Blue Desk. L’uomo nel diluvio della sua umana verità

Valerio Malorni (photo: Flavio Boretti)
Valerio Malorni (photo: Flavio Boretti)

Si trova su un lato alla destra del pubblico Valerio Malorni; tiene stretto al petto il quadrante di un grande orologio come fosse uno scudo. Sta in piedi su di uno sgabello, sorgendo dalle tenebre grazie a quella luce ad occhio di bue, da avanspettacolo, che lo illumina. Magro, lucido in volto di un bianco cencio, sembra in castigo, spalle al muro.

Dallo sgabello scenderà, e ciò che lo aspetterà sarà il diluvio che lo porterà a navigare via, levate le ancore da quel palco ormai spoglio, che è la nostra patria… Qui nelle sembianze della sala del Teatro Studio di Scandicci (Firenze), che non ha più la direzione artistica – dopo 25 anni – di Giancarlo Cauteruccio, e non è quindi più sede della Compagnia Krypton.

Il pubblico langue. È la seconda replica, dopo che nella prima ci dicono fossero più o meno questi: pochi. Un peccato, perché quella cui assisteremo è una prova maestra dell’attore Valerio Malorni, anzi dell’uomo Valerio, che rimasto a nudo, o meglio in canottiera e mutande, dismesse quelle vesti eleganti e strette, dirà addio a una Madre snaturata: l’Italia. Appenderà i panni – che non gli sono mai appartenuti – a un filo del bucato dell’esistere, proteso in scena a tagliare lo spazio scarno, a parte la sagoma dell’arca/barca che lo traghetterà altrove, in questo scorato, e dalle improvvise, fragorose tinte tragicomiche, appello alla resistenza, anzi alla guerra, ad andare in campagna di sopravvivenza. Per una volta la lotta non è nel rimanere, ma nell’andare via. (E ci riecheggiano le parole che avevamo raccolto poco tempo fa dalla voce di Roberto Latini…).

“L’uomo nel diluvio” della Compagnia Amendola / Malorni è arrivato nel 2014 alle finali del Premio Scenario, segnalato al Premio Rete Critica e vincitore di In-Box.
Alla regia e ai testi, elaborati con Malorni, c’è Simone Amendola, che abbiamo raggiunto a Roma.
Si trova al Furio Camillo, nel suo spazio creativo e produttivo, sede dell’associazione Blue Desk: ex circolo del PCI, concepito come una cantina romana, è stato risistemato per accogliere reading, rassegne di cinema, piccoli concerti, come quello del quartetto d’archi dell’Orchestra di Piazza Vittorio. Qui, in 30 metri quadri concentrati in un’unica sala, hanno visto la luce tutti i suoi spettacoli: “Prima de L’uomo nel diluvio ho scritto molto”, specifica Amendola.

Dopo uno spettacolo sui desaparecidos argentini, per commemorarne i 40 anni – un lavoro su commissione a Carrozzerie_not, presente il console italiano al tempo in Argentina -, il 2016 ha visto il debutto a Short Theatre del nuovo lavoro con Malorni, “Nessuno può tenere Baby in un angolo”: “Ci aspettano tre giorni a Napoli e tre a Roma, ancora a Carrozzerie_not, dal 27 al 29 aprile, per poi proporre il 10 e 11 maggio a Savona, una dietro l’altra, le due opere realizzate insieme”.

Com’è nato “L’uomo nel diluvio”? “Da due crisi diverse – ci racconta Amendola – Una condizione molto diffusa nel 2013, l’essere in crisi. Io avevo venduto una sceneggiatura a una produzione, ed era tutto pronto per fare un film. Ma per dei loro investimenti andati male, mi hanno detto che non se ne faceva più niente. Ci siamo incontrati e ci siamo detti: perché non facciamo uno spettacolo insieme?”.

“Valerio veniva da un laboratorio da cui era uscito del materiale sull’arca di Noè, ed era il momento di andarsene; io ho sentito alla radio del libro “Tutti a Berlino”: si sono incrociati questi due ingredienti, che sono diventati i primi 20 minuti, venuti fuori di pancia, necessari, dolorosi; quelli che sono andati a Scenario, e ci hanno portato alla finale”.

Al Teatro Studio, Valerio inizia a parlare in scena della sua vita, di come abbia un figlio (che sono diventati tre nel frattempo, come ci ha rivelato post spettacolo…), della difficoltà di sopravvivere facendo teatro… Declamando pagine ipotetiche del libro “berlinese” accovacciandosi a terra, quasi in posizione fetale, parla di una vasca da bagno, che si trova dietro l’arca, che è solo sagoma; annuncia il suo imbarcarsi e salpare, pronto ad andare lontano, alla guerra della (r)esistenza: a Berlino.

“Dopo i primi 20 minuti – precisa Amendola -, arrivati alla domanda sul perché non partire, cosa poteva succedere? Abbiamo trovato il viaggio: andare a Berlino…”. Dove, ci narra Malorni, sarà invitato dall’Istituto della Cultura Italiana: impugnata una recensione dell’evento scritta in tedesco chiede a uno spettatore di leggerla: “…ed è solo un caso se troviamo qualcuno che parli tedesco… addirittura una volta abbiamo incontrato l’ex direttore dell’Istituto a Berlino, e non si ricordava di noi…”.

Perché è questo il gioco feroce che hanno intessuto Amendola e Malorni: sul senso di verità, lasciando in dubbio quale sia la realtà; comunque turbando anche se solo verosimile.
“Perché è un gioco, un patto che si crea con gli spettatori: ho visto un concerto di Daniele Silvestri in cui ha detto che il padre era morto il giorno prima… Pensa se non fosse stato vero, se fosse stato qualcosa che ripeteva ogni sera, portando a vivere chi era presente qualcosa di unico, perché noi quella sera abbiamo dato tutto…”.

“L’uomo nel diluvio” è un urlo accorato di un disagio che nel 2013 iniziava solo a farsi sentire: “È qualcosa che si rinnova ad ogni replica: quelle parole, ispirate da una società del 2013, nate prima di tutto da una nostra necessità, oggi fanno ancora più male, perché tutto quello che trattavamo allora è esploso, e quella condizione espressa non ha prodotto un cambiamento: tutto il resto è rimasto uguale, e senti che quelle parole fanno più male di prima…”.

Una verità che continuerà a colpire anche nel nuovo spettacolo. “Fondamentalmente si tratterà di un giallo – conclude Amendola – La storia di un benzinaio, interpretato da Valerio, che viene ingiustamente accusato, ma che per l’arco narrativo che si svilupperà arriverà alla consapevolezza di essere comunque colpevole…”.

L’uomo nel diluvio
con Valerio Malorni
idea, testo e regia Simone Amendola, Valerio Malorni
produzione Blue Desk

durata: 1h 15’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Scandicci (Firenze), Teatro Studio, l’11 febbraio 2017

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