Biennale Danza 18: il cuore di Marie Chouinard messo a nudo

Built to last di Meg Stuart (photo: Chris Van der Burght)
Built to last di Meg Stuart (photo: Chris Van der Burght)

Si è respirata un’atmosfera tiepidina attorno alla Biennale Danza 2018, nonostante la varietà e l’alto livello delle proposte in programma per questa dodicesima edizione, la seconda per la neo direttrice artistica Marie Chouinard, che di tiepido non ha proprio nulla.

Il festival è tornato a occupare unicamente gli spazi teatrali dell’antico e incantevole complesso dell’Arsenale di Venezia – che nella sua area espositiva accoglie già parte della Biennale di Architettura 2018 “Freespace”- vanificando però l’apertura della danza verso la città, i suoi campi e campielli, e soprattutto verso la gente, anche di passaggio: quella sorta di incursione urbana a cui ci eravamo abituati negli ultimi anni, e che sarebbe meglio chiamare condivisione, disseminazione o ancora commistione urbana, dato che la gente ama la danza – si è visto anche qualche settimana fa con il successo dell’iniziativa OnDance firmata da Roberto Bolle a Milano.

E come del resto ha messo nuovamente in luce anche l’ultimo spettacolo che ha chiuso questa Biennale (peccato che la presenza del pubblico fosse scemata), e che possiamo far rientrare in quella fascia di processi o best practises, sempre più consolidati, di audience engagement/development/reception, ossia di uno spettacolo che si pone come obiettivo la partecipazione attiva, il coinvolgimento, l’inclusione del pubblico.

“Thank you for coming: Attendance” è il terzo di una serie di lavori “fatti con te e per te” su cui la coreografa americana Faye Driscoll lavora dal 2012.
La performance, pur avendo una struttura ancora da calibrare e raffinare qui e lì (per mantenere alto il valore artistico del lavoro), ha reso evidente, ancora una volta, quanto anche lo spettatore più timido e schivo frema per essere parte di un processo, più o meno spettacolare, che lo conduca ad altro, oltre a quello che già conosce di sé.
Nel lavoro di Faye Driscoll la sfera di azione della performance si radica lentamente oltre il palco, smantellandolo in senso letterale, mentre altrettanto lentamente, lo spettatore, in sibillina attesa di sentire nominare il proprio nome (che ognuno ha dovuto fornire all’ingresso) o di saper cosa fare degli indumenti che ha dovuto indossare, o degli oggetti che stringe tra le mani, viene incluso nel tessuto drammaturgico della performance. E’ un rischio condiviso. Il corpo del danzatore in continua azione performativa mette alla prova la sua capacità inclusiva, e l’abilità di far sembrare scanzonata la relazione che instaura con lo spettatore, includendolo in ogni passaggio evolutivo, in situazioni di presenza e assenza reciproca. E lo spettatore, in qualità di attrezzista, e co-autore per l’imprevedibilità delle sue azioni ed emozioni, contribuisce a dare forma al progetto: una danza collettiva, una sorta di “albero della vita” artigianale, che allo stesso tempo è un atto sociale e politico, in cui non viene mai meno, in questo caso, la gioia di esserci.

Di altra natura, ma pur sempre coinvolgente ed emozionante, è stata la gioia della coreografa e danzatrice capoverdiana Marlene Monteiro Freitas, che – emozionatissima e con ancora addosso i vestiti imbrattati di colore e sudore del suo folle “Bacchae – Prelude to a Purge” – ha ricevuto il Leone d’Argento tra un tripudio di applausi (moltissimi gli spettatori alzati in piedi).
Nelle sue “Baccanti” la coreografa attinge a piene mani dal teatro dell’assurdo, per come racchiude e concentra in una danza – che è anche concerto vocale, strumentale, fisico – folle, grottesca, surreale, densa e articolata, tale da rendere arduo ogni tentativo di messa in ordine e descrizione, l’alienazione e il delirio dell’uomo contemporaneo, la solitudine, l’essere messo costantemente alla prova, la difficoltà e l’impossibilità non solo di comunicazione, ma anche di scelta. Un universo deformato e deformante. Sono attimi di quotidianità smontati e ricuciti in modo frankensteiniano, con un pizzico di beffarda crudeltà, dall’effetto comico e tragico, ma mai pornografico e né troppo cupo o deprimente, a volte solo apparentemente lieve. Non a caso, la danza e la musica confluiscono in un interminabile Bolero, che Ravel ha costruito su un ritmo e tempo invariabili, con una melodia uniforme e ripetitiva, e un crescendo progressivo che, in questo caso, arriva all’esasperazione, lasciando allo spettatore la possibilità – proprio come voleva Ravel – solo di “prendere o lasciare”.

La consegna del Leone d'Argento a Marlene Monteiro Freitas (photo: Rita Borga)

La consegna del Leone d’Argento a Marlene Monteiro Freitas (photo: Rita Borga)

Particolarmente articolato, di non facile approccio, per l’elevato grado di ricerca e la commistione tra musica, danza, video, installazioni, è stato “Built to last”, il lavoro presentato da Meg Stuart, premiata con il Leone D’oro alla carriera. Una carriera ancora in itinere, come ha lei stesso voluto ricordare, non senza imbarazzo, durante la cerimonia di premiazione.

Sono ancora poche le occasioni di incontrare in Italia la coreografa e danzatrice americana, che invece lavora in modo stabile tra Bruxelles, dove nel 1994 ha fondato la compagnia Damaged Goods, e Berlino.
La sua è una ricerca complessa, di ampio respiro, che spazia e va a raspare, grazie alla collaborazione con diversi artisti, nel mondo della letteratura, del teatro, della musica, delle arti visive. Nella motivazione del Leone d’Oro si fa riferimento infatti alla sua “capacità di sviluppare un nuovo linguaggio e un nuovo metodo a ogni creazione”.

In “Built to Last” Meg Stuart mette la sua indole per l’improvvisazione (aspetto fondamentale della sua pratica) in relazione con l’imponenza della musica classica, quella di Beethoven, Rachmaninov, Schönberg, che il musicista e compositore Alain Franco (drammaturgo musicale anche di un altro Leone d’Oro, Anne Teresa de Keersmaeker) ha saputo sapientemente combinare con sonorità contemporanee.
E’ un incontro pacifico: la monumentalità di certa musica è una certezza; ma come si comporta, come agisce e reagisce l’uomo a una tale imponenza che sembra destinata all’eternità, quando il corpo, come gran parte di ciò che nasce e viene costruito oggi, è materia in scadenza?

I cinque performer in scena non sembrano prenderla troppo sul serio. E’ questa la chiave per sopravvivere alla brevità dell’istante e all’inafferrabilità dell’eternità? Oppure è il perdersi, a cui sembra indotto lo spettatore dai diversi input visivi e sonori, e da quella distanza siderale che i movimenti dei performer, a volte maniacali, altre al limite dell’autocontrollo, o ancora primitivi, e messi di continuo fuori posto sembrano mantenere dalla esemplarità della musica?

Tutt’altra è la ricerca condotta invece dalla danese Mette Ingvartsen che con il suo “To come (extended)”, dopo aver condotto un’indagine storica e letteraria, indaga il labile confine tra sessualità e pornografia, tra spazio pubblico e privato, attraverso tre momenti distinti.

E’ un partouze a quindici, tanti sono i performer in scena, il primo dei tre atti su cui è strutturata la coreografia. Tutti vestiti con una tuta calzamaglia turchese che li ricopre dalla testa ai piedi.

Seguendo le linee di questi corpi celesti, che bucano il bianco adamantino della scena, e che in silenzio raggiungono le più svariate posizioni d’incastro, rimodulandosi di volta in volta senza soluzione di continuità, riempiendo completamente lo spazio, la visione erotica delle forme, e la sensazione di desiderio, intimo, emozionale, si trasforma in un’immagine patinata, ossessiva, spersonalizzata, sovraesposta, che ha l’effetto di creare una distanza glaciale tra corpo e sessualità, entrambi divenuti prodotti a uso e consumo altrui.
Nel secondo atto ad essere silenziato invece è il corpo. I performer, fermi di fronte al pubblico come in posa fotografica, con indosso solo degli auricolari, simulano un orgasmo a cappella, eterodiretto, lungo, lunghissimo, ripetuto, comico, parodico, se non ridicolo per quella sorta di medesima frequenza su cui viene tarato l’acme del piacere.
E’ nel terzo atto che la coreografa sceglie di liberare completamente il corpo da modelli sociali precostituiti, e lo fa attraverso una danza sociale, un ballo swing, effervescente e gioioso: i performer, completamente nudi, si scatenano in un energico lindy hop (ballo swing afroamericano nato negli anni tra gli anni Venti e Trenta, che ultimamente sta tornando a spopolare), in cui vengono meno le regole che vuole l’uomo “leader” e la donna “follower”, si balla a due, o da soli e basta. I corpi si incontrano, si sfiorano, si toccano, si incastrano, così come gli sguardi, i sorrisi, il sudore, gli odori: è una danza libera e liberata, di una bellezza coinvolgente, un vero afrodisiaco del corpo e dell’anima.

To come (extended) di Mette Ingvartsen (photo: labiennale.org)

To come (extended) di Mette Ingvartsen (photo: labiennale.org)

“Respirare, strategia e sovversione.” E’ il titolo pensato da Marie Chouinard per questa Biennale Danza, e che lei stessa dice di aver costruito con il cuore e non seguendo un’idea precisa. Una sorta di manifesto, che abbiamo scelto di raccontare attraverso il lavoro di queste quattro artiste, rappresentative non solo della grande presenza femminile del festival, come è già stato tanto sottolineato, ma di una creatività ampia, tenace, smisurata, per quanto riesce a uscire da codici prestabiliti e riconoscibili; del diritto e del dovere di osare, di opporsi politicamente e spiritualmente all’impossibile, della devozione e dell’anarchia artistica.

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