L’operazione Goldoni della Confraternita del Chianti

La bottega della Confraternita (photo: Federica Lissoni)
La bottega della Confraternita (photo: Federica Lissoni)

Ravvivare il teatro di Goldoni. Che, a sua volta, fu capace di ravvivare la commedia dell’arte.
Una ventata di freschezza attraversa “La bottega del caffè” della Confraternita del Chianti. Lo spettacolo, proposto lo scorso dicembre al Teatro della Cooperativa di Milano, ritornerà a Polistena (RC) il 27 e 28 gennaio e a Meda (MB) dal 10 al 12 aprile.

Rapida ed essenziale la rilettura del testo a opera di Chiara Boscaro e Marco Di Stefano. Briosa la regia dello stesso Di Stefano.
Siamo su un palco che è piazza. Da un lato e dall’altro del palco, una fila di sedie a mo’ di panchine accolgono spettatori volontari: diventeranno interlocutori episodici, simpaticamente coinvolti nel gioco drammaturgico. Il retroscena è sipario, accesso a tre botteghe che non vediamo: quella del caffè, quella del barbiere, quella della bisca, su cui campeggia la scritta multicolore “Slot”.
Ma, a pensarci bene, l’intera sala è piazza, o meglio campiello, perché siamo a Venezia. I personaggi attraversano in lungo e in largo la platea. Il pubblico è fagocitato nell’azione scenica.

Siamo nello spazio antistante il caffè gestito da Ridolfo (Diego Runko), qui nelle vesti di un moderatore benevolo ma assertivo che cerca di tenere un livello accettabile di conversazione fra i propri avventori. Essi, in cambio, provano a rubargli la scena. C’è don Marzio (Giovanni Gioia) pettegolo e scaltro. Marcato accento partenopeo, teatralità musicale, don Marzio ha un’icasticità e un humour che sembrano arrivare direttamente da Spaccanapoli. Don Marzio tenta di raggirare il giovane mercante Eugenio, che ha dilapidato un patrimonio nella bisca di Pandolfo.
Eugenio e Pandolfo non li vediamo mai in scena. È in fondo una metafora del gioco d’azzardo che risucchia le proprie vittime in un buco nero, rendendole assenti persino a sé stesse.
Altra vittima di don Marzio è Vittoria (Valeria Sara Costantin), moglie di Eugenio, cui è raccontata la frottola della relazione del marito con Lisaura, ballerina corteggiata invece da Flaminio (Marco Pezza). Questi, sotto il falso nome del Conte Leandro, è un altro giocatore incallito. Di lui va alla ricerca la moglie Placida, in abito di pellegrina. A Lisaura e a Placida dà voce, toni, accenti contrapposti una Valentina Scuderi bifronte, dalla prova recitativa maiuscola. Ma qui è difficile scegliere un attore che risalti sugli altri: ognuno esprime un livello altissimo.


Senza effetti speciali, Di Stefano opera una regia pulita. Lavora meticolosamente sui personaggi, approfondendone tratti esteriori e psicologia. Il pubblico è catapultato nella vitalità del campiello. Come i personaggi in scena, ascolta persino gli “a parte”, le riflessioni solitarie normalmente ignorate anche dalle messinscene contemporanee, che pure eccedono in ricercatezze metateatrali.
Lo spettatore solidarizza con i personaggi positivi, si riconosce nelle sfumature di quelli negativi, ride delle loro gag. Mantiene sempre uno sguardo sornione.

Goldoni, nel 1750, mostrava nella “Bottega del caffè” una città mercantile. Scegliendo come bersaglio i nobili più poveri esclusi dal potere, oziosi e arroganti, riusciva a creare un’eloquente opposizione scenica tra i vacui riti della conversazione nobiliare e le occupazioni laboriose e onorate, nonché gli affetti domestici propri del ceto mercantile.

La Confraternita del Chianti, senza voli pindarici nell’attualità, senza fare sociologia, indaga una varietà di caratteri, passioni e avvenimenti umani sempre attuali. Si muove con rispetto nel teatro goldoniano, che è sempre trascrizione del contemporaneo. Procedendo per sottrazione, focalizzandosi con leggerezza sul problema del gioco d’azzardo, quest’allegra brigata meneghina confeziona uno spettacolo che è pittura mobile e viva, lingua concreta e reale che miscela varie parlate regionali.
Nel solco della tradizione goldoniana, la Confraternita crea un rapporto immediato con il pubblico, che ne apprezza l’impianto drammaturgico lieve, la regia frizzante, la prova attoriale rigorosa senza concessioni né al libresco né al moralistico.

LA BOTTEGA DEL CAFFÈ
da Carlo Goldoni
di Chiara Boscaro e Marco Di Stefano
drammaturgia Chiara Boscaro
con Valeria Sara Costantin (Vittoria), Giovanni Gioia (Don Marzio), Marco Pezza (Conte Leandro), Diego Runko (Ridolfo), Valentina Scuderi (Lisaura, Placida)
progetto grafico Mara Boscaro
fotografie di scena Federica Lissoni
regia Marco Di Stefano
un progetto La Confraternita del Chianti
una produzione Teatro della Cooperativa
in collaborazione con Associazione K.
e Teatro In-folio Residenza Carte Vive
selezione Ritorno al Futuro 2015 –
Associazione ETRE/
Residenza IDRA/C.T.B. Centro Teatrale Bresciano
si ringraziano Cristina Campochiaro e Lorenzo Brufatto

durata: 1h 15’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Teatro della Cooperativa, l’11 dicembre 2016

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