Il furore, la mutevolezza, la quiete. La danza immobile di Massimiliano Civica

Attraverso il furore (photo:teatrodiroma.net)

Attraverso il furore (photo:teatrodiroma.net)

Più che uno spettacolo, paradossalmente, una danza ferma, articolata su una perfetta partitura di corpi e di parole.
Lo scenario è rigido, austero. Un grande tavolo di legno e tre sedie su cui gli attori resteranno per tutto il tempo della rappresentazione come intrappolati. Tutto è statico, eppure l’impressione complessiva è di una grande levità, come se questi corpi fossero attraversati da un’irrefrenabile mutevolezza, fremente e umana. Le parole di Meister Eckhart non possono nulla su questa mutevolezza in cui non può esservi quiete, eppure questo non impedisce loro di risuonare.
“Attraverso il furore”, per la regia di Massimiliano Civica, si articola su una serie di contrasti e ci presenta una scissione insieme dolorosa e soave. I dialoghi fra un uomo e una donna, scritti da Armando Pirozzi, rispondono ai sermoni di Eckhart come la mutevolezza risponde alla quiete, l’incostanza alla grazia. Il contrasto avviene per una sorta di contrappunto musicale e si anima attraverso una danza sopita dei corpi. Si rivela forse alla fine impossibile “elevare l’intelletto al di sopra di tutte le cose corporee” e “traversare il furore dell’incostanza delle cose transitorie” perché l’uomo e la donna che ci vengono presentati sono e restano dei derelitti, impossibile per loro separarsi, dirsi addio, o provare ad andare a morire. 

Nelle loro voci spezzate, nella semplicità del tono e della forma, non può però fare a meno di manifestarsi una fragilità lirica, anche se inerme e subito pronta a perdersi e a svanire. Incostante e mutevole anch’essa, ma delicata e umana. 

Sul volto della donna, interpretata da Valentina Curatoli, scorrono emozioni contrastanti che, prima di cadere, hanno il tempo di fermarsi in una posa esterrefatta, rappresa. Gli occhi si spalancano, i capelli vibrano, poi la testa cade giù, come sfinita, sul tavolo di legno troppo austero. Le posizioni in cui il suo corpo seduto sa adagiarsi acquisiscono una grazia immateriale, i piedi nudi sotto al tavolo più di tutto il resto sanno danzare fermi e davvero danno luogo ad un’inebriante coreografia muta. Ma tutto danza, le mani, il collo, i capelli. A questa danza solitaria, a tratti, va ad unirsi quella dell’uomo, e i movimenti delle teste iniziano a rispondersi in una simmetria sempre più scoperta, che è precisa senza mai perdersi in un vuoto estetismo.
È un passo a due, semplicemente, la fortuna di un ritmo trovato che, doloroso, si interrompe d’improvviso.

Il volto di lui, Diego Sepe, appare come un controcanto immobile all’esasperante mutevolezza di lei. Nulla sembra attraversarlo, se non alla fine e passando per gli occhi. Occhi vuoti, attoniti, in cui pur non manca una bellezza disperata. Allo stesso modo, il suo corpo, più scomodo sulla sedia, sa donarsi una grazia scomposta e impacciata, di bambino di sei anni, forse di otto, come gli suggerisce la donna e conferma lui stesso. 

Le loro voci e il loro difficile scambio, che avviene senza mai guardarsi, ci presentano un dolore quotidiano che viene però sublimato dal contrasto con la quiete che emana dalle parole di Eckhart, lette con cadenza liturgica, a volte ipnotica, da Marcello Sambati.

In questa regia così intelligente e accurata tutto si risponde come per simmetria e, così come compete al misticismo delle parole che pronuncia, il corpo di Sambati sembra sparire. Egli diviene solo voce stentorea e la sua immobilità non danza come quella degli altri due attori ma si eclissa.

È possibile, alla fine, che il furore non sia stato veramente attraversato, perché tutto resta nella mutevolezza, “sia essa dissimulazione, collera, tristezza”, e in fondo sappiamo che non avrebbe potuto essere altrimenti. Questo controcanto sacro trasfigura le impossibilità dell’uomo e della donna e regala loro una fragile assolutezza. Quella dell’arte, forse. 
È possibile anche che questa partitura così perfetta non risulti facilmente o universalmente godibile, essendo divenuto disavvezzo il nostro tempo a tanta immobilità fremente. E’ un peccato perché l’arte, alle volte, per danzare, ha bisogno di non correre e di stare ferma.
 
ATTRAVERSO IL FURORE
“Tre sermoni tedeschi” di Meister Eckhart
“Tre storie” di Armando Pirozzi
uno spettacolo di Massimiliano Civica
con: Valentina Curatoli, Marcello Sambati, Diego Sepe
costumi: Grazia Materia per Viola
si ringrazia il professor Marco Vannini 
produzione: Armunia/Festival Inequilibrio Castiglioncello, Compagnia Massimiliano Civica 
durata: 55′ 
applausi del pubblico: 1′ 45″
 
Visto a Roma, Teatro India, il 3 marzo 2012
 
 

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