La violenza claustrofobica del Calapranzi: ecco il Pinter dei Cantieri Teatrali Koreja

Il Calapranzi
Il Calapranzi

photo: teatrokoreja.it

Il Nuovo Teatro Nuovo di Napoli ospita i leccesi Cantieri Teatrali Koreja per “Il Calapranzi” di Harold Pinter, grande classico del 1957 nella traduzione di Alessandra Serra e per la regia di Salvatore Tramacere.
Lo spettacolo, probabilmente per scelta, viene realizzato nella sala piccola del teatro che, con i suoi 50 posti e le pareti color nero pece, si adatta perfettamente all’ambientazione claustrofobica dell’opera.

In uno spazio che accoglie gli spettatori con le locandine delle opere di Annibale Ruccello affisse sui muri, ricordo di un teatro napoletano d’avanguardia, anch’esso ricco di ossessioni e claustrofobia, Pinter viene permeato attraverso un’italianità linguistica e gestuale che rende più colorita e nostrana la trama, ma dimenticando quasi la sua essenza angosciosa originaria. La trovata linguistica, infatti, fa sì che i due personaggi principali, Ben e Gus, siano meridionali: l’uno, Benito, dall’accento calabrese, e l’altro, Gù, salentino. La scelta colpisce, ma rende forse troppo “realistica” la pièce pinteriana.

Ben e Gus sono due killer professionisti in attesa di istruzioni da un misterioso capo, che sembra comunicare con loro tramite un calapranzi da cui vengono fatti scendere oggetti e messaggi, pizzini dalle istruzioni senza significato.
Le prime scene si svolgono su un proscenio inesistente, delimitato da una scatola di plexiglass e alluminio, all’interno delle quale si muovono due figure illuminate da luce verde: una donna, prorompente e sinistramente sensuale, e una donna-uomo, la cui femminilità viene simbolicamente schiacciata da una benda stretta sul seno e da un fare fortemente mascolino. Due figure metafora di altrettante coscienze e personalità, quelle dei protagonisti, chiuse in una stanza-mente. Una rappresenta il doppio astratto di Ben, accattivante, gelido, razionale e coraggioso; l’altra è il doppio del pauroso Gus, a metà tra uomo e donna, tra coraggio e paura.
La mente claustrofobica abbandona poi la trappola di plexiglass e si apre, attraverso un sipario costituito da specchi che riflettono gli spettatori, nel momento esatto in cui le due “coscienze” domandano: “A chi toccherà stasera?”.

La stanza che ospita Ben e Gus vorrebbe essere desolata e claustrofobica, ma non lo è abbastanza: paradossalmente avrebbe bisogno di un minor numero di oggetti. Le pareti grigie e i due letti basterebbero forse ad accompagnare l’ossessiva recitazione dei tre personaggi: Benito, Gù e il calapranzi. Quest’oggetto, infatti, si anima diventando personaggio, così da mettere in comunicazione i due protagonisti con il mondo esterno e superiore, interrompendo le ossessive discussioni tra i due, i climax di violenza, semplicemente salendo e scendendo con una corda.
Nel colpo di scena finale, con sottofondo di musica spettrale, Ben e Gus si ritroveranno l’uno davanti all’altro: Gus, completamente nudo, apparirà fragile, mostrandosi in tutta la sua mascolinità, che altro non è – tuttavia – che ossessione e codardia, per poi coprire con le mani il suo membro come a dire: “Il coraggio non è maschio; sono semplicemente un uomo vestito di angosce e fobie”.

IL CALAPRANZI
di Harold Pinter
traduzione: Alessandra Serra
regia: Salvatore Tramacere
con: Angela De Gaetano, Maria Rosaria Ponzetta, Fabrizio Pugliese, Fabrizio Saccomanno
scene, luci e suono: Lucio Diana e Salvatore Tramacere
realizzazione scene: Mario Daniele
tecnici: Mario Daniele, Angelo Piccinni
durata dello spettacolo: 1 h 35’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Napoli, Nuovo Teatro Nuovo, il 30 aprile 2009

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