Nel cuore della Brianza con le Esperidi: XVI edizioni per narrare le voci della natura

Progetto Conrad (photo: Alvise Crovato)
Progetto Conrad (photo: Alvise Crovato)

Raccontare la sedicesima edizione del Giardino delle Esperidi, primo festival teatrale italiano dopo il lockdown, vuol dire anzitutto carpirne le atmosfere, lo spirito, i riti. Riconoscerne la dimensione artigianale e un’ospitalità fatta di cose semplici. Che consente a chiunque di sentirsi a proprio agio. Come i tre ragazzini di Olginate che s’imbucano il primo giorno allo spettacolo per l’infanzia “Favole al telefono”: si siedono sul prato, osservano, commentano; escono a un certo punto. E tutto ciò per gli organizzatori è la cosa più naturale del mondo.

Il Giardino delle Esperidi è un tuffo nella natura. Si dialoga d’arte e di cibo, d’attualità e di bagattelle. Ci si rilassa davanti a una ciotola di taralli e a un buon bicchiere di rosso. Si sorride tra amici.
A un passo dai luoghi colpiti dal Covid, al crocevia di corsi d’acqua dove si svolge in contemporanea la rassegna I luoghi dell’Adda di Teatro Invito, la Brianza non è velenosa come cantava Battisti. La natura si riprende spazi in un recente passato compromessi da un fitto concentramento di fabbriche di mobili e arredamento, industrie metallurgiche e meccaniche, seterie, cotonifici, cementifici. A “Esperidi on the Moon” lentamente smettiamo di guardarci le mascherine sopra il mento, e il distanziamento non nuoce agli scambi.
Campsirago mantiene lo spirito hippy di mezzo secolo fa, quando i figli dei fiori si riunivano in nome di una controcultura idealista, alternativa sia alla società dei consumi sia alle logiche di potere. I luoghi non si scelgono per caso, e a volte sono essi ad adottarci.

Luachi (photo: Alvise Crovato)

Luachi (photo: Alvise Crovato)

Si può arrivare qua dalla remota Calabria e sentirsi a casa. In “Luachi” (luoghi) i cosentini della Piccola compagnia Palazzo Tavoli ritornano, attraverso il canto monodico e polifonico, alle radici della terra intesa come luogo d’origine, come pianeta su cui viviamo e come campagna che contiene gli elementi necessari per la nutrizione delle piante.
Gli oggetti disseminati nello spazio scenico da Ester Tatangelo (mani e maschere in argilla, lo sportello sgargiante di un’automobile) creano una singolare, dissonante contiguità fra passato e presente.
Una donna e un uomo (Anna Maria Civico e Alessio Bressi) s’inseguono e s’incontrano attraverso il canto. Intrecciano trame di sguardi e suoni, con controcanti, stridori, armonie levigate e filastrocche rugose. Il fruscio degli alberi e il cinguettio degli uccelli arricchiscono la drammaturgia sonora di Siavash Namehshiri. La voce modulata secondo svariati timbri scandisce svariati momenti della vita e della giornata, l’alternarsi di lavoro, gioco, amore, dolore, lotta, preghiera.
Moderno perché estraneo a ogni rito massificante, questo teatro sull’erba è un moto di rivolta verso gli eccessi della globalizzazione. La compagnia diretta da Stefano Cuzzocrea viaggia alla riscoperta delle identità locali e delle radici culturali di un lembo di geografia periferica. Affiora la mitologica infanzia regionale di una terra senza peccato e senza redenzione. Il canto, nella sua funzione apotropaica, porta alla luce le impressioni nascoste nei meandri della coscienza e della memoria, convertendole in momento lirico. La fedeltà al luogo d’origine diventa patrimonio di valori, scavo introspettivo, atto conoscitivo.
In “Luachi” il mito non è spazio astratto, e neppure nostalgia sterile di un tempo perduto. È piuttosto dimensione mistica, in un contatto col divino e con le sue leggi universali che si rivela proprio attraverso il canto. In questo mondo arcaico persino riti quotidiani semplici, come apparecchiare la tavola o stendere un lenzuolo, si rivestono di potere simbolico.
Vi trovano spazio la magia e l’occultismo, eredità della Magna Grecia, uniti a una religiosità essenziale. Le forze naturali pagane riemergono divinizzate. Il mondo contadino in scena sottende uno strato antichissimo di miti e figurazioni immaginative. Questi culti non hanno niente dell’elaborazione mentale e mantengono un candore virginale che, condiviso con il pubblico, diventa liturgia collettiva.

Gli Omini (photo: Alvise Crovato)

Gli Omini (photo: Alvise Crovato)

La religione, stavolta in chiave spassosa, è al centro anche di “Coppa del Santo. L’agonismo al tempo del distanziamento sociale”, della compagnia Gli Omini.
Rispetto alla Piccola compagnia Palazzo Tavoli, tutt’altro è lo spirito che anima i falsi preti Luca Zacchini e Francesco Rotelli, toscanacci iconoclasti. Questa drammaturgia comica e di controinformazione libertaria, scritta da Giulia Zacchini, tratteggia 32 figure di santi, raggruppati in otto categorie. Si va dai santi martiri ai santi volanti, dalle sante vergini ai santi nudi. Di tutti si raccontano vita, opere, morte e miracoli.
«Scherza con i fanti ma lascia stare i santi» è un monito che qui non funziona. In un esilarante percorso a eliminazione che decreterà il santo preferito dalla platea, ci accorgiamo di quanto buffi e creduloni, scaramantici e in fondo pagani, siamo noi italiani. Tra aneddoti e risate, in questo lavoro che sarebbe piaciuto a Lutero – che tacciava il culto agiografico d’idolatria – riflettiamo sulle mille contraddizioni di una fede fatta di rituali e formule vuote, e preghiere volte a ottenere favori.
Quello degli Omini è uno spettacolo caustico e impertinente, non blasfemo. La formula è ripetitiva, ma le piccole varianti disseminate qua e là, la personalità scenica dei due attori, unita alla loro capacità d’improvvisare, consentono al gioco teatrale di restare perennemente sopra la linea di galleggiamento. I fedeli pensanti gradiranno; i fedeli benpensanti impareranno – si spera – a prendersi meno sul serio: anche il santo ridere ha una forza salvifica.

Due debutti coinvolgono il direttore artistico del festival Michele Losi. Il primo, “Progetto Conrad – In to THEatre Wild©” (INTI Campsirago Residenza), anteprima nazionale ispirata a “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad, più che una performance è un’installazione teatrale in mezzo alla natura.
Costruita a distanza durante il lockdown con il brindisino Luigi D’Elia, questa sperimentazione multidisciplinare si vale delle immagini di Michela Cerini e Alvise Crovato e dei suoni di Diego Dioguardi. Il pubblico si divide in piccoli gruppi e inizia una sorta di caccia al tesoro. L’ardito percorso esplorativo si snoda tra sentieri aspri e terreni tortuosi, scivolosi anche per le abbondanti piogge. L’avventura si coniuga alla condivisione. Il bosco pare animarsi in uno stato di trance, rivelando a poco a poco un mistero oscuro.
Un vago spiritualismo. Il problema del male impostato in chiave metafisica e religiosa. Si va a caccia di una figura selvaggia attraverso luoghi in cui anche le tracce di vita vissuta possiedono una forza ipnotica. Il testo si svela attraverso echi sparsi in luoghi dalla magia inquietante.
Certo si tratta di un primo step. Il lavoro va affinato. I racconti devono trovare rotondità, definirsi ciascuno in maniera nitida. Ma già così arriva il respiro della natura. Sale anche la curiosità verso i testi di Conrad, che meritano d’essere riletti e approfonditi.

Alberi Kids (photo: Alvise Crovato)

Alberi Kids (photo: Alvise Crovato)

Sulla scia di una rinnovata sensibilità ambientalista, anche “Alberi Kids” (soggetto e regia: Michele Losi; drammaturgia: Sofia Bolognini e Losi; costumi: Stefania Coretti; sculture in scena: Anna Turina, Elena Brambilla e David Zuazola; supervisione alle azioni: Anna Fascendini; supervisione al testo: Claudia Saracchi) porta ben inciso il marchio di fabbrica Campsirago.
E’ un’atmosfera arcana, gravida di sensi suggestivi, legati da una trama sotterranea di echi e rimandi. Un percorso iniziatico. Una lezione di scienze e di educazione civica, di quelle capaci di rapire i sensi di bimbi tra i cinque e i dieci anni. Una sinestesia d’esperienze e suggestioni. La prosopopea della natura. L’importanza degli alberi, dei giochi, dei profumi, degli animali. Una musica avvolgente in questo percorso naturalistico supportato dalle cuffie: il fruscio onomatopeico delle piante, il crepitio dei passi sul sentiero, i versi degli animali del bosco. Il potere creativo dell’arte. Una sinfonia di suoni e colori.
Il teatro di Losi è sempre più immersione panteistica, deformazione panica, fusione con gli elementi. Il racconto, suadente, avvolgente, mai invasivo, ghermisce i bambini non per imbrigliarli, ma per liberarne lo slancio immaginifico.
La musica di Diego Dioguardi e Luca Maria Baldini si arricchisce di nuovi strumenti e sfumature. Dialoga con le note della sera precedente di “A zonzo per la Dolce Vita”, gioioso omaggio che la voce struggente di Camilla Barbarito, accompagnata dalla chitarra di Fabio Marconi e dalle percussioni di Alberto Pederneschi, ha dedicato a Nino Rota, poche ore prima della scomparsa di Ennio Morricone.
Come dentro i film di Fellini o Tornatore, cineasti cui il genio di Rota e Morricone resterà per sempre legato, anche qui a Campsirago la luna, colonna visiva di questa edizione 2020 del festival, brilla più chiara che mai nel cielo stellato sopra il Giardino delle Esperidi.

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