Biennale Danza 16. Da Maguy Marin e Trisha Brown ai giovani coreografi

Maguy Marin ha presentato a Venezia Duo d'Eden (photo: Davide Herrero)
Maguy Marin ha presentato a Venezia Duo d'Eden (photo: Davide Herrero)

Per il quarto anno consecutivo la Biennale Danza di Venezia (17-26 giugno) porta la firma di Virgilio Sieni.
E anche per questa decima edizione, sottotitolata “Senza il mio corpo lo spazio non esisterebbe” (citazione del filosofo francese Maurice Merleau-Ponty), il disegno artistico di Sieni fa pensare ad un sistema di co-appartenenza in cui il corpo, tanto spaziale quanto temporale, arriva sulla scena e la rende tale nell’istante stesso, né prima, né dopo. Una scena o spazio che, nella visione cara al coreografo toscano, può essere chiuso, dedicato e delimitato come un teatro, un museo o il salone di un palazzo, oppure aperto, inventato e attraversabile come un “Campo” o una “Corte”.
È la danza, in questo caso, che dà luogo all’avvicinarsi di quel corpo: un corpo cittadino, senza limiti di età, esperienza e provenienza, e per questo corpo politico, e corpo-mondo.

Ed è proprio per il lavoro di ricerca attraverso il corpo e lo spazio, definito da Sieni “un atlante di scoperte dove il senso dell’arte ha rivelato la complessità dell’uomo contemporaneo”, che alla coreografa Maguy Marin è stato assegnato il Leone d’Oro alla Carriera 2016.

Nata a Tolosa da genitori spagnoli fuggiti dal regime franchista, Maguy Marin è stata allieva di Maurice Béjart (fautore, come Wagner, di un “teatro totale” fondato sull’interazione tra danza, musica e parola), prima alla scuola del Mudra, poi nella compagnia del Ballet du XXe Siècle.
Ma è con “May B.”, un omaggio al mondo beckettiano considerato il suo capolavoro, che nei primi anni Ottanta diviene una delle protagoniste di punta della ‘nouvelle danse’ francese, imponendosi poi perentoriamente sulla scena internazionale.


A vederla dal vivo alla Biennale, la 65enne Maguy Marin, così paciosa e pacata nonostante la frettolosa e tiepida premiazione, e i disastrosi intoppi tecnici della serata a lei dedicata al Teatro Piccolo Arsenale, non sembrerebbe per nulla rimandare a quella trasgressività coreografica che, nel corso degli anni, le è stata più volte attribuita.

E neppure quel suo “Duo d’Eden”, tratto dalla coreografia “Eden” e presentato a Venezia dopo trent’anni dalla prima mondiale del 1986 a Angers, sembra proprio un paradiso.
Piove incessantemente. La semioscurità satura la scena.
La bellezza della nudità dei due danzatori non è reale, ma è data da una calza/muta che, coprendo anche i volti, li rende disumani e iperumani allo stesso tempo: la maschera di lui ha gli occhi aperti, fissi e spalancati su tutto ciò che esiste, mentre quelli di lei sono due fessure buie, chiuse di fronte a tutto ciò che potrà accadere.

L’uomo e la donna della Marin sono creature arrivate prima di ciò che abbiamo chiamato sentimento, passione, amore. Nella loro camminata c’è tutto il  processo di ominazione, nei loro primi abbracci scattosi e rapaci c’è l’intesa della carnalità priva di un vocabolario, mentre quel loro avvinghiarsi l’uno all’altro è la celebrazione di due gravità diverse e complementari.

Ma il maschile e il femminile di Maguy Marin, nel loro essere parte di un tutto, rivelano anche l’ingenua ambiguità di un “sistema solare” contemporaneo. Lui la prende e la sostiene, senza mai perdere il contatto con la terra, e la sua postura tende a farsi sempre più verticale, mentre il suo corpo è pronto ad avanzare inesorabilmente.
Lei invece perde la terra sotto i piedi, orbita attorno al torso di lui cercando un equilibrio tra forza e leggerezza, cade, sembra perdere la presa, poi gli si rigetta addosso, aggrappandosi alle sue caviglie per lasciarsi trascinare via.

Non è facile rintracciare la cifra di Maguy Marin nella visione di un solo spettacolo, e probabilmente “Duo d’Eden” non è nemmeno la più “potente” delle sue coreografie. Per riuscire a gioire di quella trasgressità tanto decantata sarebbe stato bello poter assistere a “May B.” (1981), o a “Cendrillon” (1985), la rilettura della fiaba di Perrault divenuta un classico della danza contemporanea, o ancora al politico “Les applaudissements ne se mangent pas” (gli applausi non si mangiano), che a maggio ha diviso il pubblico dell’Opéra de Paris. Peccato quindi per la mancanza di qualche approfondimento in più, con quell’unico incontro post premiazione che ha dato poco risalto alla coreografa.

Negli intensi ma circoscritti quindici minuti di “Duo d’Eden” ciò che viene trasgredito è sicuramente un ideale, ed è possibile rintracciare quel pessimismo dichiarato dalla coreografa, quel giocare tra il tenero e il grottesco, e uno sguardo poetico capace di affondare nella “macchia” dell’umano, che per Marin può diventare solo sempre più scura.

Le prossime quattro giornate di Biennale continueranno ad offrire diverse occasioni di spettacolo, sempre secondo una logica di co-abitazione tra pratica ed evento.
Da mattina a sera sarà possibile partecipare agli esiti coreografici dei workshop che hanno coinvolto 100 danzatori di diversa provenienza, ma anche ai brevi spettacoli che vedono danzare insieme i danzatori di Biennale College e i 70 comuni cittadini che anche quest’anno si sono messi in gioco rispondendo alla call.

E poi ci sono ancora le prime (assolute e/o italiane) di alcuni dei giovani coreografi ospiti di questa edizione, da Francesca Foscarini con “Back Pack” (il 23 e 24) a Gabriel Schenker con “Pulse Constellations” (23), da Daniel Linehan con “dbddbb” (23) all’italiana Annamaria Ajmone, che lo scorso anno aveva incantato tutti con la sua performance allo storico Squero di San Trovaso, in scena sabato 25 giugno al Teatro Tese dei Soppalchi con “Tiny Extended”.

Tra i “senior” Marina Giovannini presenterà in esclusiva “Duetto Nero” (24); in prima assoluta anche Adriana Borriello con “Col corpo Capisco” (24), mentre Thomas Hauert presenta in prima italiana “Zoo” (25).

Grande attesa, sempre sabato 25 giugno al Teatro alle Tese, per un’altra delle storiche coreografe della danza contemporanea: Thrisha Brown presenterà “Planes” (1968), “Locus” (1975), “Opal Loop” (1980) e “For M.G.: The Movie” (1991), che ripercorreranno le tappe artistiche della sua carriera dagli anni ’60 ai ’90.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *