La Carmen di Leo Muscato: libera è nata, libera morirà

Della “Carmen” andata in scena all’Opera di Firenze, ormai lo sanno tutti, ha colpito il finale: la protagonista infatti non muore, e questo ha provocato più critiche che assensi. E’ lei, anzi, a far fuoco. La vittima diventa così l’uomo obnubilato dall’amore e dal possesso, don José.
L’idea non sembra essere stata del regista, Leo Muscato, che l’avrebbe invece accolta dopo averci pensato un po’ su ed essersi reso conto che si poteva fare «senza tradire musica e libretto». L’idea sembra infatti esser partita del sovrintendente Cristiano Chiarot, e il sindaco e presidente del Maggio Nardella ha sostenuto la decisione a suon di orgogliosi tweet.

In teatro si è fischiato, sghignazzato, contestato, soprattutto per un contrattempo alla prima, quando la pistola con cui Carmen avrebbe dovuto sparare ha emesso un mansueto clic, rendendo il tutto grottesco. In molti si sono espressi a favore o contro, con le solite buone ragioni, sul diritto che un regista avrebbe o meno di intervenire “pesantemente” in un’opera.

Il discorso potrebbe essere lungo e articolato. Per sbrigarcela veloci, va ribadita non solo la liceità, ma anche la necessità di produzioni “altre”, che allineano il melodramma alla temperie teatrale – che chiamare contemporanea è ormai anacronistico – del teatro di regia. Questa necessità non è questione di teorica democrazia, è anzi ciò che permette la preservazione proprio di quelle messinscene classiche, tradizionali, e di quelle filologiche. (Poiché occorre distinguere: le messinscene tradizionali, anzi tradizionalmente brutte si desiderano per un gusto affettuoso, che attiene alla simpatia e alla bonaria perversione del kitsch; di quelle filologiche si ha bisogno perché istruttive, e potenzialmente rivelatrici).
Le messinscene filologiche, per costituzione, richiedono di essere contraddette, poiché tendono verso un fine predeterminato, una perfezione rispetto a un modello, quello della presunta (e misticheggiante) “volontà dell’autore”, o quello della “riproduzione perfetta”. Raggiunte le quali (più la seconda che la prima) ci si dovrebbe arrendere a una ripetizione sempre identica a sé stessa di quel successo. Ecco perché hanno bisogno di chi le nega, e richiedono del loro opposto: la messinscena “sperimentale” le mette continuamente in crisi, e dà loro carburante critico, dialettico… Chiunque aspiri alla sopravvivenza dell’opera come spettacolo, dovrebbe appoggiare ogni possibile esperimento, ogni variazione e traviamento.
Riguardo i risultati, poi, sarà la scena a parlare. Non prima, come si è detto, ma almeno in parte dopo (a tirar le somme, questa “Carmen” è assai piacevole nel suo complesso, e i protagonisti credibili sia vocalmente che attorialmente) e soprattutto “durante”.

È del “durante” che conviene dunque parlare, perché quella discontinuità del finale, che ha lo scopo che diremo, finisce per simboleggiare tutti gli altri momenti il cui disordine incrina una bella idea generale.
Lo spettacolo è ambientato in un campo Rom circondato da filo spinato. La scena è unica, le cinque roulotte che la compongono sono di volta in volta disposte in posizioni diverse, e l’azione è spostata agli anni ’80 del Novecento.
L’operazione di ricollocamento temporale produce momenti illuminanti e altri che rischiano al contrario di evocare il ridicolo.
Qualche esempio: nel quarto atto il duetto quasi erotico tra il torero Escamillo (Simone Alberghini) e Carmen (Veronica Simeoni) avviene al telefono, ai due lati del quadro scenico, sotto due fasci di luce che li evidenziano. E il popolo (in sala) sogghigna.
Poco dopo, il resto dell’atto è risolto convenientemente con un dialogo tra il piano del fondo e quello della ribalta. Lì c’è l’intera comunità degli zingari che assistono al combattimento di Escamillo in tv, qui la scena finale tra Carmen e don José (Roberto Aronica): efficace.
Meno efficace è la stessa separazione dei due ambienti nel primo atto, poiché le file dei gendarmi-celerini e le roulotte stesse tendono a coprire le azioni sul fondo schiacciando tutto il palco ai pochi metri oltre il boccascena.

Ancora: quasi geniale suona il primo vorticoso ingresso del “toreador” tra la folla, con uno svettante sombrero che poi si scopre essere sulla testa di un bambino sulle sue spalle, ma inspiegabile quando riappare nel terz’atto non si sa da dove, nello stesso campo che José avrebbe dovuto sorvegliare. Mirabile il cambio scena interno al primo atto, rapidissimo, dove basta un mezzo sipario nero, una scrivania e un paio di tabelloni appesi per fare del campo un commissariato. Ma poi, nel finale d’atto, è macchinosa e inutilmente intricata la fuga di Carmen (quante pistolettate su quel palco!).

 

Le luci: oscillante e dubbie, forse troppo tese al tentativo di creare effetti di ambiente nel primo atto, perfette e funzionali nel quarto, più tradizionalmente adoperate come strumenti di drammaturgia, insieme alla scrittura musicale; cattiva nel terzo l’idea di spegnere e accendere i lampioni, quasi fossero proiettori in americana, mentre sono luci di scenografia.

I costumi: coraggioso che le coriste e le comprimarie siano zingare vere e attuali, ma Carmen? Spaventati forse dall’accozzamento di colori di rabberciate tenute realistiche, si è recuperata una sbiadita via di mezzo tra queste e la tradizionale gonna svolazzante, quasi a volant. E Micaela (convincente e applauditissima Laura Giordano) ha l’aria di una stagionata Shirley Temple, con gambaletti e basco scarlatto sulle ventitré.
Dunque una discontinuità nei particolari ma un’efficacia nel totale è la cifra della produzione. Riguardo il finale, poi, da un punto di vista squisitamente scenico è una goffaggine, e si pianta statico, gratuito sulla scena. Basti questo, che quasi fa vergogna dire: don José, dopo aver ricevuto la rivoltellata, morto o semimorto afferma: «Vous pouvez m’arre^ter… c’est moi qui l’ai tuée!».

Occorre serenamente prenderlo per quello che è: un’operazione più di marketing, che ha intelligentemente sfruttato lo scarso aggiornamento della maggior parte del pubblico d’opera italiano e la pruderie dei nostalgici, i quali probabilmente trascurano ciò che da almeno vent’anni accade nel resto dell’occidente operistico, con maggiore o minore successo (Sellars, Cernjakov, Guth, Bieito…), dove l’intera trama di un’opera può essere suscettibile di riletture, modifiche e di contraddittori stravolgimenti, e persino il testo letterario e musicale può esserne interpolato o manipolato.
Ma qui non si tratta di valori da difendere, nemmeno in quell’ottica dialettica di cui si parlava sopra. Si è legittimamente comprata con un paio di sopportabilissimi minuti di cattivo teatro una sfilza di sold-out. Nulla di diverso rispetto ai pop-up che si aprono sulle app gratuite. Danno fastidio, ma pazienza, ci godiamo il giochino.

Nemmeno ci sarebbe da discutere, poi, del presunto scopo della scelta: un richiamo verso il tema del femminicidio. Chi può pensare che un’opera come “Carmen”, per il fatto che la protagonista venga uccisa, possa essere un inno alla barbarie, quando non esiste personaggio, al contrario, più libero di lei, che grida in faccia al suo assalitore: «Jamais Carmen ne cédera! / Libre elle est née et libre elle mourra!»?
La giustificazione sembra fatta apposta per allumare le torce e aguzzare i forconi degli avversari del politically correct.
Uno dice: sottovalutazione troppo ingenerosa del pubblico! E invece quello ci casca, e sputa a scena aperta sugli innocenti cantanti un «Ridicoli!», fra un traballar di dentiere e una raffica di gorgia.

CARMEN
Opéra-comique in quattro atti
Libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy tratto da Carmen di Prosper Mérimée
Musica di Georges Bizet
Direttore: Ryan McAdams
Regia: Leo Muscato
Scene: Andrea Belli
Costumi: Margherita Baldoni
Luci: Alessandro Verazzi
Assistente regista: Alessandra De Angelis
Assistente scenografia: Mariangela Mazzeo
Assistente costumista: Ilaria Ariemme
Maestro del Coro: Lorenzo Fratini

Orchestra, Coro e Coro delle voci bianche del Maggio Musicale Fiorentino
Carmen: Veronica Simeoni (7,10,14,18/01) Marina Comparato (9,13/01)
Micaela: Laura Giordano (7,10,14,18/01)
Valeria Sepe (9,13/01)
Frasquita: Eleonora Bellocci
Mercédès: Giada Frasconi
Don José: Roberto Aronica (7,10,14,18/01) Sergio Escobar (9,13/01)
Escamillo: Simone Alberghini (7,10,14/01) Burak Bilgili (9,13,18/01)
Il Dancaire: Dario Shikhmiri
Il Remendado: Gregory Bonfatti
Zuniga: Adriano Gramigni
Moralès: Qiangming Dou
Un Bohèmien: Gabriele Spina (7,10,14,18/01) Antonio Menicucci (9,13/01)
Une Marchande: Ramona Gabriela Peter (7,10,14,18/01) Ramona Mirabela Castillo Osuna (9,13/01)
Lillas Pastia: Rufin Dho Zeyenouin
Figuranti Speciali: Lisa baldi, Elena Barsotti, Silvia Benvenuto, Chiara Catelani, Marta Negrini, Laura Pistolesi, Roberto Andrioli, Paolo Arcangeli, Cristiano Colangelo, Cosimo Fabrizzi, Pierangelo Preziosa
La voce della madre (lettera): Elena Cavini

Durata complessiva: 3 h 20′

Visto a Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, il 14 gennaio 2018

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