Calcinculo. Gli attacchi sparsi di Babilonia Teatri

Calcinculo (photo: Short Theatre)
Calcinculo (photo: Short Theatre)

Indicazioni ai naviganti che, veleggiando in zona Short Theatre 2018 (quest’anno raccoglie le sue proposte sotto il titolo ‘Provocare realtà’), si trovassero a fare rotta presso il nuovo lavoro di Babilonia Teatri, “Calcinculo”, in scena alla Pelanda ma già visto in anteprima a Castrovillari a maggio e poi nella sua forma definitiva a Bassano del Grappa ad agosto. Lo spettacolo è una summa e un riepilogo dei caratteri del lavoro della compagnia, ai quali non sembra aggiungere nuovi dati, né prospettare sviluppi.

È informale e nazionalpopolare; scisso e molteplice; politico e apolitico insieme. Informale e nazionalpopolare: “Calcinculo” si presenta sulla scena senza aggiustamenti di tiro, senza timidezze, entra subito in voce (la voce propria di Babilonia Teatri), e per mezzo di pochi elementi di scena ci piazza immediatamente nel mezzo di un luna park di quelli itineranti, di terzo o quart’ordine. Ci sono gli estintori a norma allineati, c’è una sfilza di bandiere leonine veneziane, che non mancheranno di garrire al comando di una coppia di ventilatori, e c’è persino un seggiolino da “calcinculo”, appunto, che pende dal soffitto e fa da attualizzazione simbolica del concetto del rifiuto senza pensare, senza problematizzazione, a pelle: il calcio in culo, appunto. E c’è il goloso oggetto da afferrare, la polverosa coda di volpe.

C’è poi la voce vestita d’entusiasmo che invita a partecipare e a divertirsi senza indugi: è quella di una cantante (Valeria Raimondi) che veste, si muove e vocalizza con i più triti cliché del pop di provincia. Su musiche che non indulgono in sfumature o raffinatezze, si dispiegano testi al contrario acidamente critici che sembrano trovare il terreno ideale per convogliare quella loro forza distruttrice proprio nell’apparente banalità del sostrato musicale. Si tratta di un uso della musica sottile, poiché essa agisce contemporaneamente come critica di sé stessa e come lo zucchero sull’orlo del bicchiere, come evidenza di un abisso e come l’olio in un ingranaggio.
Un viatico insomma, e un esaltatore per assurdo del contenuto. L’operazione è delicata al punto che talvolta il terribile vuoto della canzone rischia di trascinare con sé la massa del testo, abbandonandolo a un inesorabile scivolamento, inefficace: ma è un rischio che si doveva correre.


Scisso e molteplice: la mancanza di una drammaturgia forte che operi da legante si riconosce nel carattere ‘a pezzi staccati’ del lavoro. Canzoni si intervallano a numeri parlati, monologhi, duetti all’unisono à-la-Babilonia o altre trovate, come una riuscita mostra canina alla ricerca della bellezza oggettiva per mezzo di giuria popolare, alla fine comunque abortita in favore della politica dirigista di una scelta dall’alto.
L’elemento che cementa questa sorta di varietà trans-genere (varietà, prosa, tv locale, festa di paese…) è soltanto tematico, nel senso di una frammentata ma insistita missione, quella di descrivere i caratteri sociologici e psicologici della nostra contemporaneità occidentale, post-consumistica, post-ideologica, ultra-individualistica e magari proto-fascista.

Ma “Calcinculo” parla politico e apolitico insieme. L’attacco spregiudicato alla nostra società ignorante e paradossale a suon di mitragliate (di calci in culo, appunto, magari un po’ alla cieca, ora al fissato della sicurezza, ora a chi disprezza i prati) è veicolato in una forma che ha nel disinteresse per gli elementi di composizione e armonia scenica una sua precisa scelta, come spesso negli altri lavori della compagnia. È un disinteresse che, unito al carattere drammaturgicamente destrutturato di cui sopra, porta lo spettacolo a non subire la limitazione né di confini temporali, né soprattutto di vincoli consequenziali a livello tematico, facendone di fatto un testo aperto a nuovi “pezzi” in ingresso, a sostituzioni o inversioni, a espunzioni.

Tale apertura e fluidità del materiale è specchio oggettivante della fluidità dei contenuti, i quali a una critica ideologica (se fosse ancora lecito fare critica ideologica) pagherebbero lo scotto di essere a loro volta contaminati dal carattere di ciò che criticano. E di riconoscersi tali per statuto (il titolo lo denuncia).

Insomma una società disordinata, polverizzata, senz’anima, si taglia su misura i suoi propri attacchi disordinati, polverizzati, senz’anima. Comici, dolorosi, roboanti, di punta, liberatori, ma in fondo sempre calci in culo. Apolitici. Cioè senza prospettive.

CALCINCULO
Di e con Enrico Castellani e Valeria Raimondi
e con Luca Scotton
musiche Lorenzo Scuda
fonico Luca Scapellato
direzione di scena Luca Scotton
produzione Babilonia Teatri, La Piccionaia
coproduzione Operaestate Festival Veneto
scene Babilonia Teatri
produzione 2018
si ringraziano il Coro Ana Valli Grandi e Cuore Husky rescue

durata: 60’
applausi del pubblico: 2’

Visto a Roma, La Pelanda, il 7 settembre 2018

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