Biennale di Venezia: si apre oggi l’Arsenale Danza con Ismael Ivo

El box

El box (photo: sportivoteatral.com.ar)

Che fosse un periodo di crisi lo sapevamo bene. Ce l’avevano detto, l’avevamo capito, sperimentato, qualcuno tenta tuttora di combatterlo, con le armi che più gli si addicono. Se in passato è stata uno degli organi più ricchi, faro della cultura e della sua diffusione, ora anche la Biennale di Venezia mangia polvere, sotto i colpi severi della situazione generale.
Alla sala della Stampa Estera di via dell’Umiltà a Roma si tiene la conferenza di presentazione dei festival della sezione Danza e Teatro.
Il presidente Paolo Baratta spiega che le quote assegnate dal Fus alla Biennale sono state e sono grosso modo fisse. Se per i comparti Arte e Architettura il portafoglio si gonfia più facilmente, rendendo possibile l’organizzazione di atelier di alta caratura a livello mondiale, i fondi riservati a Danza, Teatro e Musica sono solo di 1.350.000 euro, di cui 80mila al primo settore e il resto agli altri due. Obiettivamente si tratta di cifre irrisorie.

«Bisogna allora pensare diversamente – riflette Baratta – Con scarse risorse si finisce per consumare meno, optando invece per un investimento». In questo caso parliamo di investimenti nel campo della formazione, della raccolta di nuove energie. Il progetto della Biennale è dunque quello di creare un vero e proprio centro di incontro in cui danzatori, maestri della regia, scenografi e coreografi possano creare il seme di una crescita reale. Allora partecipare a un laboratorio di alto prestigio diventa, secondo il presidente, un “momento di cimento con se stessi e con le proprie capacità”, un’alternativa alla semplice collezione di seminari che poi spesso non portano a nulla, sostituita invece con un momento di interazione reale, una fase di produzione che si attua direttamente a contatto con il maestro.
Eccolo qui il progetto: costruire negli spazi veneziani e nelle personalità che li abitano una fucina permanente (ché “il primo imperativo è la continuità”) in cui, nel caso dell’Arsenale della Danza (diretto dal coreografo brasiliano Ismael Ivo), i coreografi residenti stimolano i partecipanti ai laboratori di alta formazione a confrontarsi con nuove e diverse tecniche.

Stessa etica riguarda la gestione del settore Teatro (tuttora diretto da Álex Rigola), in cui una serie di laboratori con sette grandi registi della scena contemporanea porterà a relative produzioni, realizzate usando gli attori che hanno partecipato come “allievi”.


L’obiettivo di questa gestione “laboratoriale” è, secondo Baratta, innanzitutto quello di aprire la Biennale ad altre realtà omologhe, gruppi di ricerca e accademie che lavorano allo stesso modo in Europa e nel mondo, fino a creare “una sorta di Biennale College che rappresenti un momento formativo e di crescita professionale”. E poi quello di tornare ad avere un contatto diretto con il territorio e con il pubblico, tramite i progetti di “open doors” (sezioni aperte a conclusione dei laboratori, che sembra abbiano avuto molto successo) e le incursioni artistiche nel tessuto quotidiano (come le performance di danza portate sulle linee del vaporetto). Questo perché, “a mo’ di Carro di Tespi, l’arte va fatta circolare, perché il momento artistico è un momento festoso”.

Ismael Ivo, che si dice entusiasta di aver trovato un posto dove esercitare non solo un mestiere ma una passione, presenta l’Arsenale della Danza, che apre oggi, 11 maggio, con “Babilonia – Il Terzo paradiso”, coreografia dello stesso Ivo, esito del laboratorio con un gruppo internazionale di 25 danzatori, “prototipo di un nuovo tipo di dialogo e di esperienza fisica”: ispirata all’idea biblica della mescolanza di lingue, culture, arti, che caratterizza il mondo di oggi, ne è interprete la compagnia internazionale di giovani danzatori tra i 19 e i 24 anni, provenienti da tutto il mondo.
Seguono “Reform Club”, diretto da Michele Di Stefano di MK, esito del Corso di Teatrodanza della Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi; una coreografia della brasiliana Lia Rodrigues Companhia de Danças dal titolo “Pororoca” e “Talent On The Move”, spettacolo della Rotterdam Dance Academy/Codarts su coreografie di Regina van Berkel, Mauro Bigonzetti, Neel Verdoorn, Nacho Duato, Bruno Listopad, Jiri Kylian e Jerome Meyer/Isabelle Chauffaud. “Project, don’t look now” è il titolo della coreografia di Xavier Le Roy e Mårten Spångberg per la Performing Arts Research and Training Studios (PARTS) di Bruxelles, mentre l’evento clue potrebbe essere la nuova produzione in prima mondiale del coreografo franco-israeliano Emanuel Gat, “Brilliant Corners”.

Per quanto riguarda il settore Teatro, accanto alla parola festival si pone quella di Laboratorio Internazionale di Arti Sceniche. Secondo Rigola “la forma laboratorio concede la possibilità del contatto, qualcosa che va oltre la semplice ricezione dello spettacolo”, da qui l’intenzione di creare un vero e proprio campus, uno spazio, una “agorà scenica”. La selezione effettuata da Rigola già lo scorso anno è caduta su alcuni dei nomi di certo più rappresentativi del teatro contemporaneo, anche se non necessariamente i più inaspettati, anzi. Possiamo dire che la selezione di Romeo Castellucci, Jan Fabre, Thomas Ostermeier, Jan Lauwers, Ricardo Bartís, Rodrigo García e Calixto Bieito è stata strettamente legata alle possibilità laboratoriali offerte da tutti.

A questi nomi, cui per il festival (che sarà in scena dal 10 al 16 ottobre 2011) si aggiungeranno Virgilio Sieni, Stefan Kaegi e Josef Nadj, è stato commissionato un doppio lavoro: uno spettacolo di repertorio e una performance di 15 minuti da inserire in un mega-spettacolo sui sette peccati capitali. Quest’ultimo progetto, chiamato appunto “7 Sins” sarà un collage di visioni diretto dai sette registi che tra l’autunno 2010 e la primavera 2011 ha tenuto al Campus Internazionale di Arti Sceniche i laboratori di perfezionamento: 10 attori di ciascuna sessione verranno selezionati per questo nuovo progetto. Nel richiedere invece ai grandi maestri anche spettacoli del loro repertorio Rigola afferma di non aver voluto puntare sulla novità, sulla prima mondiale, ma piuttosto sull’eccellenza, sul “best of”, potremmo dire.

Così Ostermeier porterà “Amleto”, Lauwers “Isabella’s Room”, Bartís “El Box”, Castellucci “Sul concetto di volto nel figlio di Dio”, García “Muerte y reincarnación de un cowboy”, Bieito “Desaparecer”, Kaegi (in cartellone anche con il laboratorio sulla multimedialità Video Walking Venice) “Bodenprobe Kasachstan”, Sieni “Osso” e Nadj “Woyzech” (questi ultimi due terranno insieme un laboratorio sul movimento). L’unico vero debutto europeo è quello di Jan Fabre con “Prometheus Landscape II”, di ritorno dal debutto negli Usa.

Le altre attività del festival saranno un laboratorio di disegno e drammaturgia della luce diretto da Carlos Marquerie, uno sul video live con Álex Serrano, uno sulla recitazione del verso shakespeariano inglese e uno di scenografia (per la realizzazione delle scene di “El Box”) in collaborazione con lo IUAV veneziano. La scenografia sarà anche il tema di un ciclo di conferenze, condotte da Jan Pappelbaum, Jum Clayburgh, Margherita Palli, Nick Ormerod/Declan Donnellan e Anna Viebrock.

Un seguito è previsto anche per il progetto OctoberTest, che aveva portato sette giovani critici a raccontare i laboratori del Campus e che ora, con l’aggiunta di altri cinque selezionati, andrà a costituire, sotto la direzione di Andrea Porcheddu, una redazione stabile che redigerà un foglio quotidiano di critica e cronaca del festival. E per finire non potevano mancare, sotto il nome di Young Italian Brunch, le “giovani compagnie italiane”, stavolta inserite in una showcase in orario pranzo.

Una piccola riflessione è d’obbligo e riguarda la lieve contraddizione tra l’intenzione quasi bulimica di trasformare la dimensione festival in ambiente di laboratorio, in cui le energie si incontrano, si rigenerano, si ricreano da zero, senza però rinunciare a categorie antiche come “maestri” o “giovani”, di cui ancora non è del tutto chiaro il senso.

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