Blondi. La migliore amica del Fuhrer

Federica Fracassi è Blondi

Federica Fracassi è Blondi (photo: Attilio Marasco)

I testi di Massimo Sgorbani dichiarano verità tanto inquietanti e vicende umane così complesse che, dalla loro riflessione, emerge compassione piuttosto che un giudizio, una condanna.
E’ così anche per “Blondi”, prima parte di “Innamorate dello spavento”, progetto di Teatro i con la regia di Renzo Martinelli, dedicato ad alcune voci femminili che furono legate ad Adolf Hitler, e alla fine del Reich.

Se però, fino ad ora, Sgorbani era ricorso ai comportamenti più intimi, doppi e ambigui delle relazioni personali per entrare in certi malesseri al limite, mostrandoli quindi attraverso le loro dirette conseguenze, umane e sociali, nel caso di Blondi, la storia di una cieca abnegazione al Führer viene raccontata attraverso un punto di vista nuovo, e così l’impatto emotivo è amplificato, e straordinario.
Blondi, infatti, è sì una femmina perdutamente innamorata di Hitler, ma una femmina di pastore tedesco, e il Führer è il suo padrone.

Lo spettacolo ha debuttato il 22 marzo al Piccolo Teatro di Milano (stasera l’ultima replica), che lo ha prodotto per la stagione 2012-2013, mentre “Eva” (seconda parte del progetto, dedicata all’amante di Hitler Eva Braun, di cui abbiamo parlato pochi giorni fa nella videointervista a Federica Fracassi, protagonista di entrambi) andrà in scena al Teatro i.

Hitler era molto affezionato a Blondi, mentre Eva Braun la detestava e la prendeva a calci. Questo ed altri aneddoti hanno reso il cane famoso e soggetto di parodie, come quelle di Walter Moers, l’autore di fumetti tedesco che la rappresenta addirittura nella vasca da bagno con Hitler. Lo stesso accento assurdo si ritrova in “Mein Führer. La veramente vera verità su Adolf Hitler”, film tedesco accusato di proiettare un’immagine tanto ridicola e distorta di Adolf Hitler da suscitare compassione.

Nello spettacolo di Renzo Martinelli, invece, la compassione arriva da un assurdo mai ridicolo. La pena è data dal vedere l’impensabile e sentire l’indicibile: due innamorate, e amanti, di Hitler, una umana e l’altra animale ma con la stessa fedeltà, fino all’ultimo, e che hanno fatto la stessa fine.
Eva Braun da amante diventerà sposa di Hitler poche ore prima che la coppia si suicidi con le fiale di cianuro, testate proprio sul pastore tedesco del Führer, che aveva appena dato alla luce cinque cuccioli, uno dei quali Hitler chiamò Wolf, suo soprannome preferito, oltre che significato del suo nome.
 
Da questi dati storici si origina una riflessione cruda, che trova continuo riscontro e cresce esaltata dalle parole della cagna: in un’ora e mezza filata di spettacolo Federica Fracassi è straordinaria nel dare “parola” al cane, uno splendido cane che impara il linguaggio che crede essere quello umano, ossia quello del suo amato padrone e di tutto il contesto hitleriano, appreso a suon di comandi o di calci sotto il tavolo, all’insegna insomma della paura.

Si muove veloce, corre avanti e indietro, dietro la pallina, verso il fischietto, salta in piedi sulla cuccia, guaisce, ansima forte con la lingua fuori e la coda dritta – il talento della Fracassi sta proprio nel non avere, né per natura né come costume, una coda: è il cane inquieto nel recinto della cuccia. Tante cucce rappresentate in scena da letti metallici e ospedalieri che hanno sulle testate numeri di serie e ai piedi mazzi d’erba, in un “prato” di plastica bianca, su cui si riflette un uso geometrico e mai didascalico delle luci, e su cui corrono svelte due SS per modificare la scena seguendo i movimenti della cagna.

Blondi parla veloce, ripete le parole per tenere a mente quelle nuove: è una bambina che vuole imparare per far vedere al papà quanto è brava, è una bambina che sgambetta dall’entusiasmo mentre aspetta la carezza del papà e che lo sente quando sta tornando a casa.
È una bambina che cresce, ed entra in conflitto con Eva, che fa “la cosa liquida sul padrone”, ma lui non la frusta. Arriverà quel giorno anche per Blondi, e lei capirà che “la paura fa imparare”.

Cosa vogliono le femmine da Hitler? Lascia increduli vedere come una donna e una cagna possano trattare lo stesso argomento, senza grandi variazioni, anzi mettendosi alla pari in un conflitto di gelosia, dove il tema centrale è la dominazione (o la sottomissione sessuale) propria di qualsiasi regime totalitario, di non libertà e corruzione. E così potremmo arrivare addirittura, forse, fino al nostro oggi in cui si parla di donne in Parlamento come di «troie che farebbero qualsiasi cosa», o in cui si creano casi letterari (e fenomeni sociali) attorno alla storia di una studentessa sedotta dalle pratiche sessuali di dominio che le impone un uomo miliardario e potente.

Blondi, attraverso una Federica Fracassi così versatile da fare un cane, è espediente per rileggere non solo la Storia. È inevitabile che lo spettatore venga colto da una lettura del mondo universale, e contingente: a Blondi non importa cosa rappresenti il Führer, per lei è l’amato, e questo drammatico scarto tra cieco amore e realtà è lo stesso di altri casi, umani, ma sempre a quattro zampe.

Blondi
di Massimo Sgorbani, regia Renzo Martinelli
con Federica Fracassi
e la partecipazione in scena di Lorenzo Demaria e Daniele Molino
dramaturg Francesca Garolla
luci Claudio De Pace, suoni Fabio Cinicola
produzione Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, in collaborazione con Teatro i
durata: 1h 30′
applausi del pubblico: 2′ 47”

Visto a Milano, Piccolo Teatro, il 26 marzo 2013


 

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