Biennale Musique en Scène: nelle nuvole di Lione l’arte è per tutti

Heiner Goebbels

Heiner Goebbels

Quattro giorni immersa nelle “nuages” della Biennale Musique en Scène di Lione.
Perché le “nuvole” sono il tema portante dell’edizione 2014, che fino al 29 marzo porta la musica contemporanea (ma non solo lei) nei luoghi di cultura della città francese.

E lo fa con quelle nuvole così importanti nel linguaggio classico dell’arte: nella pittura, nella letteratura… Le stesse nuvole oggi diventate “clouds”, a definire quel mondo virtuale che ci permette di essere qui e altrove contemporaneamente, quel mezzo che “riunisce” per un risultato comune.

Daniem Poussent, alla guida della Delegazione Artistica, ci spiega che il festival vuole essere proprio questo: il “ricettacolo” di quel nuovo modo di fare arte che è pluridisciplina, creazione a distanza, commistione di linguaggi. Specificità e mezzi chiamati a collaborare per un opera globale.
Proprio per questo l’ospite di questa edizione è Heiner Goebbels, artista tedesco contemporaneo multidisciplinare, capace di una contaminazione quasi totale tra le arti e, allo stesso tempo, in grado di lasciare allo spettatore la libertà  di “partecipare”.

Ecco allora che la nostra presenza a una Biennale di musica può non sembrare più così ‘fuori tema’, mentre i giorni lionesi vengono scanditi da visioni diverse capaci proprio di dialogare con lo spettatore.
Qualche esempio?

E’ lo splendido Celestin Theatre de Lyon ad attenderci per “Chants des guerres que j’ai vues”. Sulla scena un’orchestra di donne colorate e uomini in nero. Un’orchestra immersa nelle luci calde di abat-jour, come un salotto d’inverno.
Alla musica è abbinato il testo autobiografico della scrittrice Gertrude Stein (la scandalosa poetessa statunitense, musa di Picasso, che ora giace nel cimitero parigino di Père-Lachaise), scritto durante un soggiorno in Francia tra il 1942 e il ‘43.
Ciò a cui assistiamo non sono canti. Semmai visioni, e sono le stesse orchestrali a leggere il testo. Non propriamente attrici, e proprio per questo le parole diventano libere da restrizioni. Sono parole di donna che raccontano le difficoltà quotidiane ad affrontare i momenti di guerra, quella guerra che ritorna puntuale nella storia dell’umanità, a privarci non solo della libertà ma anche del cibo quotidiano… e allora allo zucchero si sostituisce il miele.

Il sabato mattino scorre tra le vie di Lione, fino al Museo Gadagne dove scopriamo, insieme a Damien Poussent e alla responsabile del museo, nel piccolo giardino sospeso, l’installazione dell’artista Jean-Battiste Barrière “Le Jardin des songes” (Il giardino dei sogni).
Due piccole grotte sono annesse al giardino.
Nella prima una stazione multimediale “cattura” i sogni: i visitatori, seduti di fronte ad un piccolo schermo, possono registrare (video e audio) i propri sogni. E per sogni si intendono non solo quelli notturni ma anche i desideri. Una raccolta di memorie e desiderata, quindi, che trasformate e integrate tra loro vanno a creare l’installazione vera e propria nella grotta accanto. Un grande quadro che non solo restituisce voci e immagini registrate, ma che interagisce con il visitatore captando la sua presenza e i suoi movimenti, lasciando apparire e scomparire le immagini come fantasmi immersi nel colore.
Difficile non farsi catturare. E sicuramente da consigliare una visita in solitaria per “giocare” con un’installazione che lascia affascinati.

Mi distacco allora dal gruppo e vado a depositare il mio sogno. Lo immagino oggi in una banca dati che riunisce quelli di migliaia di altre persone nel mondo. E’ infatti possibile registrarlo anche dal sito internet www.jardindessonges.org mentre la stessa installazione di Lione è presente, in questo momento, all’Università della Columbia.

Il Théatre National Populaire attende nel pomeriggio lo spettacolo “Stifters dinge” di Goebbels, letteralmente “Le cose di Dinge”.
Nasce come un omaggio allo scrittore tedesco Adalbert Stifter, la cui scrittura è caratterizzata da lunghe descrizioni della natura, con l’intento di costringere il lettore a prendersi il tempo necessario per attraversarla, così come si attraversa un bosco. E “Stifters dinge” ci costringe ad attraversarlo quel bosco, freddo, impervio e soprattutto deserto.
Nello spettacolo non ci sono attori né musicisti, ma un’installazione di cinque pianoforti che suonano, da soli, su una pedana che scorre su lunghi binario che percorrono la scena, il tutto sopra tre “piscine” piene di acqua e “sali”. Tutto si muove in autonomia. Un meccanismo di rumori e suoni ci accompagna in un cammino a tratti angosciante.
La natura narrata da Stifter e Goebbels si mostra nella sua forza, nel suo mistero. Mi lascio condurre attraverso la foresta. La pedana arriva lentamente verso la platea, quasi ad incutere timore, quasi a darci un monito, poi torna indietro lasciando scoperte le vasche dove l’acqua prima ribolle e poi defluisce, a lasciarci aperta una via. Esco con la sensazione che l’uomo abbia ancora da attraverso molte “foreste” prima di saper comprendere e rispettare il mondo che lo circonda.

Stifter's Dinge

Stifter’s Dinge di Heiner Goebbels

La Biennale Musique, insomma, non è solo musica. L’ultimo spettacolo della giornata prevede infatti danza all’École Nationale Supérieure des Arts et Techniques du Théâtre.
Titolo della serata “Threads”, per le pièce del coreografo di Taiwan Shang-Chi Sun con musica di Roque Rivas e video di Ting Hao Yeh. Tre momenti ci conducono ancora una volta verso quello che è il fulcro della Biennale: la contaminazione.

Roques Rivas è un artista cileno che arriva dagli studi di composizione elettroacustica e di informatica musicale al Conservatorio di Lione. “Mutation Of Matter” è il video, creato insieme a Carlos Franklin, che ci porta a New York, qui vista come una metropoli in un mix di diversità, follia e velocità. Si corre fulminei attraverso la città, dal basso verso l’alto, da nord a sud. Un video-clip fatto di immagini e suoni a cercare di ricreare quel coacervo di umanità che è la simbolica capitale degli Stati Uniti.

In “Traverse” troviamo il connubio tra la danza di Shang-Chi Sun e la musica elettronica di Ryoji Ikeda. Scopro così di aver visto la performance proprio a casa mia, a Torino, durante il Festival Interplay, ma presentata in uno spazio urbano.
“Traverse” è un solo di danza pura senza distrazioni. Il movimento di Shang-Chi è una compenetrazione profonda tra la “regola” e l’impulso. Tra Oriente e Occidente. Le luci studiate dal danzatore insieme a Hans Frundt sono superbe, riescono ad essere un personaggio in più sulla scena.

A chiudere la serata è proprio “Threads”. Sulla scena due danzatori, Annapaola Leso (giovane italiana che vive a Berlino) e Rubens Reniers (Indonesia).
“Threads” è qui utilizzato come “filo di unione” e allo stesso tempo come termine informatico che definisce il complesso numero di operazioni di un computer. Ecco allora i danzatori muoversi portando ai polsi bracciali che catturano e analizzano i movimenti trasformandoli in suoni ed immagini. Il corpo diventa strumento globale.  
A inizio della serata, in un breve momento di confronto con il pubblico, il coreografo aveva ammesso come all’inizio del lavoro fosse stato difficile non essere condizionato da tale strumentazione, di come erano troppi gli stimoli da tenere in considerazione. Da spettatrice provo in fondo la stessa cosa.

Il sabato sera a Lione finisce a cena. Tutti insieme: staff, giornalisti, danzatori, direttori e presidenti di teatro mischiati ad amici. Non posso non pensare alla sostanziale differenza tra Italia e Francia, a quella serpeggiante supponenza intellettuale che pervade certi ambienti della cultura italiana. Nonostante sia in mutande.  
Non amo la grandeur francese, il loro nazionalismo sfegatato, e sicuramente preferisco di gran lunga la cucina e i vini italiani. Eppure, caspita, per loro la cultura è davvero importante, importante perché è un bene comune, perché è crescita, ma non per pochi. Per tutti.
 

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