Benji. Bel Teatro e il male dentro di sé

Silvia D'Amico in Benji

Silvia D’Amico in Benji (photo: Anna Faragona)

Al centro di una scena pressoché vuota, una donna è legata con una lunga corda ad una sedia, scalpitando per liberarsi. Ha la voce da bambina. Dice di essere cattiva – o almeno è così che gli altri la vedono – perché fa male alle persone. Anche se non vorrebbe.

E’ tutta colpa di Benji, che la spinge a compiere gesti violenti, a vendicarsi delle ingiustizie. Lei sì, che è cattiva. Ma è la sua unica amica, quindi non può farne a meno. E poi non è che sia sempre malvagia, a volte sa anche essere simpatica. Però nessuno se ne rende conto. Perché è invisibile.

Si apre con un monologo dai toni sincopati lo spettacolo “Benji”, della compagnia Bel Teatro di Ancona, in concorso a PlayFestival, gara che coinvolge 12 compagnie under 35 organizzata dal Teatro Ringhiera Atir in collaborazione con il Piccolo di Milano, che decreterà domani, attraverso una giuria di critici del web e di spettatori, il vincitore.


La compagnia propone un testo audace, tratto dall’opera omonima della drammaturga inglese Claire Dowie: la storia-confessione di una bambina prima, ragazza poi, affetta da un disturbo della personalità. La protagonista (una brava Silvia D’amico) ci fa entrare nei suoi ricordi, nelle sue versioni dei fatti, nelle giustificazioni che dà agli accessi di ira. E anche nel dolore profondo che prova per essere l’unica macchia nera di una famiglia perfetta: “Casa pulita, casa ordinata, niente fuori posto. Tranne me”.
Una bambina che non impara dalle continue punizioni che subisce, tanto a casa quanto a scuola. Neanche le sedute psichiatriche riescono a guarirla. Perché non è veramente malata, ma ingiustamente accusata di “marachelle” compiute dalla sua amica: è Benji a lanciare un martello al professore di educazione tecnica, è Benji a colpire con lo stesso martello il padre e a consigliarla di scappare di casa; è sempre Benji a schernire il terapeuta che la tiene in cura quando viene ricoverata in una clinica psichiatrica.

Finché un giorno, alla soglia dei 17 anni, qualcosa cambia e la proiezione della sua mente sembra disgregarsi. Ha finalmente la sensazione di poter fare a meno di Benji. Sente la sua mancanza nei primi giorni del distacco e il senso di solitudine la attanaglia, ma poi trova la soluzione al suo problema, quella più facile ed immediata per una ragazzina: prendere un cane. Il nuovo Benji.   

La messa in scena dello spettacolo presenta alcune carenze, che lo privano dello slancio necessario, rendendo il risultato finale un po’ piatto. Ed è un peccato che non riesca così ad esaltare la bravura degli interpreti: alla D’Amico fa da spalla un altrettanto incisivo Gabriele Portoghese, nei panni di Benji. Una scelta – quella di proporre un maschio nei panni di un personaggio femminile – che aumenta le ambiguità della vicenda.
Rimane comunque un lavoro con un grande potenziale, per ora non sempre esplorato, che tocca i picchi più alti nei giochi dei due protagonisti, nelle loro rincorse, negli scherzi e nelle liti che finiscono in dolci riappacificazioni.

Benji
testo: Claire Dowie
traduzione: Anna Parnanzini e Maggie Rose
regia: Valentina Rosati
con: Silvia D’Amico, Gabriele Portoghese
scena e costumi: Marianna Peruzzo
luci: Camilla Piccioni
scelta musicale a cura di Bel Teatro
durata: 1h
applausi del pubblico: 2′

Visto a Milano, Teatro Ringhiera ATIR, il 15 maggio


 

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