Biennale Danza 19. La relazione tra artista e spettatore: shibari o metafisica?

Bunny (photo: Andrea Avezzù)
Bunny (photo: Andrea Avezzù)

La stretta vicinanza tra danza e arte visiva, una sperimentazione radicale, un approccio multidisciplinare, nuovi momenti di intimità e connessione tra performer e spettatore: sembrano queste le caratteristiche privilegiate dalla direzione artistica di Marie Chouinard alla Biennale Danza di Venezia di questa edizione.
Per la coreografa canadese la danza e le arti visive sono le “forze trascinanti” dell’arte contemporanea. «Essere un coreografo, per me, è molto vicino all’essere un artista visivo – afferma – Il coreografo fa il testo, fa la regia, fa la direzione delle luci e della scenografia. E questo lavoro totale si avvicina molto al lavoro dell’artista visivo. Negli ultimi cinquant’anni la danza e l’arte visiva sono state al passo l’una dell’altra».

In questa magmatica relazione tra danza e arte visiva, il danzatore è l’artista del corpo e dello spazio, è il punto di partenza, colui che con la propria trasfigurazione esprime la vitalità dell’opera d’arte. Da qui, forse, l’eccentrico titolo scelto per questa tredicesima edizione: “ON BEcOMING A SmArt God-dESS”.
Ecco perché i Leoni di questa edizione si inseriscono a pieno titolo lungo questo pensiero artistico. Sia Alessandro Sciarroni (Leone d’oro alla carriera) che il duo Théo Mercier e Steven Michel (Leone d’argento) sono considerati dei creativi, degli artisti di formazione “mista” che utilizzano piani di lavoro sovrapposti, “extraterritoriali” rispetto alle convenzioni della danza.

Théo Mercier e Steven Michel nel momento della premiazione (photo: RIta Borga)

Emozionati, Théo Mercier e Steven Michel nel momento della premiazione (photo: Rita Borga)

Abbiamo già avuto modo di parlare di “Augusto”, lo spettacolo corale presentato da Sciarroni; il lavoro di Mercier e Michel è invece un assolo complesso che si propone di interrogare la mercificazione delle nostre vite, la standardizzazione dei nostri spazi vitali, e l’illusione della libertà di scelta propagandata dalle maggiori potenze industriali.
“Affordable Solution for Better Living” è lo slogan a cui ci affidiamo. Ecco allora un omino qualunque alle prese col montare un Kallax, lo scaffale più venduto dall’Ikea, che diventa un totem da venerare. Eseguire le istruzioni, questo è il compito: mettere insieme i pezzi, meccanicamente; adattarsi all’arredamento, al replicabile, alla mediocrità dunque. Rivestire di finta pelle il nostro tessuto connettivo.
“Affordable Solution for Better Living” è il ritratto amaro dell’uomo contemporaneo che inconsapevolmente si è arreso alla standardizzazione del suo habitat, dei suoi comportamenti, fino ad arrivare a desideri ed emozioni. Un corto circuito ininterrotto, dove costruzione è sinonimo di distruzione. Una sorta di “Black mirror” coreografico, interpretato magistralmente da Steven Michel.

In questo “spazio caldo”, interdisciplinare, anche la relazione tra artista e spettatore si fa più vicina, se non addirittura intima, come nel caso di “Bunny” del coreografo australiano Luke George, anche interprete con Daniel Kok. Una performance ispirata al bondage e alla tradizione dello shibari, pratiche erotiche in grado di procurare piacere sia a chi lega che a chi viene legato, e a chi resta a solo a guardare. Qui vengono richiamate nel loro essere non solo una forma artistica di legatura con corde – in questo caso dai colori vivaci ed eccentrici – e nodi, ma anche una “danza partecipata”, un momento totale di condivisione e complicità, non privo di rischi, che comporta la scelta implicita di assumere un ruolo di potere e di subordinazione.
La pratica richiede quindi un rapporto di totale fiducia tra chi lega e chi viene legato (una dozzina di spettatori hanno rivestito entrambi i ruoli, solo una persona tra loro ha rifiutato di sottoporsi alla pratica), un legame dove in teoria la necessità di proteggersi dovrebbe crollare sotto la sensazione di paradossale libertà e piacere che lo shibari è in grado di provocare.

La relazione tra artista e spettatore pretende di essere addirittura metafisica nel caso di “Blink mini unison intense wail” della performer brasiliana Michelle Maura – in scena insieme a Clara Saito – la cui ricerca è rivolta a raggiungere attraverso il movimento quello stato di estasi o di esperienza mistica solitamente indotto da sostanze stupefacenti, di cui in passato ha fatto uso.
Qui il pubblico dovrebbe essere guidato in modo inconsapevole a scardinare le proprie abitudini percettive attraverso una forma di eteroipnosi scaturita da un lungo e continuo movimento fisico ondulatorio e ipnotico, e da un lamento addomesticato su cui poggia la voce, che gioca tra l’acuto e il grave. La scintilla da cui tutto dovrebbe scaturire è quel piccolo e quasi impercettibile atto riflesso e intermittente del batter di ciglia (da cui Blink) che prolunga la sua eco nel corpo, nella voce e nel respiro delle due performer in scena. Ma il cui esito rimane comunque incerto.

A stabilire una relazione con lo spettatore più spensierata e divertente ci hanno pensato invece Nicolàs Poggi e Luciano Rosso con “Un pojo rojo”. Uno spettacolo che racconta, tra gag e azioni clownesche, l’antefatto di una storia d’amore tra due uomini: il corteggiamento.
Poggi e Rosso si cercano e si respingono, fronteggiandosi a colpi di virilità e vanità, immersi in un completo silenzio. Combinano l’esibizione atletica con quella teatrale – la preparazione tecnica è di alto livello – come in uno dei più divertenti e acrobatici incontri di wrestling a cui ci aveva abituato la tv negli anni 80, con una vena piccante in più, che amplifica ulteriormente il carattere umoristico della pièce.
Nel finale l’utilizzo live di una radio – di cui i performer scorrono i canali, ignari di ciò che potrebbero trovare – è il coupe de théâtre: il giornale radio, una canzonetta, una preghiera trasmessa da Radio Maria, o anche solo il fruscio del cambio sequenza diventano all’improvviso una drammaturgia sonora che a tratti si cala alla perfezione nella storia, in altri crea bizzarre idiosincrasie.

Dall’incontro tra la danzatrice e coreografa islandese Bár Sigfúsdóttir e il compositore e trombettista norvegese Eivind Lønning è nata invece “Tide”. Una performance in cui il movimento e il suono vorrebbero essere uno l’onda del e per l’altro, per dare vita a un flusso delicato e continuo, ma che è apparsa essere ancora a uno stadio di “accordatura” e di puro “esercizio”; sia la partitura corporea che musicale sembrano tuttora in una fase di piena ricerca e osservazione reciproca, in attesa di un livello di sviluppo superiore.

Every Body Electric (photo: Theresa Rauter)

Every Body Electric (photo: Theresa Rauter)

Pensando anche solo all’ampia partecipazione e alle domande rivolte alla coreografa nel post spettacolo, “Every body electric” di Doris Uhlich è il progetto coreografico che sembra aver più spiazzato il pubblico.
Lo spettacolo è una sferzata di energia pura, vulcanica, catalizzatrice e catartica.
Al ritmo di musica elettronica e techno, come in uno dei migliori rave, otto performer si mettono sfacciatamente a nudo, offrendo al pubblico il piacere di essere guardati, osservati, ammirati. Nessun pudore. Hanno tutti delle disabilità e si muovono con l’ausilio di stampelle, sedie a rotelle o grandi macchine elettriche. I loro corpi vibrano incessantemente per quasi due ore di spettacolo. Sembrano inarrestabili. I supporti diventano oggetti coreografici da smontare e utilizzare a proprio piacimento, oppure una vera e propria estensione del movimento. Quanta possibilità c’è nel corpo, quanto coraggio e voglia di andare oltre i propri limiti!
«Ogni uomo è un danzatore» ci ricorda l’autrice e pedagoga austriaca. Lo spettacolo non parla di disabilità o abilità, ma di energia, di corpo archivio, di bellezza e di danza, e di come ogni forma nel mondo sia sinonimo di unicità.

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