Il teatro nel carcere di Beirut. Intervista ad Armando Punzo

Uno dei partecipanti al laboratorio di Punzo a Beirut
Laboratorio a Beirut in carcere di Armando Punzo

Uno dei partecipanti al laboratorio nel carcere di Beirut

Da Volterra al Libano e ritorno. Abbiamo incontrato il regista Armando Punzo (anima della Compagnia della Fortezza) al suo ritorno da un laboratorio nel carcere di Roumieh, a Beirut, in Libano, invitato dalla regista e attrice Zeina Daccache nell’ambito del progetto “Drama therapy in prison: a new artistic platform”.
La Daccache, con la sua associazione Catharsis e in collaborazione con la direzione generale per la Cooperazione allo Sviluppo della Farnesina in Libano – che finanzia l’intero progetto -, ha girato un documentario in cui ha seguito per 15 mesi 45 detenuti del carcere di Roumieh, alcuni di loro quasi completamente analfabeti, mentre lavoravano insieme per presentare un adattamento della pièce teatrale di Reginald Rose (e successivo film di Sidney Lumet) “12 Angry Men”, del 1957, trasformandolo in “12 Angry Lebanese”. Il film è stato realizzato nell’ambito dell’iniziativa di Assistenza sociale alla prigione di Roumieh, finanziato dal Programma italiano di emergenza Ross, grazie al quale 200 detenuti del carcere hanno frequentato per un intero anno corsi di “drama therapy” all’interno della struttura detentiva. Hanno così potuto intraprendere un percorso di recupero psico-attitudinale partecipando alla realizzazione del film. Il risultato dell’esperienza ha dimostrato gli effetti positivi dell’arte-terapia, anche su alcuni elementi particolarmente ostracizzati dalla società.

Come è nata e si è sviluppata questa collaborazione con Zeina Daccache?
Ho conosciuto Zeina durante il progetto “I porti del Mediterraneo”, qualche anno fa. Dopo questo incontro lei mi chiese di poter venire a lavorare con la Compagnia della Fortezza all’interno del carcere di Volterra. Fece un lungo periodo di formazione. Dopo questa sua esperienza ha pensato di creare un progetto simile in Libano, nel carcere di Roumieh, a Beirut.
E’ la prima volta che si parla di teatro in carcere nel mondo arabo. Per questo, e non solo, l’esperienza di Zeina è straordinaria. Dopo la fase di laboratorio la sua compagnia ha messo in scena uno spettacolo, “12 Angry Lebanese”, dal quale è stato tratto un documentario [vincitore di due premi al Dubai Film Festival come “Primo premio miglior documentario” e “Primo premio People Choice” ndr] e un cd con le musiche originali dello spettacolo, entrambi acquistabili su antoineonline.com. Noi l’abbiamo poi invitata quest’estate a Volterra a presentare il documentario all’interno del carcere durante VolterraTeatro 2009.

Come giudichi il lavoro di Zeina?
Zeina Daccache è molto determinata. È alla prima esperienza, e lavora nel carcere di Roumieh [considerato il carcere di massima sicurezza con il regime più duro in Libano ndr] da circa due anni. Ha esperienze come attrice in televisione ed è quindi un personaggio conosciuto e rispettato. Quest’estate a Volterra, dopo la proiezione del documentario, ha cercato in me un aiuto e un appoggio per continuare il suo progetto; mi diceva che aveva difficoltà a lavorare in quel carcere per il fatto di essere donna e altro ancora. Le ho risposto che anche io, dopo 22 anni di lavoro in carcere, certe volte ho difficoltà in alcune situazioni, seppure uomo, perché ci sono sempre agenti o detenuti (pochi per fortuna) che ti fanno ostruzione. Questo è il mondo del carcere. Quindi ho deciso di raggiungerla, a dicembre, per dare continuità alla nostra collaborazione. Difficilmente io mi muovo da Volterra, ma il progetto di Zeina mi sembrava qualcosa per cui valesse la pena.

Uno dei partecipanti al laboratorio di Punzo a Beirut

Un altro dei partecipanti al laboratorio

Quali sono le differenze tra lavorare a Roumieh rispetto che a Volterra? Hai dovuto fare delle modifiche al tuo approccio?
Ho tenuto un laboratorio di una settimana nel carcere di Roumieh. Ho proposto a Zeina di lavorare sul “Marat-Sade” di Peter Weiss. Mi sembrava il testo adatto, lo conosco bene e immediatamente mi permetteva di iniziare a lavorare. Inoltre è uno spettacolo storico della Compagnia della Fortezza e, in questo modo, pensavo di fare un collegamento tra le due esperienze, creando una certa continuità. L’esperienza dentro il carcere è stata terribile e straordinaria allo stesso tempo: in Libano sono molto più indietro rispetto a Volterra. Mi sembrava di tornare agli inizi della mia esperienza, ai primi giorni dentro al carcere di Volterra, dove c’era una necessità enorme di lavorare. A livello di rapporti umani non ho avuto alcuna difficoltà. Le persone erano coinvolte e si facevano coinvolgere. Quando sono arrivato ho partecipato allo stesso “rito del caffè”, che ancora oggi avviene a Volterra: il caffè viene infatti offerto ai nuovi arrivati. Poi ho proseguito in totale libertà, mantenendo il mio modo di lavorare. Non ci sono stati problemi con la lingua, potevo parlare in inglese o in francese oppure Zeina poteva tradurre. Non ho avuto nessun ostacolo se non qualche difficoltà per la procedura burocratica di ingresso in carcere. Tuttavia ho avuto meno tempo per lavorare: si cominciava la mattina ma verso le due e mezzo bisognava interrompere. Esattamente come accadeva agli inizi a Volterra, dove poi progressivamente ho chiesto di lavorare a tutte le ore, tutti i giorni, anche la domenica. Ho insomma rivisto lì le problematiche di tanti anni fa, quando siamo entrati nel carcere per la prima volta, accentuate dal fatto che a Beirut si lavora in condizioni molto più difficili.

Parallelamente al laboratorio ci sono stati una serie di riscontri istituzionali.
Ho partecipato ad un incontro pubblico nel palazzo dell’Unesco di Beirut, dove Zeina ha presentato il documentario sul suo lavoro in carcere e il cd con la colonna sonora originale, anch’essa interamente realizzata dai detenuti di Roumieh. Inoltre noi abbiamo presentato un nostro cortometraggio sui 22 anni della Compagnia della Fortezza. Tutto questo alla presenza dell’Ambasciatore italiano Gabriele Checchia, di vari ministri, tra cui il Ministro dell’Interno libanese Ziad Baroud, e di varie autorità che gestiscono le carceri. Insieme a me da Volterra è venuto il sindaco Marco Buselli, in rappresentanza del territorio e degli enti locali che hanno finanziato in questi anni la Compagnia della Fortezza e che ha anche seguito il laboratorio in carcere. Il Ministro dell’Interno libanese è rimasto molto colpito dai filmati e ci ha chiesto di continuare questa collaborazione. Ho così invitato il consigliere del Ministro dell’Interno a venire nel carcere dove stavamo lavorando, per assistere al laboratorio e parlare con i detenuti. Ho anche dato dei consigli a Zeina sul lavoro in carcere. In questo modo si sono attivati gli stessi processi che ho messo in atto nel carcere di Volterra nel corso degli anni, dove adesso il teatro è diventato il luogo da cui si parla sia all’esterno sia ai detenuti. La Compagnia della Fortezza, oltre a essere luogo dove si fa il teatro, è anche il luogo dove avvengono i cambiamenti all’interno del carcere. Lo stesso consigliere mi ha chiesto di fornirgli informazioni e indicazioni su come funziona nel dettaglio l’esperienza di Volterra e sulla legge in Italia che permette a noi di operare: informazioni, insomma, per cominciare ad attuare una riforma penitenziaria che loro già stanno immaginando.

Volterra è quindi un esempio esportabile in altri paesi.

C’erano insieme a noi, nel carcere di Roumieh, alcuni operatori dalla Giordania, che avevano già lavorato con Zeina durante alcuni seminari proprio in Giordania. Mi hanno chiesto di poter fare anche nel loro Paese un percorso simile. Per loro è stata un’esperienza formativa. Queste e altre infinite possibilità si ricongiungono alla mia esperienza di teatro in carcere: io non ho mai fatto politica direttamente, ma entrando in un carcere col teatro, la cosa più inutile di questo mondo, la più vessata fra le arti, io posso fare il teatro che voglio fare, e contemporaneamente si cambia un carcere. Sono rimasto molto colpito da questa esperienza in Libano. Zeina mi ha proposto di tornare; forse lei lavorerà su “Marat-Sade” insieme alla sua compagnia. La collaborazione potrebbe proseguire e si prevede un gemellaggio e uno scambio di esperienze tra i due carceri. Volterra fa scuola in questo ambito. La nostra esperienza è un esempio esportabile concreto e dimostra, ancora una volta, la capacità di cambiamento che il teatro ha su realtà così difficili.

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