Cani di bancata per raccontare famiglie e tentacoli della mafia

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Cani di bancata – Emma Dante

Una mafia con la bava alla bocca, quella di Emma Dante. La madre ma anche la morte. Bianca e nera. Una mafia fatta di pizzi: che ti avvolge, t’intorpidisce e al contempo ti fa sedere a tavola, chiamato a condividere lo sbranare d’un tozzo di pane.

Come quei cani di bancata a cui l’autrice palermitana dedica simbolicamente il suo ultimo lavoro. Quei cani che si aggirano nei mercati rifugiandosi sotto ai banconi per nutrirsi di ciò che cade, degli avanzi, degli scarti. E che, in siciliano, simboleggiano esseri corrotti, approfittatori, parassiti in attesa di carne fresca. Mafiosi.

“Liberaci dal padre”, dice la Madre, tenendo legati a sé figli che bruciano immagini religiose e si fanno il segno della croce. Andate e confondetevi con la gente normale, voi che siete brav’uomini. L’onore e la dignità. Quella dei figli d’una Famiglia tentacolare che non molla la presa su alcuno. Quella di uomini a cui è “affidata l’Italia”: governatori, dottori, eminenze. Fantocci. Che indossano una maschera per celare un’identità difficile da gestire. Tutto questo in nome del potere: un potere occulto e quasi alchemico, che esige un patto di sangue non rescindibile. Ieri come oggi.


Ancora una volta Emma Dante sa servirsi del corpo umano per trasmettere emozioni intense. E non si tratta di corpi da esibire od ostentare. Ma di corpi da usare perché parlino in maniera brutale ed arrivino nel profondo.
Un urlo di insofferenza e fastidio, a tratti ironico e grottesco, rivolto ad un mondo dai confini geografici molto labili: uno sputare contro al suo gergo, alle sue regole, semplicemente al suo “esserci”.

Scrive Emma Dante nelle note di regia:
“La mafia è una femmina-cagna che mostra i denti prima di aprire le cosce. È a capo di un branco di figli che, scodinzolanti, si mettono in fila per baciarla. Il suo bacio è l’onore. La cagna dà ai figli il permesso di entrare: “Nel nome del Padre, del Figlio, della Madre e dello Spirito Santo”. Bastona il figlio più giovane e gli mette un vestito imbrattato di sangue. Il mafioso risorge e riceve dalla Madre la benedizione. I fratelli lo abbracciano e comandano il giuramento: “Entro col sangue ed uscirò col sangue”. Il patto si stringe.

Così rielaboro il rito di affiliazione di un uomo che giurando davanti a Dio si consegna alla mafia per sempre. Questo rito antico è il folclore, è la mafia da cartolina di un “agriturismo” nelle campagne di Corleone dove si mangia ricotta e cicoria e si recitano le preghiere con radio-maria.
Ma il folclore è una tavola imbandita che serve a nascondere l’orrore. Dietro la quale, fuori dagli occhi, avviene ciò che non si può dire, che non entra neanche nelle cronache.

La mafia è il trionfo della menzogna, è il rovescio che diventa verso, il sotto che viene a galla, il basso che si fa alto, il delitto che si trasforma in regola.

Una cosca, una massa, un partito, una società, una fratellanza: una Famiglia.
Si può finire in questo recinto per nascita, per paura, o per amore. Chi entra contrae un vincolo eterno. I legami diventano indissolubili, i patti infrangibili. Non ci si può sottrarre, non si torna indietro. È un’appartenenza selvaggia, di mandria. Chi esce dalla mandria muore.
In Sicilia abita un popolo che parla un gergo segreto, accompagnato da ammiccamenti, da gesti con le mani, la testa, gli occhi, le spalle, la pancia, i piedi. Un popolo capace di fare tutto un discorso senza mai aprire bocca.
Questo popolo ha un atteggiamento mafioso che non ha niente a che vedere con la mafia.

Faccio un esempio: sto percorrendo in auto una stradina a senso unico e di fronte a me arriva un’auto contromano. Mi fermo, ho fretta e suono il clacson. Aspetto che il conducente indietreggi e, nonostante il mio coraggio, basta un suo sguardo accompagnato da un cenno con la testa per farmi capire che mi conviene fare retromarcia. Non penso che il conducente di quell’auto sia mafioso, anche se lo è il suo atteggiamento. È più facile incontrarlo in un’auto blu nel centro di Roma, il mafioso contemporaneo, nel giusto senso di marcia.
La mafia femmina-cagna schifa se stessa e chiede ai suoi figli di rinnegarla. Li allontana da sé per non infangare il loro nome, è una puttana che si vergogna del suo passato. Col sangue di vittime innocenti li ha nutriti, li ha fatti studiare, li ha nobilitati. Ora i figli sono diventati importanti. Ricoprono delle cariche.
La cagna dona ai figli l’Italia capovolta e divisa, fatta di ‘isuliddi c’un fannu capo a nuddu. In questa nuova cartina geografica, la Sicilia è al nord.
La cagna non si preoccupa più di punire la verità, quella che costò la vita a Peppino Impastato, perché è riuscita a delegittimarla questa verità, screditando la magistratura e assuefacendo l’opinione pubblica all’illegalità.

In un’isola del nord di un’Italia capovolta c’è una città madrìce, un luogo primario, dove un popolo silenzioso, seduto attorno a una tavola imbandita, si spartisce l’Italia e se la mangia a carne cruda.”

CANI DI BANCATA
Testo e regia: Emma Dante
Assistente alla regia: Elisa Di Liberato
Assistente alla drammaturgia: Eleonora Lombardo
Scene: Emma Dante e Carmine Maringola
Costumi: Emma Dante
Light designer: Cristian Zucaro
Responsabile tecnico: Antonio Zappalà
Direttore di scena: Luigi Chiaromonte
Amministratore di compagnia: Andrea Perini
Foto: Giuseppe Distefano
Produzione Crt Centro di Ricerca per il Teatro in collaborazione con Palermo Teatro Festival
Personaggi e interpreti in ordine gerarchico:
Mammasantissima Manuela Lo Sicco
Totò Siciliano (detto Zù Totò u bisturi) Antonio Puccia
Salvatore Spagnuolo (detto Don Sasà) Salvatore D’Onofrio
Toni Cintola (detto Big Jim) Sandro Maria Campagna
Girolamo Riccio (detto Gegè u farmacista) Carmine Maringola
Stefano Varvarà (detto Slim Fast) Sabino Civilleri
Gennaro Panzanella (detto Joker) Michele Riondino
Giuseppe Bonanno (detto Spatuzza) Alessio Piazza
Vito Montalto (detto Cicciobello) Fabrizio Lombardo
Federico Panunzio (detto U purtiere) Ugo Giacomazzi
Cst Liborio Paglino Stefano Miglio

Visto a Moncalieri (TO), Fonderie Teatrali Limone, il 07 febbraio 2007

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