Berardi / Casolari. Elegia della grande guerra

Berardi in La prima, la migliore (photo: Raffaella Cavalieri)
Berardi in La prima, la migliore (photo: Raffaella Cavalieri)

Una satira penetrante sulla stupidità e sulla violenza della guerra. Una riflessione delicata e amara sulle logiche di potere, sul cinismo di chi tratta gli uomini come marionette, i soldati sono carne da macello.

È il romanzo di Erich Maria Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale” a ispirare la pièce teatrale “La prima, la migliore”, testo e regia di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari, con Gianfranco Berardi, Gabriella Casolari e Davide Berardi. Un titolo affilato e paradossale per questa produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, che abbiamo visto al Teatro Elfo Puccini di Milano.

La Grande Guerra fu una tragedia che sconquassò l’Europa e inghiottì vite a palate.
È una luce fioca a squarciare il buio sulla scena. Berardi, anfibi ai piedi e divisa grigioverde, descrive la crudeltà del conflitto attraverso gli occhi di un giovane soldato. Narra ferite ancora aperte nella memoria collettiva, ed è passato un secolo. “La prima, la migliore” è un mix contraddittorio d’idealismo e disillusione, di fatiche e velleitarismi. E richiami al presente, a tratti superflui.


La scena è uno schermo polisemico. È lastra di ferro, come le improbabili armature che provavano a difendere i soldati nella terra di nessuno; oppure è vela squarciata dalla tempesta di granate. Sembra radiografia di teschi, ma è anche barricata agli sguardi e agli attacchi nemici.
Corde rigide come reticolati, elastiche come fionde, come bende sugli occhi. Bandiere come drappi, allegorie della retorica nazionalista e di una pietas di facciata. Nelle coreografie che vivacizzano la messinscena campeggia la cecità. Ma qui la cecità, prima che condizione fisica, è metafora di sguardi insensibili al dolore, di scelte dall’alto che trattano uomini nel fiore degli anni come soldatini di piombo. La cecità, in guerra, è categoria dello spirito. Ciechi i carnefici, cieche le vittime. Uomini striscianti come topi: come talpe annaspavano verso la morte nelle viscere della terra. Sangue, fango, neve. Le scarpe si sfaldavano.
Una pioggia di palle di carta si rovescia sulla scena come bomba a grappolo. Luci stroboscopiche sono lampi sinistri. Barlumi squarciano la notte come bengala.

La colonna sonora di Davide Berardi è un susseguirsi di sonorità elegiache. Si alternano clangori metallici, esplosioni sinistre. Ma il musicista riproduce anche canti di tenerezza naif: una nenia della tradizione abruzzese; oppure sequenze di una tarantella del Gargano. “Lu tamburru de la guerra”, brano popolare di Domenico Modugno, ci ricorda che la guerra è tragedia senza coordinate spazio-temporali. Era il 1955, l’Italia si preparava al Boom.

«Oggi, nella patria della nostra giovinezza, camminiamo come viaggiatori di passaggio. Gli eventi ci hanno consumato. Siamo divenuti accorti come mercanti, brutali come macellai. Noi siamo più spensierati ma atrocemente indifferenti. Sapremo forse vivere nella dolce terra, ma quale vita?».

“La prima, la migliore” è uno spettacolo anarchico e a tratti enigmatico che spazia tra diversi registri. Si passa dal monologo solenne, commovente, a momenti d’avanspettacolo. Il duo Berardi-Casolari richiama un’epopea ipocrita. Seguono sequenze di fisicità cameratesca: cesure ilari, per esorcizzare la morte.

Personaggi come maschere grandiosamente negative. Opportunismo snervante di politici imbonitori. Berardi, ispiratissimo, sviscera l’assurdità nazionalista per concludere che gli uomini sono fratelli di là dalle divise che indossano. Si sofferma sulle condizioni di vita disumane. Oppure, con piglio esistenzialista, s’interroga sul senso di vuoto e assurdo che la guerra produce nelle coscienze. Gabriella Casolari, comprimaria in sordina, incarna il lato grottesco dello spettacolo, con scenette beffarde. Ma propone anche, avvolta in un cono d’ombra, una meditazione tutta femminile sulla crudeltà della guerra: tragicommedia del vivere, epos derisorio del morire.

LA PRIMA, LA MIGLIORE
testo e regia: Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari
con Gianfranco Berardi, Gabriella Casolari e Davide Berardi
produzione: Emilia Romagna Teatro Fondazione

durata: 1h
applausi del pubblico: 4’

Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 18 febbraio 2017

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