Il “Black out” mentale di Synergie Teatrali e le beghe di provincia

Black out - Synergie Teatrali
Black out - Synergie Teatrali

Black out – Synergie Teatrali

In un istituto superiore viene barbaramente uccisa la preside. Non siamo in un noir per ragazzi, anche se a loro lo spettacolo potrebbe in parte essere rivolto.
Le indagini, condotte dal maresciallo Principe e dal suo giovane appuntato Curto – ex allievo dell’istituto – portano alla luce magagne, segreti e bugie di una scuola dall’animo oscuro e degradato, dove presidi, professori (e bidelli) sono ben lungi dall’essere modelli di edificazione morale. Tanti personaggi, molti colpevoli e pochi innocenti, tutti coinvolti in una trama fitta che contemplerà stupri, aborti, ricatti, incidenti stradali, orge filmate, usura e “black out” della mente.

Ed è proprio “Black out” il titolo dell’adattamento teatrale dall’omonimo romanzo noir del professore-scrittore marchigiano Francesco Tranquilli, vincitore nel 2009 sia del Premio Giallo Carte che del Tiro Rapido. Uno spettacolo che aveva debuttato lo scorso novembre a San Benedetto del Tronto rimbalzando – incredibilmente – su tutti i giornali locali.
A scatenare l’interesse mediatico (e il gran fioccare di accuse e contraccuse) poco c’entra il merito puramente artistico della giovane compagnia ascolana Synergie Teatrali e neppure quella del regista, Stefano Artissunch. Semmai, ancora una volta, è la politica a diventare protagonista, strumentalizzando fatti ed episodi che magari, di politico, non avrebbero granché.

La miccia viene accesa già in teatro, quando una docente del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, dopo aver assistito alla rappresentazione, inizia a inveire verso il palco invitando tutti ad “andare a zappare la terra”.
Ciò che offende la professoressa è il senso di degrado e squallore trasmesso dalla pièce, o meglio “il messaggio dissacrante nei confronti della Chiesa, di coloro che pregano, delle persone che onestamente lavorano nella scuola, nonché le solite pesanti frecciate contro le istituzioni e coloro che le rappresentano”.

Poiché lo spettacolo rientra nel progetto “Scuola di Platea”, nato per avvicinare gli studenti al teatro, la protesta viene subito accolta e rilanciata da un diligente consigliere comunale (che, stando alle cronache, non avrebbe neppure visto lo spettacolo), il quale “da padre di famiglia prima ancora che da politico” – come riportano i giornali – annuncia la solita interpellanza in Consiglio, perché “quello che viene rappresentato è indecoroso e quel che è peggio è che tutto viene finanziato con i soldi pubblici”. Una frase mai sentita prima.

Il confronto verrà poi (forse) sanato dall’assessore alla Cultura di San Benedetto del Tronto, sottolineando – non senza qualche vivace nota di sarcasmo – come la polemica sia solo una strumentalizzazione di qualcuno per guadagnare visibilità politica, penalizzando uno spettacolo accolto con consenso dal pubblico, anche da studenti e insegnanti.

Una bega di provincia, insomma. Ma ecco come lo spettacolo di una compagnia emergente può diventare “un caso”. Con quali conseguenze? Quella positiva: il battage mediatico rende un gran servizio alla compagnia in termini di pubblicità. Quella negativa: poiché questo tam-tam alimenta inesorabilmente una serie di aspettative, attese e interrogativi, la visione dello spettacolo può forse uscirne un po’ snaturata, tanto da chiedersi, alla fine, da dove sia nato tutto ‘sto gran baccano. Soprattutto quando cambia il contesto e viene presentato durante la rassegna anconetana Off/side – teatro del presente.

L’impianto drammaturgico è semplice e funzionale alla narrazione di una vicenda che, invece, è complessa e intricata: quasi alla maniera della celeberrima Agatha Christie, sfilano di fronte al maresciallo che svolge le indagini una carrellata di personaggi sopra le righe, interpretati sempre dagli stessi tre attori. Che, di volta in volta, su un fondo d’abito nerissimo, indossano variopinti elementi di distinzione, e sempre molto caratterizzati nella fisicità e nel modo di parlare, in un gioco del travestimento festosamente palese, quasi divertito.

Tutto ciò provoca un interessante cortocircuito, tra lo squallore della vicenda narrata e le briose macchiette dei personaggi che, di “noir”, hanno ben poco. Una distanza – quella tra attore, personaggio e vicenda – che in questo contesto appare funzionale. Del resto è una scelta saggia, perseguita coerentemente per tutto lo spettacolo. E che, di politically s-correct, ha davvero ben poco. Anzi.

Il sapiente gioco di luci, con colonne luminose mobili manovrate in scena direttamente dal regista, unici elementi scenografici che si compongono di volta in volta come un puzzle, restituisce una luce fredda da film poliziesco e onora la pulizia di fondo dello spettacolo. Il risultato è una sorta di coreografia espressionista di luci e corpi, volutamente artefatta, ricercata.
Il gioco, la “teatralizzazione” di una “fiction di cronaca” (non di un “fatto di cronaca”) è così ben orchestrato e talmente esplicito che vien da chiedersi come possa aver suscitato polemiche circa il messaggio trasmesso.

Sembra una iperbole (intesa come figura retorica), ossia una esagerazione nella descrizione della realtà. È questa la chiave? Lo è nella vicenda narrata, che pare una fiera degli orrori. Lo è nei personaggi, comicamente mostruosi. Lo è nelle luci, che enfatizzano l’emotività dei corpi e dei volti.
Anche il personaggio del bidello, che stando alle accuse dissacrerebbe la figura del credente, soprattutto per la scena di sesso evocata con la preside velata come una Madonna, è ispirato, nella eclatante caratterizzazione, ad un famoso frate cinematografico del film “Il nome della Rosa”.
Insomma, è tutto talmente dichiarato che nulla di perverso rischia di essere trasmesso come modello “deviante” a un eventuale pubblico più giovane. Semmai lo spettacolo invita a prendere le distanze da certi orrorifici (e realissimi) modelli proposti.
Dovremo mica farci raccontare solo favole a lieto fine?

BLACK OUT
dal romanzo di Francesco Tranquilli
con: Stefano Artissunch, Pier Giorgio Cinì, Laura Graziosi, Stefano Tosoni, Gian Paolo Valentini
regia: Stefano Artissunch
produzione: Synergie Teatrali – Officina Concordia in collaborazione con Amat
durata: 1h 30’
applausi del pubblico: 2’ 02’’

Visto ad Ancona, Teatro Studio alla Mole Vanvitelliana, il 14 gennaio 2011

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