La Fura dels Baus incontra Abbado per l’Assedio di Corinto

Photo: Rossini Opera Festival
Photo: Rossini Opera Festival

Uno dei più grandi rimpianti, per noi melomani e per di più rossiniani, è senza dubbio quello di non essere stati presenti durante la stagione scaligera a Milano del 1969, per le rappresentazioni de “L’Assedio di Corinto” del grande pesarese, diretto da Thomas Schippers con Beverly Sills nella parte di Pamira e di Marilyn Horne in quella di Neocle.
Quelle rappresentazioni coincisero infatti con la “Rossini Renaissance”, cioè con il recupero di molte opere rossiniane dimenticate, soprattutto per la mancanza di interpreti in grado di eseguirle.

Con grande gioia siamo quindi corsi a Pesaro, in occasione del Rossini Opera Festival, per assistere alla versione francese di quel capolavoro, finalmente nella definitiva edizione critica dovuta a Damien Colas, che ripristina la stesura originaria de “Le Siège di Corinthe”.
Al R0F l’opera era stata precedentemente presentata una sola volta, nel 2000, con la direzione di Maurizio Benini.

“Le Siège de Corinthe” (prima creazione in francese di Rossini) è un’opera in tre atti che il compositore trasse dal libretto di Luigi Balocchi e Alexandre Soumet; fu rappresentata per la prima volta all’Opéra National de Paris il 9 ottobre 1826, con grande successo.
Come succede spesso per alcune opere di Rossini, e per questa in particolare, molta parte della sua musica proviene dal “Maometto II” del 1820, che qui prende una forma maggiormente estesa e originale, soprattutto negli ultimi due atti, influenzata com’è dal Grand Operà francese, con l’aggiunta dei ballabili e la trasformazione del ruolo di Calbo, originariamente scritto per un contralto, in quello di Néoclès, affidato a un haute-contre, voce tenorile acuta.
L’opera fu inoltre composta anche con intenti sociali di intonazine patriottica, abbastanza precisi, che si ricollegavano all’insurrezione greca contro i turchi, in corso in quegli anni, e che si era conclusa con il suicidio collettivo degli ultimi superstiti dell’assedio di Missolongi (1825-26) e la fine del sogno di liberazione della Grecia.

La vicenda ricalca, con qualche differenza, quella del “Maometto II”; è ambientata a Corinto, assediata dall’esercito ottomano, pochi anni dopo la caduta di Costantinopoli. La grande storia, come avviene spesso nel Melodramma, si accomuna con la piccola, qui rappresentata dall’amore di Mahomet per la figlia di Cléomène, governatore di Corinto, Pamyra, che ha conosciuto anni addietro ad Atene.
Mahomet ha espugnato la città e, riconosciuta la donna amata anni prima, quando si faceva chiamare Almanzor, intende sposarla. Ma Pamyra, come in ogni trama che si rispetti, è molto combattuta: ama Mahomet ma sono più forti l’amor di patria e l’affetto per il padre, che l’ha promessa sposa al guerriero Néoclès; e per questa sua indecisione viene maledetta dal padre davanti a tutti.
Per farsi perdonare e per salvare Néoclès dalle ire di Mahomet, la donna lo fa passare come suo fratello.
Cléomène intanto riorganizza la resistenza nella città, ma inutilmente. Pamyra ha finalmente scelto di ripudiare Mahomet e di morire insieme al suo popolo e a Néoclès, suicidandosi, pur di non sottomettrsi al conquistatore. Corinto viene messa a ferro e a fuoco e, di fronte a tutto ciò e all’eroica resistenza dei suoi abitanti, il gran sacerdote Hiéros preannuncia la liberazione della Grecia dalla schiavitù turca.

Con “Le Siège de Corinthe” ci troviamo davanti ad un’opera monumentale, che sottolinea ancora una volta l’estro musicale rossiniano, che si cimenta in ambiti e climax diversissimi tra di loro e assolutamente nuovi per il genio pesarese, che si affaccia per la prima volta al grandeur dell’opera di derivazione francese.
Ecco dunque il Divertissement e le danze che accompagnano l’unione tra Mahomet e Pamyra, l’architettura musicale composita dei finali del secondo atto, l’impervia sublime aria di Néocles, la marcia patriottica dei Greci, che diventa un inno rivoluzionario vero e proprio, sino alle due meravigliose preghiere finali ad annunciare la caduta di Corinto, “Céleste providence!” e “Juste ciel”.

Roberto Abbado, al suo debutto a Pesaro, alla guida dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, ci restituisce tutta la grandezza multiforme di quest’opera, finalmente ascoltata nella sua pienezza totale, sottolineandone tutti gli aspetti più fantasmagorici che si rifanno alla tragédie lyrique e accompagnando in modo impeccabile i diversi accenti insiti nel canto dei personaggi, tutti ben resi e restituiti in modo encomiabile dagli interpreti, che si cimentano – ricordiamolo – in una creazione mai proposta in questa veste, e forse difficilmente riproponibile.

Luca Pisaroni, che curiosamente ha lo stesso cognome della grande interprete ottocentesca rossiniana, è un Mahomet autorevole, duce sprezzante, ma anche appassionato amante di Pamyra, ruolo che il soprano georgiano Nino Machaidze ci riconsegna in modo eccellente, in una parte difficilissima che alterna toni vibranti ed energici ad altri più intimi.
Ci è piaciuto anche John Irvin, un Clèomene autorevole e vocalmente ben impostato; qualche riserva invece abbiamo su Sergey Romanovsky, che pur proponendo un Néocles meno eroico, dagli accenti romantici che la parte sembrerebbe affidargli, non sempre risulta omogeneo nel canto, soprattutto nella grande e difficilissima scena che apre il terzo atto; mentre Carlo Cigni è un Hièros autorevole ed efficace.
Ottimo il coro del Teatro Ventidio Basso, anche lui nuovo per il ROF, preparato a dovere da Giovanni Farina.

Photo: Rossini Opera Festival

Photo: Rossini Opera Festival

La regia contemporanea del gruppo catalano La Fura Dels Baus fin dall’inizio attualizza il significato dell’opera, sottolineando la linea portante del suo allestimento: l’acqua come segno fondante della diseguaglianza tra poveri e ricchi, origine di ogni guerra.
Comparse e coristi entrano dunque in sala, e poi sul palco, trasportando bidoni di acqua, pieni e vuoti, che vengono a creare l’impianto modulare che forma la scena, e che cadrà di schianto alla distruzione della città.

Per raccordarsi in modo profondo con la storia narrata vengono proiettati sul fondale due poemi di Lord Byron, che tanto si adoperò in difesa della Grecia, “The Siege of Corinth” durante l’Ouverture e “Darkness” durante il Divertissement, quest’ultimo, dobbiamo dire, risolto però scenicamente in modo un poco goffo.
Vengono inoltre materializzati con alcune immagini e cartelli i cardini su cui si basano le leggi greche, e dunque la nostra civiltà, in sintonia con l’attualità più recente, intento che già Rossini aveva assegnato a suo tempo a “Le Siège de Corinthe”.

Caratterizzati non pedissequamente i costumi di Lita Cabellut: crea installazioni e video con assemblaggi di colori e materiali che riempiono di atmosfere le varie scene di questo capolavoro, restituito finalmente nella sua forma originale attraverso un progetto che fa onore al Rossini Opera Festival.

LE SIÈGE DE CORINTHE
Tragédie lyrique di Luigi Balocchi e Alexandre Soumet
Direttore Roberto Abbado
Progetto Regia: La Fura dels Baus
Regia e Scene: Carlus Padrissa
Elementi scenografici e pittorici, Costumi e Video: Lita Cabellut

Interpreti Mahomet II Luca Pisaroni, Cléomène John Irvin, Pamyra Nino Machaidze, Néoclès Sergey Romanovsky, Hiéros Carlo Cigni, Adraste Xabier Anduaga, Omar Iurii Samoilov, Ismène Cecilia Molinari
Coro del Teatro Ventidio Basso
Maestro del Coro Giovanni Farina
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Nuova produzione

Visto a Pesaro, Adriatic Arena, il 19 agosto 2017

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