Binasco e la “visione cieca” di Molly Sweeney

Photo: Luigi De Palma
Photo: Luigi De Palma

Il confinamento da Covid ci ha imposto di adattarci a spazi a noi finora inconsueti: individuali, distanti, super igienici. Le sopite energie vitali sono tornate a prorompere solo quest’estate, eppure qualcosa di quella claustrofobia ancora aleggia inquietante. Riprendere fiato dopo un’emergenza pandemica ha del balsamico e dell’insolito insieme, come qualcosa a cui doversi progressivamente riabituare. Noi, del mondo pre-Coronavirus, abbiamo una cognizione totalizzante poiché era vita – la nostra vita in toto. Come deve invece apparire il mondo e i suoi sensi a chi non ne ha mai avuto esperienza prima?

Si potrebbe in un certo senso dire che anche “Molly Sweeney” di Brian Friel, il nuovo spettacolo prodotto dallo Stabile di Torino e diretto da Valerio Binasco, parla di una “grande mutazione”.
Molly (Orietta Notari), cieca dall’età di dieci mesi, ha ricreato nel suo buio un mondo fatto di odori, tatto e fiori soltanto immaginati (il suo preferito è il baby blue eyes; e poi «petunie, dozzine e dozzine»). Il marito Frank (Andrea Di Casa), ometto dai gusti bizzarri e dal facile entusiasmo, consulta ogni enciclopedia e documento scientifico possibile per ricongiungere nella mente dell’amata Molly la connessione tra sfera tattile, percettiva e visiva. Cerca per lei la luce, il colore, la forma – cerca per lei la vista. Così approda all’ambulatorio dell’oftalmologo Mr. Rice (Michele Di Mauro), luminare della scienza oculistica ma naufrago in un mare di depressione e whiskey.

Il medico è affascinato e al contempo sbigottito da tutta quella vibrante speranza e decide che sì, potrebbe provare a riedificare quel mondo fatto di sensazioni «che, comunque, niente avrebbero guadagnato dalla vista». Poco ha da perderci, in fondo: la sua carriera brilla, ma la moglie lo ha abbandonato per fuggire con un collega; le figlie ricevono le sue lettere senza rispondere (ma avendo cura di prendere i soldi nelle buste) e se c’è bisogno di stordirsi la bottiglia non manca mai.
Anche Mr. Rice non ha visto, a suo tempo, e ora tutto gli sfugge fra le mani.

L’oftalmologo compie così il prodigio: ridona la vista a Molly. Ma la donna non regge il peso visivo del mondo: ha nostalgia di casa, non sopporta l’esilio dal suo confortante cosmo di sensazioni. Regredisce così a quello stato che gli specialisti definiscono blindsight, «visione cieca»: il soggetto riceve e localizza spazialmente gli stimoli esterni ma non li percepisce consciamente.
Molly si reclude in una nuova cecità autoindotta, che la imprigiona lontana da una realtà finalmente tinteggiata ma terribilmente ostile; meglio tornare all’ombra, meglio tornare al giardino del padre solo indovinato. Si chiudono così alle sue spalle le porte dell’ospedale psichiatrico, dove tra l’altro è rinchiusa anche sua madre, e così Molly, paradossalmente, “rincasa”.

Dopo “Una specie di Alaska” è di nuovo Oliver Sacks (prima mediato da Pinter, qui da Friel) a offrire linfa d’ispirazione a Binasco per raccontare complessi e conflittuali ritorni alla vita.
Già la concezione dello spazio scenico e la distribuzione degli oggetti restituiscono un’idea quasi manichea di tenebra e luce, speranza e afflizione, casa e isolamento: se il gioco del vedere-non vedere è la dicotomia alla base dell’opera, Binasco ha cura di marcarla accostando la stanza del medico alla cucina degli Sweeney, unici ambienti rappresentati sul palco.

Tutto il resto lo fanno gli interpreti, intensi e terribilmente umani nello scivolare nell’abisso dei sensi: Notari è di una dolcezza e un candore magistrali, dai quali pure trabocca tanto la forza di “volontà e rappresentazione” della protagonista quanto il disperato smarrimento negli estranei contorni del mondo. Di Mauro è imprescindibile nella sua accorata desolazione (la voce dà i brividi anche quando strascica nei momenti di ubriachezza del dottore) e con la Notari sono di una bellezza quasi fanciullesca quando si abbracciano nell’ospedale psichiatrico. Di Casa convince e fa sorridere nella resa della balbettante eccentricità del marito – e sorprende nel cedimento nervoso quando Frank s’accorge di non avere più il controllo delle fantasmagorie di Molly.

Binasco lascia che i suoi attori si prendano cura del testo, dei gesti, dei silenzi: la sua regia nulla trascura e tutto mette in luce nell’intelligente orchestrazione di ogni elemento della messinscena. Certamente “Una specie di Alaska” aveva un ritmo diverso, assai più dinamico, ma è indubbio che nel semplice e tremendo racconto dell’involuzione di Molly si è dimostrato (ancora una volta) come anche una sbalorditiva conquista scientifica possa paradossalmente ricondurre alla contraddizione e all’obnubilamento. La conclusione è tristemente assurda: per difendersi dal mondo si può scegliere di rifiutarlo.
In scena fino al 13 settembre.

MOLLY SWEENEY
di Brian Friel
traduzione Monica Capuani
con Orietta Notari, Michele Di Mauro, Andrea Di Casa
regia Valerio Binasco
scene e luci Jacopo Valsania
costumi Sandra Cardini
assistente alla regia Giordana Faggiano
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

durata: 1h 30’

Visto a Torino, Teatro Carignano, il 5 settembre 2020
Prima nazionale

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