Bull. Mobbing tra le scrivanie del Parenti

I protagonisti di Bull (photo: Francesca Cassaro)
I protagonisti di Bull (photo: Francesca Cassaro)

Un modello di darwinismo sociale ed economico. Lo spettacolo “Bull” di Mike Bartlett, traduzione di Jacopo Gassman, regia e spazio scenico di Fabio Cherstich, delinea con angosciante lucidità le derive di un mondo lavorativo sempre più selettivo.
A farne le spese sono i più deboli: non necessariamente i meno competenti, spesso i più umani, non abbastanza vaccinati contro l’imperante cinismo.

“Bull” è una storia di mobbing attualissima. Siamo nel reparto vendite qualunque di un’azienda qualunque. Il responsabile Carter (Alessandro Quattro) dovrà licenziare uno dei tre dipendenti del compartimento. Ecco scattare l’alleanza perversa tra Isobel (Linda Gennari) e Tony (Pietro Micci), contro la vittima designata Thomas (Andrea Narsi).

La scena è un quadrato grigio, un po’ ring, un po’ pista ghiacciata. Non ci sono corde su questo tappeto sdrucciolevole, ma barriere metalliche, disposte ai quattro angoli. Una luce asettica di neon, da ospedale, da obitorio, rende la scena tremendamente algida, grigia: come gli abiti dei protagonisti, i loro sguardi senza empatia, le loro vite senza (com)passione.

Qui è anche la totale assenza di musica a esasperare la disumanizzazione dei protagonisti. Le prigioni sono spesso gabbie invisibili. Tra Isobel, viscida e altezzosa, e Tony, subdolo e sfacciato, nasce un patto collusivo teso a estromettere Thomas. Ne deriva una sequenza di colpi sferzanti, insistiti, tesi a farlo scivolare, a minarne ogni residuo di sicurezza e autostima. Thomas, mite e impacciato, è la bestia sacrificale di una corrida giocata ad armi impari.

“Bull” in inglese significa “toro”. Ma è anche “bolla”, potremmo dire “stigma”; in economia è la “ricerca senza scrupoli del profitto”; nel linguaggio informale “ciò che è privo di senso, o assolutamente falso”. E ancora, in psicologia è la “totale insensibilità circa le sofferenze altrui”; mentre in sociologia è il “modo d’agire grossolano e inopportuno”.
Infine “bully”, aggettivo e verbo, contrassegna chi usa la propria forza o potere per ferire e spaventare gli altri, con prepotenza e minacce. Di qui il “bullismo”.

In “Bull” si usa ogni mezzo per denigrare e irridere il capro espiatorio, con parole e gesti, allusioni ed elusioni, spaziando dal lavoro alla vita privata.
Il testo descrive accuratamente il circolo che unisce vittima e carnefice. E infatti i tre protagonisti ruotano, alternando e incrociando le posizioni. Ma nel confronto è sempre l’imbolsito Thomas a finire nell’angolo, con il capo ricurvo, lo sguardo a terra, l’incedere goffo. Gli altri si muovono spigliati, testa alta, petto in fuori, voce sostenuta, convinti nella loro ottica efficientista e suporomistica che sia non solo normale, ma addirittura sacrosanto, che il più debole perisca fino all’estinzione.

L’ingresso in scena di Carter, il capo, non fa che sancire gli equilibri di potere emersi, soffocando in Thomas ogni velleità di rivalsa.
La prova degli attori, tecnicamente impeccabile nei suoi dialoghi serrati, è agevolata da una drammaturgia manichea che, in nome di una ripartizione netta del male e del bene, cristallizza i personaggi in un ruolo fisso dall’inizio alla fine. Qualche sfumatura in più è nel personaggio di Thomas, povero Cristo che si carica la croce di un mondo infido e spietato, dove l’uomo è lupo per l’uomo.

BULL
di Mike Bartlett
traduzione Jacopo Gassman
regia e spazio scenico Fabio Cherstich
con Linda Gennari, Pietro Micci, Andrea Narsi, Alessandro Quattro
foto di scena Francesca Cassaro
produzione Teatro Franco Parenti

durata: 1h 05’
applausi del pubblico: 2’ 20”

Visto a Milano, Teatro Franco Parenti, il 10 aprile 2016

stars-3.5

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