La bellezza amara. Negli abissi del teatro (e ritorno) con Leo De Berardinis

La bellezza amara
Il teatro di Leo - G. Cavaliere

‘Il teatro di Leo’, tela del 2010 del pittore salernitano Giovanni Cavaliere

“La critica non può capire guardando uno spettacolo dalle 22 alle 24 quello che è la nostra vita”. Una frase emblematica, pronunciata da Carmelo Bene e Leo de Berardinis in un’intervista Rai del 1969 in occasione della presentazione del loro “Don Chisciotte”.
Ebbene, si può dire che il critico Gianni Manzella abbia capito appieno il teatro di Leo De Berardinis perché lo ha seguito con i tempi della vita.

Manzella, corrispondente del “Manifesto” e direttore della rivista “Art’ò”, ha presentato due settimane fa al teatro Rasi di Ravenna, assieme al regista Marco Martinelli del Teatro delle Albe, il volume “La bellezza amara. Arte e vita di Leo De Berardinis”, una nuova riedizione (completamente riscritta) del testo pubblicato nel ‘93 e che fu tra i primi ad indagare l’opera del grande attore, di quell’artista che lasciò un segno riconoscibile in ogni aspetto del teatro italiano come attore, regista, drammaturgo, musicista, capocomico, disegnatore di luci, pedagogo, direttore di teatri e festival come Santarcangelo.
A tre anni – il prossimo settembre – dalla morte di De Berardinis, dunque, la ripubblicazione di un romanzo-saggio che è anche storia della vita culturale della seconda metà del Novecento.

“Stiamo parlando di un fantasma che è tra noi – ha esordito Martinelli -. Non un attore, ma un poeta in scena. Vederlo era come osservare un’opera d’arte; era come vedere la Duse. La storia del teatro è una storia di assenze. Alla fine degli spettacoli gli spettatori diventano attori della memoria”.
Il testo ripercorre la vita da poeta maledetto di De Berardinis, nelle sue diverse fasi, come fosse un romanzo. Vediamo così scorrere, pagina dopo pagina, le diverse anime dell’artista: dal Leo della sperimentazione più ardita, quello “strapazza-classici” di “King Lacreme Lear Napulitane” del ’73 a quello dell’“Amleto” nella sua versione integrale di cinque ore nell’83, fino a tornare alle “follie” di “Totò, principe di Danimarca” del ’90. E, ancora, il De Berardinis insieme alla compagna di vita e di arte Perla Peragallo, e quello della Cooperativa Nuova Scena del periodo bolognese. Insomma, dal Leo più cupo a quello più ironico; dall’incensato dalla critica e insignito di premi Ubu a quello bistrattato e fischiato al teatro Pergola di Firenze; dal Leo malato di grappa e Jack Daniel’s a quello astemio della Coca-Cola e delle birre analcoliche.

“La bellezza amara” ripercorre con sguardo appassionato e lucido quarant’anni della vita sul palcoscenico di De Berardinis, quarant’anni della scena italiana e della lotta per il suo rinnovamento, dando forma alla testimonianza di un’irripetibile stagione creativa che ha rotto argini e liberato energie. Energie che sopravvivono, oggi, nella memoria di chi ha assistito ai suoi spettacoli (a tre anni dalla scomparsa e a undici dall’uscita di scena) e rimangono vive nelle pagine della critica più sensibile a questi cambiamenti, per chi lo ha visto in scena e non può dimenticarlo, ma anche per i ventenni di oggi che non hanno potuto conoscerlo.

La bellezza amaraLa bellezza amara. Arte e vita di Leo Di Berardinis
Manzella Gianni
2010
263 p., ill., brossura
La Biblioteca Junior 

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