Aspettando l’Election Day con Alonso Barrera

Il Woyzeck di Alonso Barrera
Il Woyzeck di Alonso Barrera

“Esistono molte interpretazioni del Woyzeck; quella che ho preferito è con lui come oppresso, condizionato da tutti gli agenti esterni ed ‘umani’ che lo portano a oltrepassare un limite fisico e mentale, a esplodere per l’indifferenza, la disumanità che lo circonda”.

A parlare è Alonso Barrera, direttore artistico dello spazio teatrale La Fabrica a Querétaro, in Messico, già conosciuto perché eccellente regista e drammaturgo de “El Año de Ricardo” di Angelica Liddell, messo in scena insieme all’attrice Maria Aura, sua compagna di vita e d’arte, oltre che incredibile interprete.
Per chi fosse “da quelle parti”, sarà di nuovo in scena per un mese, dal 10 novembre al 4 dicembre, al Centro Cultural el Bosque di Città del México.

Dopo il debutto ad agosto, l’opera da Büchner è tornata in scena il 23 ottobre in occasione della prima edizione del Festival Internacional de Artes Escénicas nello Stato di Querétaro, “una rassegna senza precedenti, con una comunità artistica vibrante e unita – ci racconta Barrera – Mi riempie di entusiasmo averne fatto parte. Complimenti a Paulina Aguado (direttrice dell’ Istituto Queretano de la Cultura y de las Artes) e a tutto il gruppo di lavoro!”.


Attualmente le sale della Fabrica sono occupate dalla prima “Pastorela queretana”, che a partire dall’ambientazione religiosa tradizionale e musicale, che dalla Spagna è giunta nel XVI secolo in Messico, ha poi qui proseguito su binari totalmente personali, acquisendo vita e tradizione a sestanti. Per questa versione scritta e diretta da Barrera, con l’immancabile consulenza di Maria Aura, ci troviamo di fronte a un’occasione per tutta la famiglia, per correre in attesa della Navidad indietro nel tempo, e scavare nelle radici storiche di Querétaro.
“È sulla fondazione della nostra città e su come le pastorelle servivano per evangelizzare gli indios. Sembra molto noiosa [ride, ndr] ma non è così, è una commedia che parla di quello che continua ad essere la nostra società 500 anni dopo…”.

Lo raggiungiamo in questi giorni palpitanti per il popolo messicano e per tutti i latinos che vivono negli States e nel resto del Latinoamerica, mentre è in corso il countdown per l’Election Day, le presidenziali USA che avverrano domani, martedì 8 novembre, e che si preannunciano di fuoco: chi guiderà la Casa Bianca per i prossimi quattro anni tra i democratici capitanati da Hillary Clinton e i repubblicani del controverso Donald Trump?

Esemplare per comprendere il movimento che sta caratterizzando la battaglia politica dal punto di vista dei latinos è il video dall’humor nero della casa di produzione uruguayana Aparato M.A.M.O.N. (Monitor Against Mexicans Over Nationwide) e la campagna che il fotografo e casting director messicano Balthier Corfi, radicato da tempo a New York, ha realizzato coinvolgendo personalità della moda e dello showbussines di origini latine, estrapolando frasi d’attacco proprio nei loro confronti pronunciate da Trump, e scrivendo sui corpi dei protagonisti delle foto le debite risposte: prendendo l’esempio della modella messicana Andrea Carrazco, si può leggere: “Look at her, she is a slob…” (Guardala, è una donnaccia/una persona rozza), scritta su di lei: “I am not a slob”.

Con Barrera abbiamo affrontato un dialogo che, partendo dalle vicende così contemporanee del “Woyzeck”, ha permesso di spaziare fino alle elezioni alle porte. Del resto la compagnia di Barrera di sé racconta di vivere “in due mondi, che hanno il compromesso di far riflettere lo spettatore. Uno è il teatro che ci piace fare, che ci diverte fare; mentre quello di “Ricardo” e di “Woyzeck” è quello che abbiamo bisogno di fare. Entrambi hanno in comune la volontà di far risvegliare in qualche modo lo spettatore, di farlo riflettere”.

Uno dei punti scottanti del Woyzeck, assieme alla condizione di oppressione che si vive nella società, è il femminicidio, che verrà ricordato nella giornata internazionale del 25 novembre.
Woyzeck alla fine tratta di questo. In Messico è un momento in cui se ne parla molto, ma a un livello non così profondo… Prendi il caso di Gerardo Ortiz, cantante pop di musica norteña, genere narcocorrido. Ha fatto un video (“Fuiste Mia”) in cui il marito scopre che la moglie lo tradisce: tira fuori una pistola, uccide l’amante e mette la ragazza in una cassa, dandole fuoco… Un video molto forte, che però non mi sembra così nuovo per il genere musicale in questione. E invece si firma immediatamente una petizione affinché lo si censuri e lo si tolga dalla rete, perché è un invito al femminicidio… Mettono il cantante alcuni giorni in carcere, esce, chiede scusa, e toglie il video dalla rete. È una cosa profondamente grave, perché non si sta facendo qualcosa per risolvere il problema a monte, che è il prodotto di quello che viviamo nel “Woyzeck”, una società in decomposizione, che ha una lunga tradizione machista, in cui la donna ha dovuto guadagnare il suo spazio in tutti i sensi. Non solo qui, ma anche in Italia, negli Stati Uniti, dove gli stessi mezzi di comunicazione la rappresentano come un oggetto, un pezzo di carne…

Iluminaciones 7

Iluminaciones 7

Prima di “Ricardo” e “Woyzeck” la vostra produzione più sperimentale e adulta che episodi ha visto?
Era la fine della presidenza di Felipe Calderon [che durante il suo mandato dal 2006 al 2012 ha lanciato una guerra ai narcos che ha mietuto moltissime vittime da entrambi i fronti, ndr]. Proprio allora abbiamo fatto un’opera sul narcotraffico. E ci siamo sentiti in una fortissima tensione emotiva, perché sentivamo che qualcuno si sarebbe potuto infastidire. Il titolo dell’opera è “Iluminaciones 7”: parlava di un sicario e di un gruppo di giornalisti che lo incontrano per un’intervista e lo uccidono, tagliandolo a pezzi, che lanciano nel deserto. Ma è anche la storia di un uomo che viene ritrovato con la testa di un cane al posto della sua, e si scopre che è un giornalista che è stato ucciso dallo stesso sicario, la cui morte è dunque una vendetta. Nella scena finale i due, giornalista e sicario, s’incontrano in una sorta di purgatorio, e la vittima chiede al suo carnefice: “Perché mi hai ammazzato?” e lui: “Perché potevo.”
Una ragazza di Monterrey è uscita dopo 10 minuti. Mi si è avvicinata, e con rispetto mi ha detto: “Scusami, però non posso rimanere: questo è quello da cui sto fuggendo”.
Esiste il blog del Narco [che abbiamo deciso di non linkare così come il video “Fuiste Mia”, ndr], qualcosa di tremendo, con immagini, video, che gli stessi narcotrafficanti caricano e registrano: cose che non hanno nessuna parvenza di umanità, brutali, qualcosa che neppure un animale farebbe, di una malvagità tremenda…”.

Parlando con Andrea Carrazco, modella prestata al cinema, è uscita da parte sua la provocazione che in México ci sono tantissimi talenti, ma per il fatto stesso di essere messicani non gli si dà il giusto credito.
È vero, quando nel 2009 abbiamo partecipato alla Mostra nazionale del teatro con “Iluminaciones”, opera precedente a quella sul sicario, assolutamente sperimentale, con tutte le parti recitate registrate e come interpreti/corpi agenti dei danzatori, l’area più progressista dei teatranti l’ha giudicata molto innovativa e interessante; quella più tradizionale ha urlato invece allo scandalo, perché si trovasse lì un’opera come quella, che per loro non era teatro. Se lo stesso lavoro fosse stato presentato da una compagnia spagnola, argentina, avrebbero detto sicuramente il contrario… C’è sicuramente la tendenza a buttare via parte del lavoro locale.

Ma avete anche un lato della vostra produzione più legato alla commedia, penso a uno spettacolo come “Los Amigos de la Justicia”.
Sì, è un’opera molto pop, dissacrante, con personaggi che vengono sia dai fumetti che dallo star system statunitense (Miley Cyrus, Mark Zuckerberg, addirittura il Papa e lo stesso Trump, che in quel periodo non immaginavamo dove sarebbe potuto arrivare). Superman è il Supermano [che suona come Super Hermano, ndr], un messicano che, come superpoteri, ha quelli di fare tutti i lavori che gli statunitensi non vogliono fare e di lavorare per 14 ore di seguito… Un professore degli Stati Uniti, di origini messicane, è stato alle repliche a Città del México, e mi ha chiesto il testo per presentarlo in una serie di conferenze fra teatro e politica.

Torniamo appunto alla politica. Domani c’è l’Election Day, e chissà che lo spauracchio del muro di Trump diventi realtà…
Come messicano mi preoccupa molto. All’inizio la sua candidatura si pensava fosse una barzelletta, mentre ora ci troviamo nella follia che questo possa essere possibile. Se vincesse e pretendesse questo muro, e che fossero i messicani a pagarlo, ma il Messico dicesse di no? Ci aspetterebbe una possibile nuova guerra con gli Stati Uniti?
Parlavo con Mike Wallace [storico e Premio Pulitzer, ndr], che è il marito di Carmen [Boullosa, scrittrice e drammaturga, ndr], la madre di Maria: se la storia ci insegna qualcosa è che se ci fosse un attentato, un atto terroristico prima delle elezioni, questo potrebbe condizionare tutto, portando l’elettore a votare chi sente più forte, e sarebbe sicuramente Trump.
Del resto Michael Moore sostiene che ci troviamo in un reality show che la gente vuole vedere… vedere cosa potrebbe succede se vincesse Trump! Ma è molto pericoloso, perché in quel caso sarebbe realtà…

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