Brutto. Per una metafora semplice ed efficace sull’omologazione

Brutto per la regia di Bruno Fornasari

I protagonisti di Brutto (photo: Teatro dei Filodrammatici)

In una società conformista e massificata la bellezza vale più di ogni altra cosa. Perché porta denaro, sesso e successo. Ma cosa succederebbe se d’un tratto tutti diventassimo belli? E soprattutto belli allo stesso modo, cioè uguali e quindi indistinguibili?  

E’ questa la riflessione da cui parte la pièce “Brutto” di Marius von Mayenburg, riproposta con la regia di Bruno Fornasari e in scena al Teatro Filodrammatici di Milano fino al 1° dicembre.

Attraverso un meccanismo di piccoli sketch che si susseguono con un ritmo piuttosto serrato viene raccontata la parabola discendente di Lette, un giovane inventore e dipendente di una grande multinazionale, a cui viene negata la possibilità di presentare ad una convention il suo brevetto perché è troppo brutto; l’azienda preferisce così mandare al suo posto un collega più bello. D’altra parte la legge del marketing parla chiaro: l’importante è vendere, e per farlo, più del valore di un prodotto conta il modo in cui esso viene reso appetibile.


La delusione di Lette è così grande da spingerlo ad affidarsi alla chirurgia estetica per rifarsi quel volto che lui stesso non aveva mai creduto fosse tanto inguardabile. Il risultato è stupefacente e Lette, diventato bellissimo, inizia a godere di alcuni privilegi fino a quel momento a lui sconosciuti: la moglie lo desidera con più ardore, l’azienda lo vuole ad ogni convegno, e colleziona ben 25 amanti (fra cui un’anziana donna d’affari – interamente rifatta – e il suo figliolo gay).

Ma le cose smettono di andare per il verso giusto quando il chirurgo, conscio del capolavoro realizzato, decide di replicare l’opera. E, mentre il paese si riempie di cloni di Lette, la sua vita va in sfacelo perché moglie, amanti e datore di lavoro non hanno più bisogno dell’originale, dato che un volto (e una persona) vale l’altro.

Sorretto da una sceneggiatura semplice e strutturata in brevi dialoghi che vanno dritti al punto, lo spettacolo riesce a veicolare un messaggio, quello di una società omologata allo sfacelo, in modo così diretto da risultare innegabilmente efficace.
Se il risultato convince, il maggior merito va alla bravura degli interpreti che, privati di qualsiasi espediente (la scenografia è ridotta all’osso, non vi sono cambi d’abito né l’uso di elementi che distinguano un personaggio dall’altro né tantomeno cambi di luce e atmosfere sonore) riescono con maestria a reggere la scena, passando repentinamente da un personaggio all’altro (fatta eccezione per Lette, che impersona il Lette-Brutto e il Lette-Bello, ciascun attore impersona due personaggi).

Una scelta – quella di raddoppiare le parti degli attori – che, unita a quella drammaturgica di affidare ai personaggi lo stesso nome (vi sono due Karlmann, due Scheffler e due Fanny), ha l’obiettivo di enfatizzare ancor più la perdita d’identità e l’interscambiabilità di ruoli in una società dominata dal culto estetico. Presupponendo anche uno sforzo da parte del pubblico, chiamato ad immaginare non solo luoghi e personaggi evocati, ma anche di vedere brutto o bello ciò che viene definito tale.

Uno sforzo che riesce piuttosto facile, e non perché siamo tutti dotati di grande fantasia, semmai, a conferma di ciò che la pièce vuole dimostrare, perché siamo spinti a vedere le cose non per quello che sono realmente ma per imposizione sociale. O, in questo caso, teatrale.

BRUTTO
di Marius Von Mayenburg
traduzione: Umberto Gandini
regia: Bruno Fornasari
con: Tommaso Amadio, Mirko Ciotta, Michele Radice, Cinzia Spanò
scene e costumi: Erika Carretta
disegno luci: Andrea Diana
tecnica: Enrico Fiorentino
assistenti alla regia: Riccardo Buffonini e Giuseppe Salmetti
produzione: Teatro Filodrammatici

durata: 1h 10′
applausi del pubblico: 2′ 10’’

Visto a Milano, Teatro Filodrammatici, il 23 novembre 2013
Prima nazionale


 

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