Ca’ Foscari: in scena il delirio del desiderio amoroso, da Flaubert a Shakespeare

Madame Bovary (photo: Paolo Porto)

Madame Bovary (photo: Paolo Porto)

E poi dicono che i giovani non vanno a teatro. La maggior parte del pubblico del Teatro Ca’ Foscari di Venezia non raggiunge i trent’anni di età e per il momento, visto i pienoni in sala, non si sta facendo sfuggire nessuno degli spettacoli della nuova rassegna RigenerAzioni-ripensare la scena, curata da Donatella Ventimiglia, che ha preso il via i primi di ottobre e si chiuderà a dicembre.

La scelta di mantenere nel corso delle stagioni una attenzione particolare verso le nuove generazioni e aver, allo stesso tempo, strutturato sempre più la relazione con l’ateneo, i suoi docenti e studenti sta dando dei bei frutti in termini di partecipazione.
“Ripensate la scena, la drammaturgia, i classici, ripensate Shakespeare, Flaubert, Steinback!” incita quest’anno la programmazione.
Un incoraggiamento rivolto non solo alle nuove generazioni di amanti del teatro, ma anche a coloro che di esperienza ne hanno già fatta, e che si trovano a collaborare con interpreti e autori emergenti, presentando il loro lavoro davanti a un pubblico, come in questo caso, di giovanissimi.

“Madame Bovary”, il primo romanzo di Gustave Flaubert (1856), accusato alla sua uscita di oltraggio alla morale ma divenuto ben presto talmente popolare da entrare nei bestseller, è stato ripensato e riscritto sottoforma di monologo da Luciano Colavero, co-fondatore assieme a Chiara Favero della compagnia Strutture Primarie, e presentato in prima assoluta al Teatro Ca’ Foscari.


Colavero, anche regista dello spettacolo, ha scelto di puntare l’attenzione sul tema del “desiderio” come focolaio di una infezione che si manifesta in “fame”, terribile e rovinosa, e avvelenamento, lento e agognato; binario drammaturgico che sorregge tutto l’andamento del monologo, ben interpretato da Chiara Favero.

Madame Bovary desidera sempre.  Un desiderio che non ha limiti né fine «ma solamente termina colla vita». Una fame più vecchia di lei: insaziabile, inarrestabile, incolmabile, «la insufficienza di tutti i piaceri a riempirci l’animo» scriveva Leopardi.

Non a caso l’interprete, al suo ingresso in scena, ingurgita a brancate con voracità l’arsenico argentato, nel quale Emma Bovary cercò rifugio e fuga dalla cognizione del vero, data dalle richieste di pagamento dei creditori che, circoscrivendone il delirio, la privarono del suo stesso male.

E poi sale sul palco che il regista ha sfrondato di ogni riferimento temporale, lasciando solo una passerella-pontile al centro della scena, sollevata dalla realtà su cui a fatica, nella vita, ha cercato di non poggiare i piedi. Una passerella che sarà percorsa dalla Favero avanti e indietro, come a predere lo slancio verso quell’infinito che l’anima non riuscira mai ad abbracciare, e dove alla fine si ritroverà a penzoloni, nel silenzio.

Il desiderio infinito si trova così non nella realtà ma nell’immaginazione che armeggia con speranza, illusioni, amore, comprime il petto, ingabbia il respiro; e ha l’essenza dell’arsenico, veleno insapore che lentamente brucia anima e corpo.

Il continuo ronzare di mosche (c’è forse del rimorso in Madame Bovary?) tiene in sospeso il personaggio tra il morire e l’essere già morta, e in questa terra di mezzo Emma/Chiara rivive il dramma della libertà e il dramma del desiderio.

Drammaturgia e regia sfuggono alla didascalica ricostruzione flaubertiana; la collocazione temporale del racconto viene spezzata fin dal calare delle luci in sala, l’interprete, infatti, sale sul palco scendendo direttamente dalla regia, lì dove il tutto ha preso corpo, rompendo così la quarta parete.
Forse l’improvviso intermezzo di una cover degli Smith, a sostegno della contemporaneità del tema, risulta un fragile eccesso, si avverte che il sentiero drammaturgico punta a condurre nel cuore di una odierna e diffusa insoddisfazione esistenziale, ma necessita di un maggior affondo o di una sferzata mordace che possa sbrigliare anche l’interpretazione dal rischio di una vena eccessivamente romantica.

Se Amleto è l’innamorato confuso, Otello quello perdente, il “Sogno di una notte di mezza estate” – tra un prendi e lascia, una fuga e una rincorsa, screzi, battibecchi, malumori, piccoli e grandi scontri, e un terzo incomodo che pur rimanendo nascosto sa mettere zizzania – diventa l’invenzione dell’amore moderno per ScenAperta Altomilanese Teatri.

Un sogno (photo: Paolo Porto)

Un sogno (photo: Paolo Porto)

Maddalena Mazzocut-Mis, docente di Estetica dello spettacolo all’Università di Milano, volendo indagare le relazioni amorose, taglia e rammenda qua e là il testo Shakespeariano, dando vita a una sorta di parodia che sta al confine tra un b-movie, una sit-com e una soap-opera teatrale.

La cornice amorosa è quella conosciuta: Lisandro e Demetrio amano Ermia, che ama Lisandro, mentre Elena ama Demetrio che ama Ermia.

Puck, lo spiritello ingannatore e pasticcione, diventa in questa versione un volubile e autoritario Mazapegul (Ksenija Martinovic) folletto della tradizione romagnola (una semplice sostituzione, o almeno non sembra dire altro) che se ne frega di tutta la vicenda tra Oberon e Titania e, nella trama del «se possono amarsi non si amano e se non possono si amano», preferisce inserire i personaggi di Muro e Fata (per mantenere anche una cornice onirica, surreale, quell’impossibile possibile dell’amore?).

Tutto è spicciolo e sbrigativo, gli innamorati (Luca Cairati e Federica D’Angelo) lo sono e non lo sono, si desiderano e ora non più, si cercano, si dimenticano, si ritrovano; la fine sta già nell’inizio, giusto il tempo di infilarsi o sfilarsi un accappatoio, una sottoveste, dei tacchi, due alette; giusto il tempo di un bacetto o di intravedere un “buchetto” e così l’amore lascia il tempo che non trova.

Se l’amore per la Giannini era una camera a gas, per Paolo Bignamini, regista di questo “Sogno”, è solo gas, dell’elio che serve per gonfiare palloncini che poi finiscono chissà dove, e forse scoppiano quando incontrano una fonte di calore improvvisa.

«Chi sei? Amore buongiorno! Quando ti levi di torno?…» canta Cesare Cremonini in quella simpatica e forse più emblematica canzonetta che spopola alla radio.
«La notte è già finita» e «se l’amore non viene mai una volta sola», una Grey Goose alla fine dello spettacolo ci sarebbe stata bene.

Madame Bovary
drammaturgia e regia: Luciano Colavero
con: Chiara Favero
scene: Alberto Favretto, Marcello Colavero
suono: Michele Gasparini
costumi: Stefania Cempini

durata: 45′
applausi del pubblico: 1’40”



Un sogno

A Midsummer Night’s Dream
da William Shakespeare
drammaturgia: Maddalena Mazzocut-Mis
regia: Paolo Bignamini
con: Luca Cairati, Federica D’Angelo, Ksenija Martinovic
scene a aiuto regia: Francesca Barattini
assistente: Shantala Faccinetto

durata: 50′
applausi del pubblico: 40″

Visti a Venezia, Teatro Ca’ Foscari, il 21 e 28 ottobre 2014

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