Biennale College – Danza: oltre la scena, prima della vita

Invenzioni - coreografia di Alessandro Sciarroni (photo: Akiko Miyake)

Invenzioni – coreografia di Alessandro Sciarroni (photo: Akiko Miyake)

Un programma multiforme e articolato come quello della tre giorni (28, 29 e 30 giugno) veneziana di Biennale College-Danza sembra apparentemente sottrarsi a qualsiasi tentativo, da parte di chi vi abbia assistito, di resoconto organico.
L’insieme di esperienze, visioni, immagini e discorsi che Virgilio Sieni ha fatto confluire attorno alla prima tappa pubblica del suo triennio direttivo della Biennale Danza può, sulle prime, indurre un certo smarrimento, come quando si cerca di guardare un quadro tutto intero e l’occhio schizza impazzito ed entusiasmato da un dettaglio all’altro.

Basta però mettersi in cammino, attraversare i luoghi e incontrare i corpi che costituiscono il colto ma accogliente progetto di Sieni – dal significativo titolo “Abitare il mondo” – per capire come esso assuma il ruolo di una fondamentale premessa di metodo.

Una premessa, spesso, non si fa tanto per fornire risposte o rivendicare traguardi raggiunti, quanto per indicare la strada (o le strade) che si intende percorrere.
Solo che, con la danza, gli intenti non possono essere dichiarati. Vanno mostrati, resi oggetto di visione. Esposti, in un certo senso.

È forse per questo che, penetrata nelle membra di una città per molti versi sdegnosa e respingente come Venezia, Biennale College – Danza si è presentata prima di tutto come una costellazione di luoghi in cui mostrare cosa può diventare un corpo, sia esso giovane o anziano, allenato o impacciato, nel momento in cui si lascia permeare, riplasmandolo, dal gesto danzato e accetta, attraverso la danza, di parlare alla città e ai corpi degli altri in maniera inusuale, extra-ordinaria, forse più intima e inquieta.

Perché, prima di salire in palcoscenico, la danza è una pratica. Un esercizio continuo che consente l’acquisizione di abilità e la maturazione delle proprie consapevolezze: stare nel proprio corpo e col proprio corpo in modo tale da riconoscerne la storia, i vizi e le anomalie, rendendosi tuttavia sempre disponibili al cambiamento, mettendosi in gioco e correndo dei rischi.

La dimensione della pratica, in un Paese che, come il nostro, ha culturalmente sempre nutrito un pregiudizio nei confronti delle arti del movimento, è l’unica capace di stabilire un ponte fra l’ordinaria centralità della vita e l’eccezionale marginalità dell’arte, dal momento che – per citare le parole della coreografa Ambra Senatore contenute nel bel catalogo dell’evento – “Perché ci sia danza, ci deve essere corpo e desiderio di danza; possono aggiungersi, ma non sono necessari, altri mezzi: per questo la danza è di tutti e per tutti”.

E una danza di tutti e per tutti, che abbia un peso, un senso e una dignità di esistenza non solo per gli amanti del settore ma per la “polis” nel suo complesso, è quella ha in mente Virgilio Sieni.
È quella di chi la fa, o inizia a farla, per professione, come nel caso di coreografi già affermati – Michele Di Stefano, Alessandro Sciarroni e Arkadi Zaides – chiamati a creare delle performance per gruppi di giovani danzatori, o quello delle sei giovani autrici (Lorena Dozio, Stefania Rossetti, Sara Dal Corso, Caterina Basso, Elisa Romagnani e Tiziana Passoni) alle prese – nel progetto “Prima danza” – con le prime prove creative; o, ancora, quello delle cinque protagoniste di “Atleta Donna” (Iris Erez, Nora Chipaumire, Simona Bertozzi, Eleanor Bauer e Cristina Rizzo), ognuna delle quali ha abitato per tre ore lo spazio chiuso di una teca trasparente di cinque metri per cinque, esplorando la dimensione della durata e resistenza del gesto, dello sguardo altrui, dell’oggettivazione del proprio corpo in esposizione.

Atleta Donna - coreografia di Simona Bertozzi

La teca di Atleta Donna nella coreografia di Simona Bertozzi (photo: Akiko Miyake)

C’è, poi, la danza dei corpi quotidiani, di “Madri e figli” che, nella ricerca di un movimento fatto di intesa, sostegno e sollecitazione reciproca, fanno esperienza di una nuova possibile intimità; corpi di donne che, in “Visitazione”, trasformano la minuzia di gesti ordinari nello spazio fragile e vibrante in cui far scorrere messaggi di scambievole complicità, condivisione e comprensione; o, infine, corpi di preadolescenti che, pur conoscendo alcuni codici della danza, scoprono, grazie all’acquisizione di un “altro” codice, quello della danza contemporanea, l’ebbrezza e la poesia dell’abbandono del consueto, mostrandosi maturi senza mai provare a “fare i grandi”.

Allo sguardo esterno, quasi per sua natura incline a valutare la visione di tutte le esperienze che si connettono alle arti come se fossero “prodotti” artistici compiuti, non sfugge la poetica bellezza di molti fra i momenti che vedono protagonisti i cosiddetti amatori, e, allo stesso modo, si avvede dei passaggi non risolti, delle stanchezze e delle monotonie che si annidano in alcuni lavori pensati da e per dei professionisti, seppur spesso molto giovani.

Tuttavia, a fronte di quella che è comunque stata l’iniziale presentazione di un percorso in progress, quello che su cui vale la pena di riflettere è la solidità e il potenziale del progetto messo in piedi in questi primi mesi e preludio di un cammino ben più lungo.
Ancora una volta allora, trattandosi di danza, è il caso di “mostrare”.

La forza della scommessa lanciata da Biennale College – Danza, con la sua moltiplicazione di corpi, pratiche e saperi, trova una eloquente oggettivazione nei tre progetti “di piazza”, ideati dai coreografi Thomas Lebrun, Frank Micheletti e Virgilio Sieni con l’emblematico titolo di “Agorà”.
Penso però, in particolar modo, ad “Agorà-tutti”, creato da Sieni per un gruppo numeroso di amatori e professionisti, vero e proprio momento di esplosione collettiva di diversi caratteri e attitudini corporee.

La firma di Virgilio Sieni è tanto incisiva quanto appartata in questa “piazza” che accoglie la qualità dell’azione di ognuno fondendola con quella degli altri, in un susseguirsi di corse vigorose e di più pacati camminamenti, di abbracci dilatati nel tempo, di contatti lievi e timidi ma anche di corpi che si intrecciano in architetture di carne sostenendosi l’un l’altro.
Non una massa che danza, insomma, ma una comunità i cui membri si trasmettono l’azione quasi per contagio e per induzione, accorgendosi della meraviglia che riposa nel gesto dell’altro e sperimentando l’energia dello scatto e dell’arresto, della fuga e del ritorno.
Specchiarsi nell’altro e, nel gesto, riconoscersi.

Agorà-Tutti di Virgilio Sieni

Agorà-Tutti di Virgilio Sieni (photo: Akiko Miyake)

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