Black milk: Hermanis e quello che non siamo (più)

I protagonisti di Black Milk (photo: Gints Mālderis)
I protagonisti di Black Milk (photo: Gints Mālderis)

Sei attrici interpretano per quasi tutto il tempo il ruolo di mucche. E un attore. Il toro.
Viene quasi da immaginare il momento in cui il regista ha svelato la drammaturgia ed ha assegnato le parti. Dopo due anni di ricerche in giro per le campagne della Lettonia, in quella terra contadina dove fino alla generazione scorsa la vita nei campi era la norma e dove il possesso dell’animale era normale, in un rapporto simbiotico con il ritmo di vita dei campi.
Il rapporto fra uomo e animale nella campagna lettone. Questo. Per un’ora e mezza.

Eppure parliamo di una delle proposte più emozionanti e raffinate della stagione teatrale milanese, l’ennesima (e non ultima visto che si aspetta il finale con Rodrigo Garcia a fine mese) al Crt che, guardando nel complesso, ha forse proposto agli spettatori del Teatro dell’Arte la stagione di respiro internazionale più alto, a Milano. Da Hermanis a Papaioannou, da Wilson a Garcia, per non parlare della scena italiana: una felice sorpresa dopo alcune stagioni difficili. La ristrutturazione non è stata, evidentemente, solo esterna.

Ma torniamo alle attrici che, impugnando lunghe trecce fatte di crine umano, le girano a mo’ di coda e, caracollando sulle gambe, si agitano per il palco-recinto.
Nella interazione con questo o quell’attore, cui di tanto in tanto viene destinato qualche cammeo “umano”, le bestie rivelano, in una serie di scene di vita quotidiana, la transizione della società lettone da un passato agricolo ad un futuro incerto, quasi una maledizione, simboleggiata dal latte nero che dà il titolo allo spettacolo. Uno schema narrativo di immagini legate per analogie poetiche utilizzato di frequente, quasi un montaggio narrativo, che ricorda quel “Shukshin Stories” che il pubblico milanese aveva potuto vedere nella stagione 2011 al Teatro Franco Parenti.


E infatti Shukshin è scrittore della tradizione contadina, che raccontava il passaggio nell’Europa dell’Est dopo la caduta dell’impero sovietico: dall’immobile susseguirsi delle stagioni ad una società i cui contorni diventano slabbrati e indefiniti, una perdita di identità difficile da leggere ma ancor più da vivere.

Da sempre il teatro del regista lettone Alvis Hermanis basa la forza delle sue creazioni sulla ricerca antropologica, in particolare sul complesso di atti che si usa compiere per tradizione in un determinato tempo, luogo o ambiente presso un popolo, ovvero l’usanza, e il passaggio delle società est-europee dall’aggregazione agricola a quella metropolitana post-industriale, con il conseguente disgregamento del tessuto sociale. Una parabola che appare sconvolgente e decadente, tanto che il regista aveva dichiarato «il futuro è noiosamente prevedibile, è il passato che mi affascina».

Un passato che aveva cercato nei suoi spettacoli-manifesto come il “Long Life” allestito nel 2003 in cui, attraverso un ammasso di oggetti recuperati nelle vite di alcuni anziani, si raccontava la giornata di sette di questi, che vivevano in un appartamento collettivo ancora risalente all’epoca sovietica.

In una relazione con il reale che ha fatto parlare molti di iperrealismo, l’artista indaga profondamente lo stato di cose che appare dall’indagine tangibile, e lo rielabora per il teatro, facendo della macchina dell’attore lo strumento per eccellenza utile a comprendere alcuni passaggi chiave del presente.

Le mucche diventano allora più umane degli umani, e il loro destino di macellazione si lega ad una sorta di parabola unitaria con la civiltà che abitano.
Le sei notevoli interpreti femminili regalano spaccati mimici di profondo sarcasmo su tutto quello che è fuori da quel mondo, e che affiora di tanto in tanto attraverso una telefonata al cellulare, o attraverso un processo di industrializzazione nell’antico rito della macellazione. Pare di fare un salto indietro di quarant’anni, dove tutto quello che è tecnologia qui non c’è.

Come era del tutto assente nel “Kapusvētki” presentato a VIE Modena, sempre nel 2011: anche in quel caso l’indagine era stata su un rito antropologico, legato alla memoria delle persone defunte praticato in Lettonia, che affonda le sue radici nella memoria collettiva e religiosa locale.
Durante i giorni del Graveyard Party, nei mesi estivi, i cimiteri diventano ancora oggi luogo di incontro e celebrazione, in cui i parenti dei defunti si riuniscono mangiando, cantando canzoni religiose e facendo musica.
Lo spettacolo, con la banda che suona e la proiezione durante tutta la recita di centinaia di fotografie in bianco e nero di Mārtiņš Grauds a raccontare l’usanza, si muoveva fra documentario e poesia. Il fondale una continua proiezione di immagini, vero e proprio film muto.

In “Black milk” il fondale è sempre nero e la poesia è tutta nel gesto dell’attore.
Null’altro che questo.
Uno spazio scenico vuoto, eccezion fatta per qualche secchio, due panche e qualche attore, che compare di tanto in tanto vestito da contadino prima di ritornare ad essere bovino. Una recitazione potentissima dei grandi talenti del New Riga Theatre, coltivati in un ventennio di direzione artistica che ha portato Hermanis a divenire uno degli interpreti più lucidi della scena europea, proprio per la sua capacità di raccontare il tempo di mezzo di un’Europa incapace di vivere l’oggi.

Pur nella discutibile scelta di una traduzione simultanea molto “piatta”, lo spettacolo fruito dagli spettatori del Crt in lingua originale con cuffie (come voluto dal regista stesso, che ha preferito la soluzione ai sovratitoli, per non distrarre dalla recitazione) rappresenta una delle vette registiche di Hermanis. Un’idea di teatro capace di rinnovare la sua modernità con i contenuti, rinunciando alla tecnologia.

Il rapporto fra la vacca e il contadino. La personalità diversa di ciascun animale. La bestialità della nascita di un vitello rivissuta in scena con il parto podalico, una scena drammatica rinnovata da attrici che passano fra le gambe allargate delle colleghe mucche.
Mucche tanto umane da essere definite dai loro proprietari, in diverse battute, “capaci di capire”, di interagire in modo intelligente. Anzi, quasi di burlarsi dell’umanità. “Sono attrici”, dice il proprietario di alcune di loro in più d’una battuta, accarezzando le interpreti e dando loro pacche sul dorso e sul collo, come fossero davvero bovini. E bovini finiscono per apparirci, queste “attrici”. Uno stridore fra la bestia attore e l’attore bestia, nella magia che solo il teatro può raccontare.

BLACK MILK
con Jana Civzele, Iveta Pole, Liena Smukste, Sandra Klavina, Kristine Kruze, Elita Klavina, Vilis Daudzins
luci Lauris Johansons
suono Gatis Builis
regia Alvis Hermanis
produzione The New Riga Theatre

durata: 1h 30′ circa
applausi del pubblico: 2′ 07”

Visto a Milano, CRT Teatro dell’Arte, l’11 giugno 2016

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