Carmelo Rifici: “Si può essere totalmente liberi solo nel regno dell’utopia”. Intervista

Carmelo Rifici (photo: LAC Lugano Arte e Cultura)
Carmelo Rifici (photo: LAC Lugano Arte e Cultura)

Iniziamo, attraverso questa intervista a Carmelo Rifici, direttore artistico del settore teatrale del LAC di Lugano, un piccolo focus sulla scena in Ticino, che proseguirà, nella prossima puntata, con una chiacchierata in compagnia di Paola Tripoli, pronta quest’anno a festeggiare il trentennale del F.I.T., il festival internazionale del teatro che dirige e si svolge in autunno a Lugano.

Carmelo Rifici dirige invece con competenza e passione la multiforme stagione del complesso culturale luganese dal 2015, ma è anche direttore della scuola “Luca Ronconi” del Piccolo Teatro di Milano. Per questa ragione con lui abbiamo approfondito anche un pregevole progetto costruito con gli allievi della Scuola.

In cosa consiste “Lingua madre – capsule per il futuro” che sta alla base, in questo difficile periodo, della programmazione del LAC?
E’ un progetto che nasce dall’urgenza di una riflessione profonda, non solo dettata dai tempi, sullo stato dell’arte del linguaggio e sulle sue ripercussioni sui corpi, nelle relazioni. Ci siamo chiesti se il linguaggio verbale ci determina ancora, o se siamo solo determinati da esso, colonizzati da un linguaggio tecnico e tecnologico, spesso di matrice anglosassone, che ha tranquillizzato, semplificandola, la nostra spinta alla conoscenza profonda dell’essere umano.
Ci chiediamo se sia ancora valida l’associazione tra parola e Pharmakón, oppure dobbiamo constatare che il patto stretto tra tecnologia e linguaggio abbia rotto il già fragile legame tra parola e corpo, dichiarando così l’inizio di un’era dove anche l’ultimo tabù, cioè la sacralità del corpo e del rito di passaggio, è caduto.

E’ una visione pessimistica, la tua?
“Lingua Madre” è lontano da essere un progetto pessimista, anzi, in questa ricerca di oggettivazione del rapporto tra parola, lingua, linguaggio verbale e fisico, tecnologia e rito c’è invece il serio tentativo di un’analisi critica, che lungi dal trovare soluzioni, non cade nel catastrofismo. Anche se è inutile nascondere che siamo sull’orlo del baratro, c’è sempre la speranza di una riconciliazione.

Come si sviluppa il progetto?
Abbiamo stilato un manifesto di intenti, dieci punti per dare un “recinto” ai temi da indagare attraverso l’arte, un sistema utile a non perdersi nel labirinto delle possibilità della ricerca. Tre le aree tematiche: Linguaggio, Parola, Rito, indagate attraverso corpus artistici: video, paesaggi sonori, webdoc, ipertesto, conferenze, glossari… Abbiamo deciso di affrontare direttamente la tecnologia sul suo campo di battaglia, provando a scartarne l’uso da intrattenimento; i social, lo streaming e strumenti analoghi hanno abbassato le nostre difese immunitarie verso un’indifferenziazione identitaria; abbiamo cercato di incoraggiarne un uso artistico, come strumento di conoscenza.
Ma “Lingua Madre” si occupa anche del rapporto tra uomo, arte e natura, delle questioni di genere, dei mondi dimenticati dal mercato dell’arte e da un mondo fondato solo sui principi di scambi economici.

Come proseguirà il progetto?
Che direzione prenderà in futuro questo progetto non lo sappiamo, posso solo dire che, solitamente, messo il piede su una nuova terra sorge spontaneo il desiderio di visitarla; cercheremo in tutti i modi di non fare come i nostri predecessori che, anziché esplorare con delicatezza e rispetto, hanno colonizzato.

Con gli allievi della Scuola “Luca Ronconi” del Piccolo Teatro di Milano hai creato “Ci guardano”, dieci monologhi ‘aperti’ in cui i ragazzi dialogano con la camera a mano. Da quali domande nasce il lavoro?
“Ci guardano – prontuario di un innocente” è sorto spontaneamente, è fluito da me alla pagina scritta in pochissimo tempo, come un flusso di domande che aspettava da tempo di manifestarsi. Chiunque conosca il mio lavoro sa che da molto tempo batto e ribatto gli stessi temi: i rapporti tra padri e figli, la ricerca del capro espiatorio, la parola come strumento di persuasione e manipolazione, la relazione come unico antidoto alla violenza. Tutti temi indagati da “Lingua Madre”.
Ho deciso allora di farne un viaggio in cui mi sono fatto accompagnare dai giovani attori della Scuola. Ho chiesto loro di farsi attraversare dalle domande, lasciando uscire tutta la palpitante fragilità. Fragilità come virtù, delicatezza e rispetto come antidoti.
L’occhio della telecamera si è prestato a giocare con loro, come carnefice soprattutto, ma anche come vittima, di tanto in tanto, per poi tentare, alla fine, un patto di reciproco rispetto. E’ un progetto insolito, sia per il teatro che per il cinema, perché abbiamo cercato, attraverso l’occhio in camera e un lungo piano sequenza, di rompere filtri e pareti, in un gioco di riflessi e specchiamenti in cui alla fine non si può che constatare che siamo sempre oggetto di osservazioni. Viviamo solo se qualcuno ci guarda. Questo sguardo però ha bisogno di essere ben predisposto, altrimenti non è altro che l’occhio vigile del carnefice.
Questo flusso di coscienza, a cui ho dato forma attraverso un’ibridazione tra cinema e teatro, ma senza che sia cinema o teatro, segue la millenaria storia di un giovane essere umano sempre messo in pericolo di vita dall’azione dell’adulto. E’ la storia di alcuni figli che vanno alla ricerca della parola del padre, perché hanno la certezza che senza quella parola il loro mondo sarà dominato dal buio del caos; quel che accade però è che proprio la parola del padre rappresenta quel buio. La domanda allora è se si può vivere fuori da quella parola o no, se possa esistere “una cosa” in mezzo, che annulli la violenza che ogni volta si scatena. I giovani attori del Piccolo, a mio avviso, hanno colto in maniera impressionante questo dilemma, incarnando umanamente dubbi e dolori.

Il backstage di Ci guardano - prontuario di un innocente (ph: LAC)

Il backstage di Ci guardano – prontuario di un innocente (ph: LAC)

Dal 2015 sei direttore artistico del LAC. Quali elementi ci sono stati alla base delle tue scelte artistiche?
Le mie scelte artistiche sono molteplici. Si può essere liberi totalmente solo nel regno dell’utopia. Le scelte vengono dettate da una visione personale naturalmente, ma anche dalla necessità. Si devono conciliare, con una certa grazia e attenzione, o almeno con l’obiettivo di non essere grotteschi, i desideri personali di un teatro d’arte, ovvero di un modo di fare arte, con le necessità economiche di una struttura imponente come il LAC, e le aspettative del pubblico.
Certo, non nego che in questi sei anni ho tentato con tutte le mie energie di spostare l’asse verso l’arte e non verso scelte concilianti e innocue, ma dirigo il teatro pubblico di una città che riceve fondi pubblici, e devo rispettare la scelta dei cittadini, anche se, a volte, non le condivido.

Quali sono le maggiori differenze che hai notato tra lo spettatore svizzero e quello italiano?
Non credo che esista un pubblico svizzero e uno italiano, e poi credo che comunque il pubblico svizzero a cui mi riferisco abbia molti dei suoi riferimenti nella cultura italiana. In genere non credo che esista un pubblico. Un pubblico è creato a tavolino. Quando vuoi il consenso crei il pubblico, ma io non cerco il consenso a tutti i costi, cerco la dialettica, il confronto. In questi anni ho cercato di fare in modo di avere in sala degli individui spettatori, che solo perché stanno in un luogo in un tempo dato possono diventare pubblico. Non credo di esserci ancora riuscito, ma ritengo che questo sia il mio compito. Ora ho la consapevolezza che ci sono dei pubblici e non un pubblico. Prima di lasciare il LAC spero di avere la possibilità di vedere ‘solo’ spettatori.

Hai già pensato, alla fine dell’emergenza sanitaria, quale spettacolo creare?
No, non ho pensato ad uno spettacolo; nei mesi recenti stavo lavorando, insieme ad Angela Dematté, Simona Gonella e Cristina Galbiati, ad un progetto sulla scienza, un progetto nato da uno studio sul Galileo di Brecht che poi, come sempre mi accade, ha dato immediatamente spazio ad altre domande e possibilità. Questo progetto si è fermato perché devo ascoltare i tempi.

Saranno cambiate, dopo la pandemia, le domande che dovrebbe proporre il teatro?
Non ho una sfera magica, non so che cosa accadrà, quando e se usciremo dalla pandemia. Che cosa saremo dopo? Che cosa ci chiederemo? Che cosa vorrà vedere lo spettatore del LAC? Di che cosa avrà bisogno? Non lo so. Aspetto che qualcosa arrivi. Per il momento ho solo deciso di proseguire a lavorare al progetto di diploma degli attori della Scuola del Piccolo. Una rivisitazione di “Doppio Sogno” di Schnitzler, che ho affidato alla cura drammaturgica di Riccardo Favaro. Questo testo mi sembra giusto, non so esattamente perché, ma non mi sembra sbagliato; in accordo con la direzione del Piccolo, lo sto preparando. Speriamo sia un’esperienza nuova, un percorso di conoscenza importante. Per il momento ho questo progetto. Per il LAC sto parlando con registi e artisti che, a differenza mia, stanno pensando a quello che vogliono fare.
Non prenderò decisioni finché il Governo non ci darà una chiara e inequivocabile decisione in merito alle riaperture. Ad oggi non riesco ad essere particolarmente ottimista…

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