Benoît Lachambre in mutazione con Daniele Albanese

Snakeskins di Benoît Lachambre

Snakeskins di Benoît Lachambre

Endless dance. Quando finisce uno spettacolo? Dove ha inizio? Che cos’è un solo? Queste le domande che “Snakeskins”, l’ultimo “falso solo” di Benoît Lachambre, può suscitare nello spettatore che vi assiste a Fabbrica Europa.

Partendo dall’impatto visivo con l’opera e il suo apparato scenografico, interamente giocato su simmetrie e focalizzazioni, corde elastiche e puntelli, sarà impossibile non affiancare a questa visione la lettura intertestuale e il coinvolgimento multisensoriale conferiti dalle altre presenze sceniche, collegate alla prima come riflessi eterogenei del medesimo significato.

Accanto a Lachambre si troverà da una parte Hahn Rowe e le sue improvvisazioni sonore, prevalentemente costruite su chitarra elettrica e violino ma intessute in un gioco polistrumentale di lamiere, fiati, voci e campionamenti, e dall’altra Daniele Albanese.
La presenza di Albanese all’inizio è apparentemente estemporanea, giocata su contrasti drammatici attirata com’è nel campo magnetico delle iniziali mutazioni del ballerino e coreografo canadese, ma in contrasto coi suoi esercizi sulla massa e sul volume del corpo; muterà poi notevolmente morfologia e gravità nella rappresentazione, ampliando quegli squarci di ambiguità che man mano andranno a crearsi all’interno di un organismo coreografico in mutamento.

Il titolo, “Snakeskins” si ispira a un esercizio costruito per la sua attività laboratoriale chiamato “water snake”: “Un’ondulazione, un’oscillazione della colonna vertebrale che crea delle onde, come quando un serpente nuota in acqua – spiega Lachambre – È un esercizio molto complesso, che lavora sull’apertura di spazi interni per dissolvere la sensazione di apertura di uno spazio interno e integrarlo allo spazio esterno. In questo modo sono arrivato alla muta, come modalità di trasformazione continua, costante”.

Questo spunto pedagogico si dispiega però, nello spettacolo, non come lavoro prettamente fisico, giocato sulle tensioni e gli equilibri del corpo del performer – inizialmente imbragato e collegato a un’impalcatura di cavi tesi a raggiera, che da una struttura a fondo palcoscenico si protendono in direzione del pubblico, poi sospeso e appeso tra gli interstizi e le linee della stessa come un ragno alla sua tela – ma soprattutto a un livello interno al corpo del danzatore, inserito in un concerto scenotecnico distribuito su più piani e un sostrato fortemente simbolico, riferito al concetto di identità.  

La gigantografia mobile di una foto di Christine Rose Divito – che vedremo frammentarsi in tessere proprio come un puzzle – e le maschere che i tre indossano a turno nel ‘play’ svelano, infatti, un sottotesto nemmeno troppo implicito al cambiamento di pelle e di costumi del solo, evocato con più forza ma anche con maggiore ambiguità nel riferimento a “the game the ancients plays”. Un gioco degli antichi considerato anche in un’accezione del tutto moderna, doppiamente riferito alle figure ritratte nella fotografia della Divito (scelta dalla serie “This is reality” e frutto non di una rielaborazione con photoshop ma di uno scatto in fomato 35 mm., un  profilo ancestrale nel lato scuro della foto): un volto che ispira a Lachambre un richiamo alla cultura Maya più volte ribadito dall’autore, e che viene affiancato dalla figura di un ragazzo, svelato da un corridoio di luce fra le mura di due palazzi, con una palla da basket tra le mani.

Due profili diversissimi, quindi, che vengono così ricollegati sotto il segno di un contrasto identitario, oltre che simbolico. “Nella mitologia Maya l’anno 2012 segna la fine dell’era del quinto sole – prosegue Lachambre – Dopo di essa verrà Kukulkan, il serpente piumato. Esiste un rituale in cui una pallina viene lanciata attraverso un cerchio di pietra, contrassegnato con i simboli e appeso su una parete, come se fosse un anello di basket, ma appeso verticalmente. Gettare la palla attraverso questo cerchio annuncia l’eclissi del sole e la venuta di Kukulkan”.

Ecco allora, dopo plurime ed eterogene invocazioni al cambiamento, chiarirsi i richiami numerici all’interno dello spettacolo, mentre due identità e due forme contigue cominciano a sgretolarsi, esplodendo in una molteplicità di riferimenti. Lì il movimento si libera nel tanto agognato flusso continuo delle sensazioni, dove ogni corpo è uno spazio, e dove i corpi di Albanese e Lachambre, e i suoni di Rowe, incrociano e influenzano le proprie traiettorie. Partendo dalla scena, passando sopra, sotto e dentro quel fuoco iniziale di linee, i ballerini si spingono fin dietro di esso e poi dal backstage all’uscita posteriore della Stazione Leopolda. Senza soluzione di continuità, impegnati in una danza che sembra non dover aver mai fine.

SNAKESKINS 
concept, coreografie e interpretazione: Benoît Lachambre
con la partecipazione di Daniele Albanese
compositore e musica dal vivo: Hahn Rowe
assistenti artistici: Daniele Albanese, Hanna Hedman
costumi e accessori: Alexandra Bertaut
foto: Christine Rose Di Vito
luci: Yves Godin
direttore tecnico: Johannes Sundrop
direttore di scena: Erwan Masseron
produzione: Par B.L.eux, Montréal
coproduzione: Kunstenfestivaldesarts, Bruxelles; PACT Zollverein – Choreographisches Zentrum NRW, Essen; Atelier de Paris-Carolyn Carlson et CDC Paris Réseau/centre de développement chorégraphique; SNDO, Amsterdam; La Bâtie – Festival de Genève; Musée de la Danse / Centre Chorégraphique National de Rennes
con il sostegno di Théâtre de la Bastille, Parigi; Ville de Paris – programme de résidence à la Cité internationale des Arts, e la partecipazione della Compagnia Stalk, Parma
durata: 60’
applausi del pubblico: 7’

Visto a Firenze, Stazione Leopolda, l’11 maggio 2013

 

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