Caino, padre della civiltà contemporanea. Il rito di Teatro Valdoca

Caino - Raffaella Giordano
Caino - Raffaella Giordano

Raffaella Giordano in ‘Caino’ (photo: Rolando Paolo Guerzoni)

“L’animale chiamato Dio/sbatte i suoi capelli/fino all’unto del cielo.
Si mostra in tabernacoli scuri/la sua luce trattiene nell’ombra,/nell’ombra sudicia.
L’animale chiamato Dio/spinge in pericolose contrade.
Ti vuole solo. Perduto/sul punto del pianto/stanco ti vuole.”

E’ la voce di Leonardo Delogu ad introdurci in questo personale sguardo di Cesare Ronconi e Teatro Valdoca fra luci ed ombre del primo assassino al mondo, fra le pagine di una Genesi ritracciata dalla vibrante parola poetica di Mariangela Gualtieri ed affrescata dall’immaginazione scenica che avvolge il piano narrativo all’essenziale, ‘necessario’ immaginifico pittorico della compagnia cesenate. Questa notte assistiamo alla raffigurazione del lato oscuro della luna.

Uno sguardo agli elementi simbolici che compongono la scena svela le contraddizioni di cui siamo solo miseri portavoce, ritrae allegoricamente i mondi che ci siamo lasciati alle spalle, quelli che ci appartengono e quelli che da qui in avanti ci attendono.
Luci ed ombre, bene e male, bianco nero… e rosso. Un rosso fuoco di profondità granata, vero richiamo ancestrale al sangue, alla passione, alla vita, all’essere umano. Lo stesso rosso del mantello che Caino agita durante la sua danza di morte, del sangue che gocciola da un naso fallico pronto a concepire nuovi assassini in serie, del prezzo incalcolabile che Caino pagherà in eterno per l’efferatezza del suo gesto.

Vegetazione dimenticata ad appassire in un angolo. La fauna a dar lustro ai mantelli o imbalsamata, prigioniera fra la polvere e il cellophane. “…La terra respira poco, fa fatica…”. E’ la natura ridotta a complemento d’arredo, costretta a rassegnata sudditanza.
Si rintracciano elementi di continuità con i temi e le istanze emerse dall’ultima grande operazione corale di Teatro Valdoca: la trilogia di “Paesaggio con fratello rotto”.

Un registratore a bobine, quasi a voler catturare e riproporre all’infinito le tragedie del fratricida ammalato di potere, contagiato dal veleno del serpente. Dallo sferragliare di macchine – notevole l’apporto sonoro allo spettacolo, una presenza incessante mai eccessiva né accessoria – all’incalzare di tamburi salutati a braccio teso, pugno chiuso o con marziale apocalitticità, le scene si susseguono sotto una pioggia costante, anticipatrice del diluvio universale che potrà, forse, azzerare la stirpe di Caino, ma non sarà in grado di pulir via tutti i mali del mondo.

“Nasce continuamente un altro simile a me” urla Caino nell’intensità di una scena color grigio perla, splendida come, nel loro candore, le schiene nude delle ragazze del coro. Danio Manfredini è rigoroso, misurato, impeccabile nelle sfumature di questo canto funebre in onore dell’umanità, pietoso nei confronti dell’uomo Caino che, in fondo, oltre alla cieca gelosia verso il fratello, non desiderava altro “che un po’ d’amore”. E invece sconta il suo essere predestinato ad incarnare, da quel momento in avanti, tutti i possibili mali dell’umanità. A Caino viene donato il finito per indurlo a rincorrere l’infinito. E’ un passaggio inconsapevole quello che trasforma il dono divino in un arrogante sfoggio di forza, autorità, imposizione, che spinge l’uomo verso la vertigine.

Questo “Caino” è un rito in onore dell’essere umano e delle sue oscurità, ma anche di quei pallidi raggi di luce che risiedono superstiti dentro tutti noi, come sopravvissuti al fratricidio originale. Un’opera corale, di convincente impatto emotivo, declinata nella consueta raffinatezza formale verso cui convergono tutte le produzioni di Teatro Valdoca.
Forse è ora che finalmente nasca qualcuno che non chieda di essere amato ma che ami e rifecondi la specie nel nome del debole filo di speranza che ci tiene ancora appesi alla vita. E’ la vicenda di ciascuno di noi, a nostra volta assassini e folli civilizzatori spesso inconsapevoli: “…il male ci mette alla prova e insieme ci dà l’occasione di guarire…”. Prendendo a prestito le parole di Alda Merini lo spettacolo ci avverte della presenza, in ciascuno di noi, di questa insostituibile componente.
“Abele è in parte qui e in parte manca… e a chi non piange non resta che arrendersi alla civiltà”.


CAINO

regia, luci e scene: Cesare Ronconi
testo: Mariangela Gualtieri
con: Danio Manfredini, Raffaella Giordano, Mariangela Gualtieri, Leonardo Delogu, Giacomo Garaffoni
coro: Susanna Dimitri, Sara Leghissa, Isabella Macchi, Silvia Mai, Daria Menichetti, Mila Vanzini
percussioni: Enrico Malatesta
elettronica: Alice Berni
costumi: Sofia Vannini
fonica e ricerca del suono: Luca Fusconi
sculture: Erich Turroni, Verter Turroni
oggetti di scena: il laboratorio dell’imperfetto
costruzioni in legno: Maurizio Bertoni
macchine del suono: Antonio De Luca
macchine di luce: Stephan Duve
macchinista: Stefano Cortesi
assistente alla regia: Serenella Martufi
organizzazione: Elisa De Carli
amministrazione: Morena Cecchetti
consulenza amministrativa: Cronopios
prodotto da Teatro Valdoca con il sostegno di Fondazione del Teatro Stabile di Torino, Emilia Romagna Teatro Fondazione – Teatro A. Bonci di Cesena
con la collaborazione di Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, Fondazione Romaeuropa, Teatro della Luna di Assago
durata: 1h 40’
applausi del pubblico: 4’ 51”

Visto a Torino, Fonderie Teatrali Limone, il 13 gennaio 2011
Prima assoluta

No Comments

  • sergio ha detto:

    non vedo l’ora di vederlo!! (quindi sono cieco due volte!) 🙂

  • sergio ha detto:

    Bel pezzo, davvero.
    Manfredini è sempre impressionante, enorme, come lo è Giordano. Tuttavia ho visto ieri lo spettacolo e sono rimasto molto deluso da un teatro che, nel 2011, ancora non ha il coraggio (o non ce la più) di mettere anche solo un piede fuori della propria rappresentazione. ho trovato estremamente irritante questo prendersi così sul serio.
    Temi alti, parole alate, per carità. Ma se non si lascia spazio al gioco, neppure negli inchini finali, il teatro è l’ennesima morte. E io non voglio che lo sia.

  • Daniele T. ha detto:

    Alla fine non son riuscito ad andare, purtroppo, l’ascolto in radio di alcuni estratti mi aveva molto incuriosito e convinto, poi un po’ tutti gli spettatori di area romana con cui ho parlato mi hanno sconsigliato in tutti i modi di andare a vederlo… eppure dopo il suo debutto (o anteprima) torinese ne avevo sentito parlare bene da diversi spettatori dell’area torino-milano, boh, magari è una differenza antropologica tra centro e nord 🙂
    Molte compagnie che piaccion tanto nei festival tipo Dro, quando scendon a Roma si lasciano strascichi di commenti orripilati…

  • sergio ha detto:

    Daniele, ti rendi conto di aver gettato le basi per un interessantissimo saggio su Valdoca? La differenza di ricezione tra nord e sud Italia… Io ci penserei.
    Comunque confermo, avevo registrato le stesse buone pulsazioni a nord, mentre a sud “sta essendo” un piccolo disastro…

  • Fabrizio ha detto:

    E’ potente come sempre la poesia della Gualtieri, e Danio certo s’impone in questo lavoro. Tuttavia “il prendersi così sul serio” di Sergio l’ho avvertito anch’io e non è neppure la prima volta con la Valdoca, anche per produzioni che mi avevano emozionato di più. Non soltanto a volte fatico a respirare a così alte quote, ma neppure ne colgo sempre il senso ultimo, la necessità. Per la cronaca ieri sera al Pala Ghiaccio, pubblico freddino. Mentre una settimana fa per la ripresa di “Al presente” è stato un delirio.

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