Lo spettatore è un visionario

Lo spettatore che viene da noi sa di venire a sottoporsi a una operazione vera, dove sono in gioco non solo lo spirito ma i suoi sensi e la sua carne.
(Antonin Artaud, Il Teatro di Alfred Jarry, 1926, in Il teatro e il suo doppio, 1968)

Audience development ed audience engagement sono due espressioni recenti ma già usurate dal dibattito culturale. Ormai non c’é bando o progetto che non richieda il coinvolgimento del pubblico.
Il libro racconta la storia di Lucia Franchi e Luca Ricci, coppia sul lavoro e nella vita privata, che hanno cominciato a fare esperienza di queste pratiche quando neanche erano state definite come parole.

CapoTrave è il nome del loro progetto artistico, una compagnia di produzione teatrale dedicata ai linguaggi dell’innovazione, radicata in una delle tante periferie del nostro Paese, dove prima non c’era nulla di analogo, il paese di Sansepolcro, in Toscana, che diverrà sede del loro festival, Kilowatt e di una stagione teatrale anche invernale.
Qui, a partire dal 2007, hanno riunito un gruppo di cittadini (assolutamente non addetti ai lavori ma appassionati di cultura) che hanno iniziato ad incontrarsi una sera a settimana durante l’inverno, per discutere e selezionare spettacoli di teatro contemporaneo e di danza visti in video e arrivati tramite una chiamata pubblica: questa quarantina di persone è stata poi battezzata con l’efficace nome di “visionari”, facendo nascere un nuovo format, che verrà anche premiato e sostenuto a livello europeo. “Il nostro ideale – affermano – non è l’arte come contemplazione, ma come scuotimento del pensiero e della sensibilità”.


Nel raccontare tutti i passaggi di questa storia, costellata da tanti nomi del panorama italiano ma anche internazionale, emerge la tesi di fondo del volume, pubblicato da Editoria & Spettacolo: artisti e spettatori contribuiscono congiuntamente allo sviluppo della creatività, allenando la reciproca propensione al rischio e facendo dell’arte una vera e propria avventura dello spirito. O, per dirla con le loro parole, “non si dà arte senza che qualcuno ne goda. Quel godere è un pezzo dell’opera medesima e l’artista e il curatore devono sapere a chi parlano, e perché […] Gli spettatori sono i visionari di cui ha bisogno l’arte: nella loro mente avvengono le connessioni, gli scarti di significato, gli slittamenti di pensiero che completano il processo creativo”.

Gli ‘esperti’ quindi non servono più? Delle critiche si sono mosse da alcuni partner del progetto europeo Be SpectACTive!, convinti che solo i professionisti possano riconoscere e incrementare il valore della produzione artistica, un modo di pensare che secondo Ricci e Franchi è più tipico dei Paese dell’Est europeo, con l’idea più forte che solo un nucleo ristretto di esperti possa valutare cosa sia l’eccellenza nell’arte.
Il loro pensiero va in un’altra direzione: “La partecipazione attiva degli spettatori non implica una perdita di professionalità da parte degli esperti, anzi, richiede allo staff di un’istituzione culturale di sviluppare nuove professionalità e nuove competenze nell’ambito della mediazione […] Nessuno può dichiarere l’esclusiva capacità di creare la cultura, nessuno la produce perché qualcun altro si limiti semplicamente a riceverla; piuttosto, essa è un patrimonio collettivo […] Se produciamo arte perché serve a realizzare noi stessi, abbiamo sbagliato strada. Le espressioni artistiche devono porsi l’obiettivo di cambiare il contesto circostante”.

Lo spettatore è un visionario
Lucia Franchi, Luca Ricci
Editore: Editoria & Spettacolo
Collana: Visioni
Anno edizione: 2019
Pagine: 166 p., Rilegato
EAN: 9788832068085
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