Campo Teatrale alle prese con Winnie: Parlami ancora, dai!

Parlami ancora, dai!

Livia Bonetti in Parlami ancora, dai! (photo: campoteatrale.it)

Un uomo e una donna: due individui legati da qualcosa di ormai sottile che ancora non si spezza eppure separati da una distanza incolmabile, mentre un silenzio incommensurabile e l’ombra di un insistente nulla sono sul punto di inghiottirli.

La difficoltà della comunicazione, la vanità della condizione umana e la solitudine dell’uomo sono i temi di “Parlami ancora, dai!”, nuova produzione di Campo Teatrale, affrontati e analizzati attraverso l’universo beckettiano, fondendo in particolare due tra i testi più indagati del grande drammaturgo: “Giorni felici” e “L’ultimo nastro di Krapp”.

Il risultato di questa intersezione è uno spettacolo dai toni più intimi rispetto all’atmosfera allucinata tipica del teatro dell’assurdo, una rappresentazione in cui il clima apocalittico cui Beckett usualmente inserisce i propri personaggi si stempera per adattarsi ad una dimensione più domestica.

La tenace lotta di Winnie per negare il nulla che incombe su di lei entra dunque nel contesto di una vita di coppia segnata da un’ottusa incomprensione reciproca e da una lontananza soprattutto mentale. Lei smaltisce la sua frustrazione aggrappandosi a un fiume di chiacchiere vane e futili come i piccoli oggetti casalinghi che scandiscono il suo vivere quotidiano, lui si rifugia in un mondo fatto di brevi e insensate letture da ritagli di giornale e ricordi ormai remoti, chiusi in vecchie scatole.
Per entrambi, ad ogni modo, l’unica apparente soluzione al silenzio che li soverchia sono sempre e comunque le parole che, nell’impietosa riflessione ontologica di Beckett, sono il simbolo stesso dell’inconsistenza della vita e dell’essenza.

A questi effimeri appigli che si smarriscono nello spazio e si dissolvono nell’arco di un istante, l’uomo è dunque ridotto ad aggrapparsi, in un universo che si sfalda, perdendo ogni concretezza, e si riduce ad immagini ormai puramente oniriche.

Non solo parole, tuttavia, in scena, ma un intreccio strettissimo fra drammaturgia, suoni, registrazioni, musiche e silenzi spesso poetici, intessuto con abilità dalla regista Lia Gallo per tradurre quello che in definitiva è il nucleo di tutta la riflessione di Beckett: il dramma dell’afasia, la perdita del linguaggio, della memoria e dunque della coscienza nell’uomo.   

Se nel teatro dell’assurdo i temi dell’attesa e della vacuità fanno cadere spesso in scelte registiche ripetitive e talvolta noiose per lo spettatore, il pregio di questa messinscena sta invece proprio nella vivacità con cui Lia Gallo conduce la narrazione, rinunciando alla tentazione di una recitazione accademica e didascalica e scegliendo invece un registro grottesco anche molto spinto, capace di accogliere senza inibizioni tutta l’ambiguità e l’ironia insita nei testi di Beckett, valutando, nello stesso tempo, il tragico patetismo in cui i personaggi sono ingabbiati.
Così, per esempio, la leggerezza e la frivolezza di Winnie appaiono sin dall’inizio in evidente contrasto con una vitalità sotterranea che tenta disperatamente di emergere; e quando questa forza esplode, con tutta la sua potenza, il suo rivelarsi è comunque inutile nel clima di gelida indifferenza in cui tutto è inserito, così da rendere efficacemente il dramma umano rappresentato.

Vera colonna portante dello spettacolo è dunque l’interpretazione della bravissima Livia Bonetti, che tratteggia una Winnie energica e molto convincente, soprattutto nei momenti di maggior intensità, capace al contempo di regalare al pubblico scene di comicità esilarante.

Punto debole della rappresentazione è invece la controparte maschile. Seppure posto in secondo piano, l’intervento attorale di Umberto Banti risulta comunque troppo debole e non pienamente aderente alle scelte grottesche ben evidenti nell’interpretazione della Banti.

Interessanti le musiche originali di Gipo Gurrado, che conducono tutto lo spettacolo attraverso un’atmosfera sempre sospesa, plasmando, ricomponendo e trasformando man mano i sentimenti e l’emotività dei personaggi.

Parlami ancora, dai!
liberamente ispirato a Giorni Felici di S. Beckett
con: Livia Sonetti e Umberto Banti
drammaturgia: Francesca Gerli
foto: Laila Pozzo
disegno luci: Toni Caroppi
musiche: Gipo Gurrado
costumi e scenografia: Lia Gallo
regia: Lia Gallo
produzione: Campo Teatrale
durata: 1h
applausi del pubblico: 3′

Visto a Milano, Campo Teatrale, il 14 dicembre 2012


 

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