sarcastico lirismo che conosciamo come cifra di Weill.
Molto suggestivo ascoltare nell’impasto dei suoni le sonorità anomale dei clarinetti, dei sassofoni, degli oboe e dei flauti. E assolutamente da rimarcare anche la presenza del pianoforte, come nella scena degli uomini in attesa di “consumare” con le prostitute quello che loro credono amore.
Vi è anche l’impiego di strumenti di solito poco utilizzati, come la cetra e il bandoneón, i piatti, il tamburo e la cassa.

Molti i momenti da ricordare, dal famoso “Alabama Song”, con l’invocazione alla luna dell’Alabama, al doloroso “Kraniche-Duett”, il definitivo addio tra Jim e Jenny. Ci sono rimasti nella memoria anche il coro melanconico degli uomini di Mahagonny e l’arrivo del tifone, sottolineato da un bellissimo fugato.
Ogni momento è caratterizzato con pertinenza, come il processo e la morte di Jim, che la regia di Brockaus immagina avvenuta su una sedia elettrica.

Il libretto è composto in tre atti, divisi in venti scene a episodi di cui, alla maniera di Brecht, qui a Parma vengono esplicitati ogni volta, attraverso un megafono, i fatti salienti, in modo da operare un vero e proprio distacco emotivo dello spettatore da ciò che vedrà in scena, stimolando invece l’approccio critico per una vicenda che deve risultare esemplare.

Molto difficile per qualsiasi regista l’impresa di mettere in scena una siffatta opera, data la sua complessità e le varie sfaccettature insite nella trama, già di per sé alquanto bizzarra.
Il regista Henning Brockhaus viene coadiuvato dalle scene di Margherita Palli, dalle luci di Pasquale Mari, dai costumi di Giancarlo Colis (nei quali, per la verità, facciamo un po’ fatica a ravvisare il segno di Edward Hopper, come viene enunciato), dalle coerenti coreografie di Valentina Escobar e dagli inserti video di Mario Spinaci.
Tutti questi elementi ci trasportano in una contemporaneità assai simile a quella di Mahagonny, con una messinscena ambientata in una sorta di Far West reinventato, alla maniera di un colossale cabaret, in cui gli oppressi sono collocati sempre in fondo, simili ad ombre, in un mondo governato dai vizi capitali, spesso esemplificati attraverso attraenti ballerine in guêpière.
Sulla scena, sempre in grande evidenza, è la rappresentazione di una società dai valori corrotti, mai sazia e in cerca di nuovi piaceri, dove solo il denaro conta, ma di cui si evidenzia l’imminente tramonto.
A volte la scena ci è sembrata eccessivamente popolata, con il rischio di non far esaltare in modo congruo alcuni passaggi narrativi, proponendoli in modo generico, ma nel complesso abbiamo trovato il risultato generale davvero ammirevole.
A ciò ha contribuito anche il fronte musicale: il direttore Christopher Franklin è riuscito a donarci una partitura così anomala nella sua matrice espressionista, ben espressa in tutti i suoi aspetti dall’orchestra e dal coro del Teatro Regio, istruito da Martino Faggiani. Una caratteristica questa che ha permesso ai cantanti di esprimersi sempre in modo consono, da Nadja Mchantaf, un’efficace Jenny Hill, a Mathias Frey nell’impervia parte tenorile di Jack O’Brien, a Alisa Kolosova come Begbick, per citare solo i protagonisti.

Così, dopo aver ascoltato precedentemente alla Scala il Songspiel tratto da quest’opera, in cui avevamo anche apprezzato l’omaggio tributatogli dai Doors, abbiamo potuto assistere, godendone pienamente, a tutta l’opera, un capolavoro così poco rappresentato. L’ unico rimpianto è stato quello di non aver potuto ascoltare perché indisposto il grande tenore rossiniano Chris Merrit, qui impegnato nella parte di Fatty.

Ascesa e caduta della città di Mahagonny
Opera in tre atti su testo di Bertolt Brecht

Musica KURT WEILL
Edizioni Universal Wien, rappresentante per l’Italia Casa Ricordi srl

Cast
Leokadja Begbick ALISA KOLOSOVA
Fatty, der “Prokurist” CHRIS MERRITT (26), MATHIAS KOZOROWSKI (28, 30)
Dreieinigkeitsmoses ZOLTAN NAGY
Jenny Hill NADJA MCHANTAF
Jim Mahoney TOBIAS HÄCHLER
Jack O’Brien MATHIAS FREY (26, 28), CHRISTOPHER LEMMINGS (30)
Bill, detto Sparbüchsenbill SIMON SCHNORR
Joe, detto Alaskawolfjoe JERZY BUTRYN
Tobby Higgins MATHIAS FREY
Il narratore FILIPPO LANZI
Sei ragazze di Mahagonny ROXANA HERRERA, ELIZABETH HERTZBERG, YULIIA TKACHENKO, CECILIA BERNINI, KAMELIA KADER, MARIANGELA MARINI

Maestro concertatore e direttore CHRISTOPHER FRANKLIN

Regia HENNING BROCKHAUS

Scene MARGHERITA PALLI

Luci PASQUALE MARI

Video Design MARIO SPINACI

Costumi GIANCARLO COLIS

Coreografia VALENTINA ESCOBAR

ORCHESTRA DELL’EMILIA-ROMAGNA “ARTURO TOSCANINI”
CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA

Maestro del coro MARTINO FAGGIANI

Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma in occasione di Parma Capitale Italiana della Cultura 2021
In coproduzione con Fondazione I Teatri di Reggio Emilia

Spettacolo in lingua tedesca con sopratitoli in italiano.

Assistente alla direzione d’orchestra Massimo Fiocchi Malaspina
Assistente alle scene Marco Cristini
Assistente ai costumi Antonella Castelli
Assistente alle luci Gianni Bertoli
Direttore di scena Ermelinda Suella
Vocal coach, maestro di sala e pianista in scena Gianluca Ascheri
Maestri di sala e palcoscenico Claudio Cirelli, Claudia Zucconi
Pianista in orchestra Claudia Pulsoni
Maestro alle luci Melissa Mastrolorenzi
Maestri ai sopratitoli Enrica Apparuti, Marco Turri; Sopratitoli a cura di Enrica Apparuti
Scene, costumi e attrezzeria Teatro Regio di Parma; Calzature CTC (Milano)
Parrucche Audello Teatro (Milano); Trucco e parrucco Accademia Backstage
Responsabile di produzione Ilaria Pucci; Responsabile dei servizi tecnici Andrea Borelli
Direttore di palcoscenico Giacomo Benamati
Scenografo realizzatore e consulente agli allestimenti Franco Venturi
Responsabile macchinisti Giuseppe Caradente; Responsabile elettricisti Giorgio Valerio
Responsabile attrezzeria Monica Bocchi
Consulente per la sartoria Lorena Marin
Personale tecnico, amministrativo e di palcoscenico del Teatro Regio di Parma

Durata 2 ore e 50 circa, compreso intervallo

Visto a Parma, Teatro Regio, il 28 aprile 2022

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