Aspettando Godot, tra immagini e parole. Dietro le quinte con Lorenzo Loris

Vladimiro ed Estragone
Vladimiro ed Estragone

Vladimiro ed Estragone nel Godot di Loris

Estragone e Vladimiro, sotto un albero in una strada di campagna, reciterebbe il copione.
Ma quando, la settimana prima del debutto, entro all’Out Off durante le prove di “Aspettando Godot” chiedendo del regista Lorenzo Loris, della strada, sul palcoscenico, non c’è traccia. Semplicemente la strada non c’è. Eppure me l’aspettavo. Per non parlare dell’albero. Anche l’albero mi aspettavo.
Mi trovo di fronte, invece, una piattaforma tonda, isolante e isolata. Sulla piattaforma un’imbracatura di legno per una mezza trave di cemento, con i fili d’acciaio da cantiere, ritorti, che sbucano fuori.
Fra me e me penso sia un’idea bellissima.

Sono lì perché Godot-Loris ci ha dato appuntamento. E per fortuna c’è, ma di sicuro ha meditato anche lui a lungo di non esserci. Infatti non vorrebbe neanche parlare. Eppure, dopo qualche ritrosia, accetta l’intervista (a voce bassa però), acconsentendo ad introdurci in questo straordinario universo fuori da spazi e tempi che, per dirla alla Brook, è l’opera d’arte inventata da Beckett.

Una rilettura affidata all’istrionismo e al rodato regime di coppia scenica del duo Mario SalaGigio Alberti. Chi ha visto l’anno scorso la notevole messa in scena di “Terra di nessuno” di Harold Pinter può capire a quale livello di affiatamento siano arrivati negli ultimi anni i due attori, pregustando il loro tragicomico relazionarsi in quel luogo e orario vaghi, narratori di quell’incertezza ingenua e disumana. Estragone e Vladimiro.
E poi la sfilata di raccapriccianti personaggi figli del non essere: Pozzo, il proprietario terriero, il suo servitore, Lucky, tenuto al guinzaglio, e il giovane messaggero di Godot, che dice a Vladimiro ed Estragone che “Il signor Godot si scusa, ma…”.
Poi, sempre da copione, comincia il secondo atto e il loop è assoluto: l’assordante e viscida ripetizione del nulla si compie senza che i due siano riusciti a incontrare il loro dio, la divinità che non si palesa, che lascia in sospeso il suo giudizio universale.

Immaginare una nuova messa in scena di “Aspettando Godot”, in fondo, penso equivalga un po’ a figurarsi la parete del giudizio universale di Michelangelo senza nessun Cristo al centro, ed esperire la potenza dell’assenza: manca la salvezza o la condanna, il tragico e il sublime e tutto l’universo è lì, immoto, ad attendere la rotazione su se stesso del Creatore, come la chiave nella toppa di un destino pronto a compiersi a momenti.
Senza quel movimento, quella diabolica rotazione di busto cui Buonarroti aveva pensato, tutto esiste lo stesso, ma perde di senso; il turbine di carni, di edifici corporei resta un cantiere che mai si completerà: manca il capo mastro che dia il via ai lavori. Restano vaghe scheletriche tracce che lasciano presagire una qualche epifania materiale di inconsistente e sublime bellezza. Un cantiere, appunto, che non diventa mai edificio. Senza quell’arrivo, quella diabolica apparizione cui Beckett ha pensato, tutto esiste lo stesso, ma perde di senso. E il disperante pensare che questa condizione sarà oggi, domani. Et semper, sine die, sine deo.

La ricca documentazione video, che il Teatro Out Off e il gruppo di lavoro guidato da Lorenzo Loris ha consentito a Krapp’s Last Post di raccogliere in esclusiva, è una preziosa testimonianza dell’impegno su una delle produzioni di punta di questa stagione milanese.

Qualcuno qui chiedeva se non sarà il caso di aspettare, prima di dare uno sguardo al filmato. Magari che arrivi Godot… dovrebbe esser qui. A momenti.

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