Avignon 15. Il debutto del festival di Francia tra afa e paure

Riquet di Laurent Brethome

Riquet di Laurent Brethome

In una Avignone stranamente deserta per via del caldo torrido, si è aperta sabato 4 luglio la 69^ edizione del festival teatrale più seguito di Francia e non solo, diretto per la seconda volta da Olivier Py e in scena fino al 25 luglio.
Trentasei gli spettacoli proposti nell’In; più di mille le nuove creazioni presentate nell’Off da compagnie per la maggiorparte francesi e belghe.

Quello di quest’anno è però stato un inizio un po’ in sordina, con pochi artisti in giro per le strade, almeno di giorno, e ancora tanti appassionati e addetti ai lavori assenti. C’è poi un fantasma che aleggia su questa edizione: gli attentati terroristici del gennaio scorso (riproposti in maniere diverse in questi mesi tra le varie sponde del Mediterraneo) non sembrano essere stati dimenticati dai francesi, e agli artisti si chiede anche di offrire al pubblico delle risposte che però sono difficili da formulare.
La cultura e l’educazione del cittadino, il rispetto dell’altro, qualunque siano la sua religione o il suo credo, sembrano essere in questa edizione la priorità assoluta, come ha auspicato lo stesso Py nel presentare il festival. 

Un dato su tutti: quest’anno le compagnie italiane sono praticamente assenti, l’equazione “rischio poco pubblico + costi elevati” deve aver fatto paura anche ai più coraggiosi. E certo è un peccato.

L’apertura dell’In è stata (auto)affidata a “Le roi Lear” di Py, in scena fino a stasera, con una versione in miniatura di circa trenta minuti che può esser vista, ad ingresso libero, nella bellissima Place du Palais des Papes.

Il 4 luglio ha debuttato anche Laurent Brethome con “Riquet”, spettacolo per bambini liberamente tratto da “Riquet à la houppe” (Enrichetto dal ciuffo), fiaba popolare francese resa poi celebre da Perrault a fine Seicento.
Il giovane regista francese, che ha già al suo attivo più di trenta regie, approda sul palcoscenico di Avignone con uno spettacolo che ha un legame fortissimo con la sua infanzia: quando aveva circa otto anni Brethome fu ricoverato in ospedale per alcune settimane a causa di un tic al corpo assolutamente incomprensibile.
Un pediatra più illuminato di altri capì che un’esperienza artistica avrebbe potuto guarirlo: così paziente e dottore cominciarono a lavorare assieme proprio al testo di Perrault, e per il bambino Brethome finirono anche gli strani tic: «Scoprendo il teatro ho capito subito che respirare, per me, era fare teatro».

In “Riquet” c’è un evidente tentativo di modernizzare il testo, tanto che, per una scelta precisa del regista, non sarà il principe a scegliere la sua principessa ma esattamente il contrario. Così pure nella creazione delle scenografie si sono preferite delle strutture mobili, con tre grandi pannelli nei quali Louis Lavedan fa del live painting utilizzando tecniche diverse che hanno la capacità di rendere a tratti la scena fiabesca e magica.
Modernità e tradizione (e per tradizione ci riferiamo sia all’origine della fiaba che al tema, dove dall’inizio alla fine si parla di principesse che cercano il loro principe azzurro con tanto di re e castello) a tratti però stridono, e le interpretazioni di Yasmina Remil, la principessa bella, e François Jaulin il principe, non convincono.

È piaciuto molto invece lo spettacolo “Andreas” di Jonathan Châtel liberamente tratto da “Verso Damasco” di August Strindberg. Il regista franco-norvegese, nella riduzione che porta in scena al festival, riesce a creare dei dialoghi davvero struggenti ed intensi.
Il protagonista della storia è Andreas, lo sconosciuto, interpretato da un bravissimo Thierry Raynaud, l’uomo che ha scordato o ha voluto scordare il passato e che convince la Signora (Nathalie Richard), a fuggire con lui e ad abbandonare il marito medico. I due però non sanno cosa fare e dove andare visto che sono senza soldi. Andreas è infatti uno scrittore e il suo editore non lo paga da tempo.

Il dramma dello sconosciuto è sì il dramma di un artista, ma è più in generale il dramma di un uomo profondamente solo e fragile, i cui sentimenti emergono come un misto di violenza repressa e sentimentalismo puro. Andreas si dispera, cerca il senso della vita ma fatica a trovarlo. Gli incontri con il mendicante e il vecchio, entrambi i ruoli interpretati dal bravo Pierre Baux, aggiungono alla pièce spessore e tragicità; delle vere e proprie visioni oniriche che fanno da specchio ad Andreas, mettendolo a nudo e spogliandolo ancor di più di ogni certezza.

Festival d'Avignon 2015

Festival d’Avignon 2015

La sezione “Indiscipline”, dedicata ad incontri inusuali e provocatori tra artisti di formazione diversa provenienti da tutta Europa, promette di regalare al pubblico momenti per l’appunto indisciplinati di teatro e non solo.

Domenica 5 luglio hanno aperto questo frammento dell’In più in controtendenza il coreografo Dominique Boivin, così divertente e “leggera” la sua interpretazione, e Claire Diterzi, autrice compositrice e interprete musicale.
Il singolare duetto ha presentato un riuscito “Connais-moi toi même”, mentre la coreografa Latifa Laâbissi e l’artista Jessica Batut (da sola in scena incappucciata) con “Broyage” hanno portato in scena la solitudine e la rabbia dei giovani delle banlieue. Il linguaggio duro e monotono utilizzato per tutta la durata della performance, se può ben rappresentare il disagio, ha la pecca, con le poche varianti adottate, di stancare facilmente lo spettatore e in fondo di raccontare poco di quell’universo così complesso.

Nell’ambito del festival Off, la compagnia Difé Kako ha presentato “On t’appelle Vénus”, della coreografa del Guadalupe Chantal Loïal. L’artista si ispira alla storia della Venere ottentotta, una donna sudafricana con una morfologia fuori dalla norma a causa di ipertrofia delle anche e delle natiche, che tra il 1810 e il 1815 fu esposta agli sguardi degli uomini come fosse un animale esotico. Con questa performance si vuole ridare dignità al corpo sproporzionato della Venere e a qualsivoglia corpo venga vissuto come diverso.
La danza di Chantal Loïal è sensuale e misteriosa e l’artista gioca di continuo con le forme sinuose del suo corpo con armonia, una condizione che era stata per l’appunto preclusa alla Venere.
Il lavoro tuttavia sembra ancora a tratti inconcluso: nel corso della narrazione i passaggi tra stati di gioia e sofferenza sono talvolta bruschi e immotivati, apparendo ancora troppo slegati fra di loro.

È piaciuto molto invece “Pss Pss”, della compagnia Baccalà. Simone Fassari e Camilla Pessi sono due artisti che da anni girano il mondo cercando di coinvolgere gli adulti e di farli entrare dentro l’affascinante universo dei clown.
La compagnia, per metà ticinese e per metà italiana, ha debuttato ad Avignone il 4 luglio conquistando letteralmente il pubblico con la sola forza della semplicità. L’espressività dei due artisti incanta, e il talento comunicativo di Camilla Pessi lascia davvero senza parole. Con grande ironia i due clown acrobati di “Pss Pss” regalano momenti di delicata poesia, tra ironia e umorismo.

Per gli appassionati di danza, ha debuttato ieri sera nell’In “Barbarians” di Hofesh Shechter, mentre oggi è la volta di “Jamais assez” di Fabrice Lambert; domani, 14 luglio, “A mon seul désir” di Gaëlle Bourges e il 15 luglio “Monumento O” di Eszter Salamon. Ricordiamo per il teatro il 18 luglio “Cuando vuelva a casa voy a ser otro” dell’artista argentino Mariano Pensotti e il 22 “Cassandre” con Fanny Ardant per la regia di Hervé Loichemol. Mentre tutte esaurite sono le repliche (fino al 18) del “Riccardo III” di Thomas Ostermeier.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *