Sur le pont d’Avignon. Immagini e nomi dalla 65^ edizione

Boris Charmatz
Boris Charmatz

Boris Charmatz (photo: © Ilka Kramer)

Sì, teatro. Ma anche tanta danza e linguaggi performativi per l’edizione 2011 del Festival d’Avignon, che si chiude oggi.

La seconda settimana del più grande e antico festival europeo di arti sceniche insieme a quello di Edimburgo, giunto alla 65^ edizione, come il gioco di mani del manifesto ufficiale suggerisce ci parla di un linguaggio sempre più contaminato e aperto, capace di guardare alla tragedia classica e a Sofocle, con Wajdi Mouawad, ma anche alle arti performative più varie, come abbiamo avuto modo di appurare ben oltre i lidi di approdo di Anne Teresa De Keersmaeker e la sua compagnia Rosas, in cartellone con due spettacoli nei giorni precedenti.

A noi sono toccate forse le evenienze più “spinte”, quelle più di rottura, come sicuramente erano “Violet”, la prima coreografia a suo dire “astratta” dell’americana Meg Stuart e della giovane compagnia belga che ne incarna il credo artistico.
O Xavier Le Roy, che con il suo “Low pieces”, dopo un dibattito introduttivo alla performance, lascia il pubblico al buio per un quarto d’ora alla fine dello spettacolo, per riprendere il dibattito interrotto senza pudori di sorta. Nel mezzo un cristallino svolgimento senza alcuna interazione ma profondo, che si ricollega ai suoi studi sull’animalità/naturalità del vivere umano, figli del suo passato nel mondo delle scienze. I performer incantano mimando un branco di felini selvatici, o pietre accarezzate dal vento, o fronde vegetali immerse in un fluido esistenziale.

Ma riavvolgiamo il nastro e parliamo di un’edizione che, come sempre, ha visto il cartellone ufficiale denso di eventi e grandissimi nomi, con 40 opere teatrali, spettacoli di danza, arti visive e musica.
Saranno state, magari, le segnalazioni arrivate a Hortense Archambault e Vincent Baudrillerd dal coreografo Boris Charmatz, artista associato per questa edizione del festival, che non ha mancato sicuramente di segnarne la programmazione: oltre i suoi due spettacoli, con cui Avignon ha aperto, ossia “Enfant”, di cui erano protagonisti ventisette bambini tra i sei e i dodici anni e “Levée des conflits”.

Raccontare tutto è ovviamente impossibile. Come narrare le sei ore di spettacolo nella cava esausta, ora parco naturale al di qua del Rodano (mentre al di là si stagliano le luci della centrale nucleare), con cui il regista libano-canadese Wajdi Mouawad, ormai quasi presenza fissa del festival, ha riletto le donne di Sofocle, da “Le trachinee” ad Antigone fino ad Elettra nel “Des femmes?”.
Operazione complessa, in cui il regista preferisce rimanere su un terreno sicuro, conducendo la nave in porto senza portarla davvero al largo a scagliarsi contro i marosi. Non è un caso che la nave tocchi proprio sul testo meno frizzante, quello del confronto fra l’amore della donna matura e il timore della gioventù sfiorita de “Le trachinee”.
E così il pubblico (la trilogia è solo alla fine del primo spettacolo e sono già le 23,30) teme un po’ un’operazione non riuscita e applaude con grandissima timidezza, quasi nulla.
I restanti due atti risollevano il morale. Noi, invero, ci siamo fermati all’Antigone (ore 2,30, applausi più convinti): misurata, classica, con qualche bella visione, come la prigione della ragazza costruita dal fantasma del fratello, di bianchi mattoni; insieme alla pioggia iniziale che sotto un tendone di plastica innaffia rumorosamente il coro, con cui la trilogia inizia, forse una delle immagini più belle proposte dal lavoro registico. Il resto è un’imponente scenografia costituita da una enorme porta di tessuto, e un coro-contrappunto costituito non da decine di voci monocordi, ma da una rock band di tre elementi, vero filo rosso della trilogia, i cui esperimenti sonori vagano dal progressivo a note dal sapore arabo.

Scorrendo il resto, alcune riflessioni vanno al dittico strindberghiano: l’anno scorso era toccato a due diverse compagnie confrontarsi con “Delirio a due” di Ionesco. Quest’anno il terreno di scontro/confronto è stato “La Signorina Giulia”, di Strindberg.

Sul ring del Gymnase Aubanel, il “Mademoiselle Julie” di Frèdèric Fisbach, vede, fra gli altri in scena, niente meno che Juliette Binoche, con Nicolas Bouchaud e Bénédicte Cerutti (Christine), prodotto dall’Odeon.
All’altro angolo c’è il “Kristin” di Katie Mitchell & Leo Warner, prodotto dallo Schaubühne Berlin (abbiamo avuto il grande piacere di confrontarci con la regista e il suo factotum scenico, sodalizio artistico noto per le sue messe in scena filmiche): il prodotto finale proposto al pubblico è, come da tempo avviene per il lavoro dei due, un film, realizzato sotto gli occhi degli spettatori da attori, musicisti, rumoristi, fonici, cameramen.

Come già a Berlino due anni fa con il “Wunschkonzert” di Franz Xaver Kroetz, la regista riesce in un esito compatto, coerente e applaudito, in cui gli interpreti e la scena si fondono in un tutt’uno cui il grande schermo restituisce unitarietà. Non mancano anche in questo film/spettacolo i ritorni alla poetica del sogno, i giardini dei ricordi…: forse meno disperato e alto del “Wunschkonzert”, ma identicamente femminile e dolorosamente ammalato di vita, lo spettacolo mette nell’angolo la protagonista, Julie, e racconta tutto dall’originale e sofferente punto di vista di Kristin.

Nessun grande schermo, e nessuna unità né di intenti né di riuscita, per il primo dei due Strindberg, che, dolorosamente dobbiamo dirlo, non supera le prime riprese, finendo al tappeto dopo poco: la Binoche, al suo ritorno sul palcoscenico, sembra poco a suo agio nella parte, la regia oscilla grottesca fra ambiente moderno e recitazione tradizionale, creando una rottura che anziché insinuare i dilemmi e le fenditure emotive di Strindberg, induce torpida sonnolenza.
Alla fine, persino il taglio della testa del fintissimo uccellino con tanto di schizzo di sangue pulp, invece che disgustata angoscia, provoca nel pubblico una risata che la dice lunga sugli scollamenti fra intendimenti e risultati.

Chiudiamo con la calorosa accoglienza, occorre dirlo, che anche quest’anno Avignone ha riservato a Romeo Castellucci, che tre anni fa era stato artista associato, proponendo la trilogia dantesca.
“Sul concetto di volto nel figlio di Dio”, di cui Klp aveva parlato già parlato a inizio anno, fa certo discutere. Siamo stati all’incontro del regista e della compagnia con il pubblico francese. E presto vi proporremo uno speciale video sulla tappa avignonese del tour, con una videointervista esclusiva a Romeo Castellucci e agli attori della compagnia.