Avignon 09, dove il teatro sfida la parola. Il reportage

Radio Muezzin - Rimini Protokoll
Radio Muezzin - Rimini Protokoll

Radio Muezzin – Rimini Protokoll (photo: © Christophe Raynaud de Lage / Festival d’Avignon)

Migliaia e migliaia. Di turisti, teatranti, artisti di strada, girovaghi senza meta, appassionati con magliette che raccontano di questo o quell’altro pellegrinare sulle vie del teatro. E come Santiago di Compostela, per il fedele del teatro c’è Avignone. La città è il festival. Cuore della Provenza, estasi di lavanda. Telecamera in pugno dentro questo marasma.

Il programma della rassegna ‘in’ è un piccolo manabile, con piantina ben ripiegata, e un calendario fitto fitto di spettacoli, incontri, conferenze. Quello dell’off è invece un tomo che dà spazio ad ogni ben di dio.

Da mane a sera, un passo dopo l’altro: dalle undici del mattino tutto si anima e iniziano gli spettacoli; rito, mercato, pedaggio per l’ingresso nel mondo della celebrità, Broadway europea insieme a quell’altro delirio che è il fringe di Edimburgo. Tutto questo è Avignone. E tutto il contrario. Perché quando ti sembra di averne capito qualcosa, sfugge di nuovo, in quell’intreccio tra il vedere e il farsi vedere che ognuno intepreta, sul palco e fuori, e che ne fa da decenni il cuore dell’anteprima, il salotto francese, altezzoso e guascone.

Perché una cosa bisogna dirla, e cioè che ad Avignone, prima di tutto e sopra tutto, conta la sfida.
Una, la principale, è quella che, con sempre audace vigore, la direzione dell’in propone agli autori di tutto il mondo verso la nuova drammaturgia. Forse l’unico festival che di questo possa fare vanto assoluto: essere committente di nuovi testi, di nuove opere. E in questo come sempre si rischia.

La sfida di quest’anno l’ha lanciata Wajdi Mouawad, attore, scrittore e regista libano-franco-canadese, artista associato e regista occulto della poetica che ispira questa edizione, ossia il tema del conflitto, lui chè è fuggito dalle bombe in Libano e costretto all’esilio dalla Francia. Certificazione del conflitto perenne che i vari autori hanno declinato nella forma a ciascuno più consona: il conflitto fra genti, lo scontro fra uomo e tecnologia.

Noi a zig zag, fra i protagonisti dell’in e quelli dell’off. Tra artisti affermati e giovani in cerca di gloria, tra incontri e tavole rotonde, rubando qualche parola a fine spettacolo. Come è successo con Sonia Chiambretto e Hubert Colas al termine di una delle repliche di “Mon Képi blanc”, ispirato al periodo coloniale algerino.
O acchiappando a volo Stefan Kaegi, uno dei fondatori dei Rimini Protokoll, che torna per il secondo anno consecutivo in Provenza, questa volta con “Radio Muezzin”, nato dall’osservazione della progressiva sostituzione, nelle moschee, della voce del muezzin con un pre-registrato.
Per l’Italia, quest’anno, c’era Pippo Delbono, fra i maggiori interpreti teatrali del conflitto con se stessi e con la società degli ultimi quindici anni.

Quello che passa è un messaggio sopra gli altri: il ritorno centrale della parola, come sentiamo dire in più di un dibattito. Non che il tempo del teatro d’immagine e del physical theatre sia finito, anzi: quel linguaggio è davvero internazionale e finisce per essere un rifugio quando l’idioma straniero si fa confusione nella testa dello spettatore francofono-imperfetto.
Ma che la drammaturgia reclami il suo spazio sembra assolutamente evidente, e che la società ne senta il bisogno per alimentare la pars costruens dopo crolli, cadute e incertezze, è altrettanto certo. Un messaggio forte, che striscia per le strade, va dall’in all’off, dal Palazzo dei Papi alla cantina attrezzata alla bene e meglio. Proporre, l’imperativo è proporre: zittire il silenzio.