Burrows & Fargion: il rigore senza vincolo di mandato

Burrows e Fargion in Body Not Fit For Purpose
Burrows e Fargion in Body Not Fit For Purpose

Nelle Grandi Pianure pensate da Michele Di Stefano per esplorare, nella capitale, gli spazi sconfinati della danza contemporanea, si può danzare anche da seduti. Far muovere la voce e conservare in apparente quiete il corpo.
E si avverte ancora una certa speranza nel genere umano nel vedere il tutto esaurito al Teatro India, in una sera d’estate. Per la prima delle due giornate dedicate al ritorno a Roma, dopo molti anni, di Jonathan Burrows & Matteo Fargion.

Quella del coreografo inglese e del compositore di origine italiana (ne avevamo parlato in passato dopo il loro passaggio a Uovo nel 2011 e a Vie nel 2012) è una proposta oggi quanto mai in controtendenza, con tutta l’irresponsabilità che ci vuole, senza il cruccio di dover rincorrere il presente, il presunto gusto o disgusto del pubblico, il pegno dell’impegno, né tanto meno un senso univoco delle proprie azioni.

“Both Sitting Duet”, uno dei primi lavori creati insieme, rielabora, in una partitura al contempo rigorosissima e attenta alle imperfezioni, un campionario di gesti e pose istantanee estratte dalla quotidianità, dall’ordinario gesticolare e significare attraverso posture provvisorie, sospensioni transitorie, stasi improvvise degli arti superiori, sguardi che vanno lontano, si aprono all’incontro con gli occhi del pubblico, sorridono beffardi del loro stesso agire. E l’unisono è solo una delle opzioni, con un certo amore contrappuntistico tra le parti, come indica lo stesso Burrows nelle note di regia del pezzo datato 2002.

“Both Sitting Duet” è “sovrascritto” a partire da “For John Cage”, lunga composizione per piano e violino di Morton Feldman, uno dei campioni di quella scrittura musicale novecentesca che poggia su una temporalità tendenzialmente statica e immanente, impietrita e quasi bloccata dentro il suo stesso farsi, nell’ingarbugliarsi di toni e ritmi che variano secondo minimi scarti.

E del rigore estetico del compositore americano Burrows e Fargion mutuano con coraggio il processo compositivo, conservando la struttura (ma non l’atmosfera) dell’originale, aderendo ad un procedere per riorganizzazione degli stessi elementi (gesti di braccia e mani, suoni vocali), con inserti, modulazioni di intensità, di velocità, di orientamento, per simmetria o derisione della stessa.

Un’esecuzione per sottrazione (di virtuosismo, di orpelli sonori e visivi, di décor o di decorazioni). I due stanno lì, esecutori, musicisti o danzatori, ma come seduti da qualsiasi altra parte, in silenzio; a terra, ai loro piedi, un quaderno a testa con una partitura scritta a mano, in una dialettica aperta tra pausa e azione, tra il cosiddetto silenzio e il suono, in una paradossale coerenza, quella delle macchine inutili, che sabotano il meccanismo di funzionamento teso all’efficacia, all’efficienza, alla produttività, per girare a vuoto, per “non servire”, o meglio non asservire l’azione alla parola, non far corrispondere le intenzioni agli esiti.

Questione che è ancora più evidente in “Body Not Fit For Purpose”, il secondo dei lavori presentati nel corso della serata, creato per la Biennale Danza di Venezia del 2014 a partire dalla struttura della celebre “Follia”, sonata per violino di Corelli. Una dichiarazione di poetica dai risvolti politici, in tempi di sempre più richiesto “vincolo di mandato”, con Fargion in questo caso a fare da contrappunto sonoro con un mandolino alla partitura fisica di Burrows, seduto al centro di un tavolo.
Ogni frammento è preceduto da un titolo, tra riferimenti agli attuali potenti di turno (da Bush a Berlusconi), fino a divertite e insieme sottilmente disperate rivendicazioni di insubordinazione al potere delle banche.

Basandosi, come le migliori coppie (anche) comiche, sull’esattezza matematica di tempo e spazio, Burrows e Fargion non deludono chi fa, da spettatore, della voglia di riconoscere patterns, della leggibilità compositiva, della chiarezza delle regole del gioco la propria bandiera. I due agiscono infatti in ordine, ma con delle sorprese, applicando scientificamente, per ‘detournamento’, i parametri base della “teoria dell’informazione” e quelli della finanza, in un gioco sempre vivo tra codifica del segnale e sua comunicazione, tra calcolo ed entropia di dati, tra cambiamento e sue variabili in un dato periodo di tempo. Una macchina combinatoria dagli esiti esilaranti, in una struttura così rigida da permettersi qualsiasi libertà al suo interno.

Questa esattezza tiene però letteralmente le porte aperte, nella negoziazione tanto cara a John Cage del concetto di ripetizione con variazione, con l’indeterminatezza ostinata, l’attenzione al momentum, agli sguardi e alle reazioni (sonore) degli spettatori: gli ingressi imprevisti, gli smartphone che squillano, le risate che nascono, gli imbarazzi che crescono, in un sabotaggio gentile ma efferato delle convenzioni sceniche, puntando sulle incongruenze tra l’intenzione e la sua messa in scena, nell’arbitrarietà manifesta e sfuggente del nesso tra forma e contenuto.

Both Sitting Duet/Body Not Fit For Purpose
composizione musicale per il corpo su partitura di For John Cage di Morton Feldman
di Jonathan Burrows & Matteo Fargion

applausi del pubblico: 2’
durata: 60′

Visti a Roma, Teatro India, il 3 luglio 2018

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