Carezze a mezz’aria: il Parkin’son di Giulio D’Anna

Parkin'son

Giulio D’Anna e suo padre in Parkin’son (photo: cinziacamela.com)

Come raccontare la storia della propria vita? Quali eventi privilegiare, quali oggetti considerare rappresentativi, quale linguaggio adottare? Il teatro, di strumenti per raccontarsi, ne offre molti e consente di crearne sempre di nuovi. Bisogna avere però il senso della misura, soprattutto quando si parla apertamente di se stessi, e fare in modo di non eccedere, di trovare l’equilibrio.

Un equilibrio che sembra aver raggiunto Giulio D’Anna nello spettacolo di teatro-danza “Parkin’son”, presentato a Bologna nell’ambito del festival Gender Bender, in cui a essere raccontate sono le storie intrecciate dello stesso Giulio, coreografo trentatreenne formatosi essenzialmente in Olanda, e di suo padre Stefano, fisioterapista sessantaquattrenne affetto dal morbo di Parkinson.

Confessiamo subito che le nostre difese rispetto a questo lavoro erano alte. Forse per il ricordo di altri illustri duetti genitore-figlio (come il bellissimo “Osso” di Virgilio Sieni danzato insieme al padre Fosco o il più recente “Scena Madre” di Antonella Bertoni con la madre Paola) o forse per il timore che accogliere in scena la malattia avrebbe catalizzato l’attenzione solo su quell’aspetto, fatto sta che eravamo sospettosi.

Eppure la cifra che D’Anna è riuscito a trovare, in questo intarsio di suggestioni passate, urgenze presenti e auspici per l’avvenire, finisce per convincere.

Innanzitutto per il tipo di lavoro condotto sul corpo. Se, fin all’inizio, le voci registrate dei due interpreti rievocano scampoli della propria esistenza (dalle automobili acquistate al primo bacio, passando per le canzoni preferite o le scelte religiose) e riscaldano l’atmosfera connotandola e colorandola, è poi dal confronto fisico fra padre e figlio che sembrano nascere i passaggi più densi.

Si tratta di corpi diversi che, anche quando compiono piccoli gesti speculari o quando tentano ironicamente di eseguire una coreografia “armonica e dalle belle forme”, non cercano mai di somigliarsi, ma, intelligentemente, conservano ognuno il proprio peso specifico, la propria sostanza, la propria qualità materica.

Giulio non smette mai di essere danzatore – un danzatore davvero speciale – e lascia che le proprie qualità dinamiche, la forza muscolare, il fluido disarticolarsi degli arti e quella specie di tormentata vibrazione che sembra attraversarlo di continuo, salvo poi risolversi in un sorrisetto sarcastico, si integrino con la solida e possente staticità del corpo del padre.
Come quando, bambino ormai adulto, si arrampica letteralmente sul corpo del genitore intrecciandovisi e incastrandosi in ogni possibile curva anatomica, o quando si offre lungamente allo sguardo dal padre, seduto in un angolo, durante una tormentata e dolorosa sequenza in cui la danza, in un susseguirsi di contorsioni, cadute e disequilibri estremi, sembra trasudare tutto lo spavento di fronte alla malattia paterna.

Il rapporto fisico fra i due è complesso e sfaccettato, mai melenso né stereotipato. Un mescolarsi di carezze che spesso rimangono a mezz’aria, ma anche di spintoni, prese serrate, teste premute l’una contro l’altra per dimostrare che si è tenaci e solidi.

Il prendersi cura dell’altro è quasi un testarne la forza, la tenuta, la capacità di sperimentare col corpo resistendo a tante piccole torture quotidiane, dalla tirata d’orecchi al braccio rovesciato dietro la testa, il tutto sempre con ironica levità e con il piacere, forse, di conoscersi sempre più nel profondo.

È il raccontare la vita per quello che è, senza lieto fine né tragedie, ciò che si impone, insieme all’affetto, alla malattia, ai desideri per il domani e alla voglia di raccontarci che lasceremo questo mondo con la stessa inconsapevole serenità di una creatura appena nata.

Parkin’son
di e con: Giulio e Stefano D’Anna
musica: Marteen Bokslag
luci, scene e costumi: Theresia Knevel e Daniel Caballero

durata: 55’

Visto a Bologna, Arena del Sole, il 29 ottobre 2013
Gender Bender Festival


 

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