Aure. Teatropersona chiude con sapienza la Trilogia del Silenzio

Aure

Aure – Teatropersona

Una composizione seducente, ricca di fascino, curiosa, il campo elettromagnetico creato da “Aure”, nuovo lavoro di Teatropersona, ancora in fase di studio e costruzione, che il gruppo ha presentato al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia, dopo un breve periodo di residenza artistica.

Eppure, nonostante ci lavorino solo da qualche settimana, appare subito evidente come in poco tempo abbiano montato un progetto attentamente strutturato, tanto da sembrare già in fase finale. Alla base emerge una solida preparazione tecnica e un attento lavoro dell’attore (scuola grotowskiana), oltre che una buona cultura artistica: dopo Beckett e Schulz delle prime produzioni, l’ispirazione registica insegue “À la recherche du temps perdu” di Proust, rievoca il silenzio pittorico di Hammershøi e sperimenta l’arte della fuga di Bach.


“Aure” è ancora un dirlo senza parole, quasi un antidoto agli eccessi, ai rumori, che chiude una trilogia del silenzio e della memoria, partita appunto dalla soffitta di “Beckett box” e animata dalle oscure movenze del “Trattato dei manichini“.
“Aure” è prese di energia in entrata e uscita: porte che conducono a stanze, che diventano mulinelli, gorghi. E’ memoria, interfaccia, archivio di immagini, visioni e ricordi spesso troppo dolorosi.

Tra un chiaroscuro di un vivace dinamismo, come un carboncino sulla carta, tre porte si aprono, nascondono, contengono: pieni e vuoti, figure che emanano eleganza e raffinatezza, precarie negli affetti e sospese tra un desiderio di fuga e nostalgia. Un singolare alone di mistero che confluisce più nell’evocazione poetica che nella descrizione narrativa.

Non c’è l’intenzione di raccontare una storia, ma da spettatore si cercano, si bramano e se ne iniziano tante, quasi senza saperlo. Come in un dialogo, quando un attimo di silenzio crea ascolto e apre un mondo altro, che si nasconde dietro il confine del visibile, ricco di pensieri non svelati. E poi c’è quel libro in scena, solitario sopra uno scrittoio, e imbevuto dello sguardo della lettura quando passa da una mano all’altra. Una presenza fortissima, un punto cospicuo in un sogno rallentato. Come si fa a non chiedere che cosa raccontano quei fiumi di parole, che cosa stanno leggendo quegli occhi? Un libro è curioso quanto un segreto. Ed è anche una “pausa” temporale, un oggetto di affezione che concepisce un mondo di creature che emergono da un non tempo, un non luogo, destinate a esserne poi risucchiate. Un libro, che poi non è che un’altra porta, un’altra stanza. O, forse, quella in cui ci troviamo?

Il ritmo è lento (un slow-motion premeditato), la tecnica impeccabile, l’uso della luce, sebbene necessiti ancora di qualche aggiustamento, sottolinea espressioni e movimenti fra danza e teatro e crea il fantastico. Quello che manca ancora in questo viaggio in profondità è la macchia di colore che sporca il bel quadro, e spezza, rendendo fragile ma vitale, il bianco e nero di un importante rigore compositivo come questo. Forse un’apertura ironica, come nelle migliori illustrazioni, che arriva appena appena tratteggiata e sulla quale Alessandro Serra confida di lavorare, senza essere ancora riuscito a farla propria.

Il debutto di “Aure” è previsto a OperaEstate Festival di Bassano il prossimo settembre.
Rimaniamo con la curiosità di sapere come e quanto si evolverà, plasmerà, arricchirà nei prossimi mesi il lavoro di Teatropersona, con una bella e solleticante sensazione che si chiama attesa: una bella attesa.

Aure
regia: Alessandro Serra
con: Valentina Salerno, Francesco Pennacchia, Chiara Michelini
durata: 60′
applausi del pubblico: 1′ 50”

Visto a Venezia, Teatro Fondamenta Nuove, il 30 marzo 2011

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