Caffeine: la danza incontra il pubblico più ‘vero’ fuori dai teatri

Caffeine 2013Si svolgerà in teatri, piazze e parchi della Brianza lecchese, oltre che in riva al lago, la terza edizione del festival di danza contemporanea Caffeine, che proporrà venti appuntamenti distribuiti nell’arco di cinque fine settimana, dal 20 settembre al 20 ottobre.

Spettacoli di teatro danza, shorts, site specific, danza acrobatica e laboratori domineranno il primo scorcio di autunno tra Merate, Imbersago, Olginate, Oggiono, Monticello Brianza e Casatenovo. La rassegna avrà Merate quale comune capofila e al centro della scena vi saranno, come sempre, gli spettatori, che avranno l’opportunità di fruire di eventi anche di forte impatto emotivo.

Abbiamo chiesto a Filippo Ughi, direttore artistico della rassegna organizzata dall’associazione Piccoli Idilli, di tracciarci un profilo di questa manifestazione che porta la danza contemporanea nel profondo della provincia lombarda.


Raccontaci lo spirito che anima Caffeine.
Caffeine è un festival che si svolge interamente in Brianza. E’ un punto di osservazione significativo, a mio parere, da cui guardare le dinamiche culturali e sociali della contemporaneità. Parlo della città infinita, sterminata periferia, di comunità deboli, inferno toponomastico, ma anche di delicatezze improvvise e bellezze paesaggistiche inaspettate.

Come si è evoluto il festival?
Qui ho iniziato a lavorare per Campsirago Teatro con il Teatro la Ribalta nei primi anni ’90: era uno dei primi festival teatrali che chiedeva al pubblico uno spostamento fisico e intellettuale significativo dalle proprie consuetudini culturali (si andava a piedi in un paesino completamente abbandonato senza acqua né elettricità, per difendere l’identità stessa e la memoria di quel paese preso d’assalto dalla speculazione edilizia), che ha dato origine a un’infinità di iniziative, in qualche modo analoghe, che sono molto frequentate dal pubblico.
Oggi la Brianza lecchese è ancora praticamente priva di sale teatrali adatte a ospitare la danza. Ma in questi anni sta emergendo la volontà da parte di molti artisti della scena contemporanea di incontrare il pubblico anche fuori dai contesti tradizionali, che spesso gli artisti stessi sentono fin troppo convenzionali e autoreferenziali. Si è quindi trattato di connettere una consolidata disponibilità del pubblico ad accettare spettacoli in spazi non teatrali (piazze, strade, ville, parchi, giardini… in fondo la Brianza è anche un po’ il polmone verde di Milano), con il bisogno degli artisti di incontrare un pubblico da loro sentito come più “vero”. Ovviamente il fine è portare in scena la contemporaneità, le sue tensioni sociali e i suoi conflitti irrisolti, in un territorio che molto raramente si è trovato ad accogliere iniziative culturali simili.

Perchè vi siete orientati proprio sulla danza?
Sono un attore di teatro per ragazzi. Non ho avuto il privilegio di frequentare le accademie della classica formazione di un attore teatrale. Ho avuto però la fortuna di incontrare molti artisti che mi hanno raccontato la passione per il teatro. Era la generazione del teatro ragazzi vissuto come un’occasione per un radicale ripensamento dei linguaggi della scena; la centralità del testo drammaturgico veniva messa sotto scacco. Tra questi artisti, sembra strano a dirsi, ho incontrato una danzatrice del Tanztheater Wuppertal. Le sono stato vicino per molti anni. Da qui la mia passione per la danza.

Come avvengono le scelte?
Cerchiamo sempre di offrire una panoramica più ampia possibile di quelle che sono le ipotesi di lavoro attorno a cui si pensa e ripensa alla danza fuori dalle sale teatrali. In questi anni abbiamo ospitato gruppi storici della danza italiana come Michele Abbondanza e Antonella Bertoni ma anche compagnie più giovani o giovanissime. Poi ci siamo sempre sforzati di declinare la danza contemporanea in un modo più ampio trovando spazio per la danza di strada, l’hip-hop, il tango, la danza per ragazzi la danza africana, il bharatanatyam indiano, la danza acrobatica, fino alla giocoleria e le arti marziali. Sono quasi sempre artisti stranieri che partono da forme di ballo popolari per andare senza alcun timore a esplorare tematiche e contenuti inerenti con ciò che caratterizza la nostra rassegna, finendo per fare proposte anche formalmente innovative. Penso, come caso emblematico, a Serge Aimé Coulibaly: ora danza con il Ballet C de la B quindi con Alain Platel, ma il lavoro che ci ha proposto era precedente: “Solitude d’un homme integre” usa un pastiche linguistico vibrante e speziatissimo. Avere 150 paganti in teatro, a Merate, felici, per uno spettacolo in francese apparentemente difficile da proporre è stata una soddisfazione enorme.

E quest’anno?
Quest’anno continuiamo con Francesca Lettieri, Fattoria Vittadini, No Frills, Ceccompany, Osteoporosys Dance Theatre, Olimpia Fortuni e Pieradolfo Ciulli, Mariagiulia Serantoni, Noemi Bresciani, gli inglesi Katherine Hollinson e Connor Quill e dalla Svizzera gli ZwischenTraum Theater. Poi i Samotracia, che terranno un laboratorio con gli adolescenti, Elena Annovi con la danza verticale, i danzatori di tango Alicja Ziolko e Bennie Bartels dalla Norvegia con “Lover for Seven” e la danza per bambini con uno spettacolo dei Teatrimperfetti di Maria Ellero. Gli Arearea festeggeranno a Caffeine il 28 settembre il ventennale della loro attività. Per la serata di inaugurazione, invece, abbiamo pensato di video-proiettare il film “Pina” di Wim Wenders e di riguardarcelo tutti insieme su un muro gigantesco all’interno di uno spazio aperto costruito recentemente, con una storia particolarmente sofferta per i meratesi ma che io trovo molto affascinante.

Che pubblico avete?
Abbiamo molto pubblico. E questo per me è sempre straordinario. Perché quello che chiediamo alle persone è una grande dose di curiosità, di propensione all’ascolto e di coraggio. La curiosità di chi decide di andare a vedere uno spettacolo di un gruppo che forse non ha mai sentito nominare, di cui spesso non trova sufficienti informazioni su internet o su altri canali d’informazione. Spesso gli eventi sono veri e propri site specific, quindi il pubblico deve essere curioso e aver voglia di prestare ascolto ad artisti quasi sempre molto più giovani, che con occhi pieni d’entusiasmo per l’arte ma con poca conoscenza del mondo provano a raccontare loro la contemporaneità̀. E’ un grande atto di fiducia nell’arte e negli artisti.
Ma vorrei parlare anche del coraggio degli enti locali, che sostengono, con inattesa passione e entusiasmo, un festival che non porta loro grande visibilità mediatica, che non propone spettacoli di consenso o legati ai grandi nomi della scena italiana, ma che si limita ad offrire un servizio che riteniamo essenziale alla cittadinanza, con proposte di qualità a prezzi accessibili a tutti.

Quali sono le possibilità di una giovane compagnia di farsi vedere?
Una giovane compagnia ha scarsissime possibilità di farsi vedere. Si parla molto d’innovazione, ma la paura di cambiare, di perdersi, la fatica di immaginarsi diversi da quello che siamo sono ancora dominanti. Non è un problema solo italiano, riguarda quanto meno l’Europa intera. In Italia lo si soffre solo di più perché si accompagna a un periodo di stagnazione politica, sociale ed economica particolarmente fiaccante. La Brianza è un ottimo osservatorio di tutto questo.
 

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