Prima fermata ‘La Scala’. Cronache dalla Carmen di Emma Dante

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Emma Dante e il suo debutto alla Scala

Emma Dante e il suo debutto alla Scala

Che i fischi dal loggione abbiano bersagliato la Dante, dopo oltre dieci minuti di applausi al termine della prima alla Scala, è un fatto di cronaca.
Cerchiamo di entrare nei perchè di una serata iniziata fra le proteste, fuori dal teatro, di numerose maestranze dello spettacolo che hanno ribattezzato il FUS “Fine Ultimo Spettacolo”: alle contestazioni dell’industria si sono sommate, quest’anno, quelle del mondo dello spettacolo, fino a coinvolgere anche gli orchestrali, con un minuto di silenzio. In platea se ne sono accorti in pochi, una platea mediamente âgé, fatta di professionisti, pochi addetti ai lavori, l’alta borghesia e il management nazionale. Pochi rappresentanti della politica, quest’anno, ma c’è Napolitano.

Nel salone, fra un atto e un altro, ascoltiamo anche raccapriccianti interviste ad esperti di tutt’altro, o di niente. Ma potrebbe dirsi che l’attenzione, anche morbosa, che l’Italia di gusto off ha concentrato sulla Carmen affidata ad Emma Dante, sembra un po’ piccolo borghese, come alcuni brilluccicanti e vuoti rilievi, per altro verso, cui ci è capitato di prestare orecchio qui e lì uscendo nei corridoi nelle pause fra i diversi atti (“cupa”, “bolscevica”, “non da Scala”).

Dando uno sguardo alla stagione 2009/10 della Scala, ci si renderà conto che alcuni dei prossimi allestimenti avranno la regia di Peter Stein, o di Nekrosius (che affronta il Faust musicale), Guy Cassiers, e persino La Fura Dels Baus. Non è una goccia nel deserto, quindi, questa regia.
La stagione di uno dei più grandi teatri di lirica del mondo aspira ad essere un esempio di apertura fra i linguaggi, di attenzione a quanto nel mondo del teatro si muove a tutto tondo, va dunque ricondotta all’interno di una serie di esperimenti di valore (anche commerciale). Il debutto della Dante è stato invece caricato di significati che andavano oltre il compito, come se questa regia avesse dovuto segnare un momento di svolta epocale all’interno di un panorama stantio, nel quale navigherebbe, secondo molti, la lirica del Duemila.

 

Andiamo allo spettacolo. La storia della Carmen è semplice quanto affascinante: una donna libera, zingara, di fascino gitano, seduce un militare, Don Josè, che le consente la fuga dopo una rissa di cui la donna è stata causa. Lui si fa la galera, per averla liberata, e quando ne esce (secondo atto) i due si incontrano e si dichiarano amore, ma l’uomo è legato alla fedeltà agli ideali di obbedienza alla patria. Suo antagonista diventa così il torero Escamillo, del quale la donna si innamora, mentre vane sono le preghiere della rassicurante Micaela a Don Josè di scegliere, con lei, un matrimonio più sicuro. Il militare impazzirà di gelosia e prima sfiderà a duello il suo antagonista (terzo atto) e poi, ormai frustrato dalla fermezza della donna libera, una Carmen decisa più che mai ad amare l’uomo del suo destino, finirà per ucciderla (fine del quarto atto) proprio mentre il toreador avrà trionfato in arena.

La scena disegnata da Richard Peduzzi impone un’immanente desolazione metafisica, di palazzi di mattoni rossi, che regalano un sapore di solitudine e chiusura sironiana. La regia e i costumi di Emma Dante sembrano, però, raccontare altro, un mondo popolare, vivo e partecipe, con costumi che oscillano fra il tradizionale e il simbolico. Questo appare subito un elemento di debolezza. Il mancato dialogo fra scena e regia/costumi stona, e così l’elegia dionisiaca del primo atto, e ancor più il brilluccichio dei mille coltelli con cui termina il secondo atto, con il coro e i protagonisti che sfoderano le lame, vengono quasi assorbiti e neutralizzati in un mondo algido.

Dal punto di vista formale, il terzo atto sembra il trionfo dell’estetica della Dante, in una scena fatta di niente, solo luci e attori, con una grandiosa scala senza gradini che si materializza nel blu dello sfondo. In questo atto, la regia riesce nell’operazione più sublime, legata alle ancestrali paure: la sovrapposizione fra Micaela e la madre di Don Josè, donne che spingono l’uomo a scelte di moderazione, indipendentemente dai sentimenti del giovane. Il sillogismo che lega le due donne viene svolto dalla Dante con quella che non si può non riconoscere come la sua idea più brillante dell’intera messa in scena: Micaela decide di affrontare il suo promesso e lo supplica di tornare dalla madre morente. Davanti alla giovane, i figuranti srotolano un grande lenzuolo che diventa letto matrimoniale del quale la donna è unica ospite: un letto enorme, di insipida e raggelante solitudine. Nell’annunciare la madre morente, la giovane abbandonata prende i panni della madre anziana. Un raffinatissimo passaggio logico che ricorda istintivamente “Vita mia” e che non può non suscitare interesse.

Appare, invece, un po’ forte, per molti, la scelta di trasformare la corte serrata e disperata di Don Josè in una vera e propria violenza fisica e non esitiamo a credere che questa sorta di violazione del perimetro sacro del personaggio “lirico” Carmen sia stato, fra gli altri, motivo della contestazione alla regia.
Il loggionista
ha un mondo sacro, fatto a volte di icone intangibili. Questa regia ha forse dialogato poco con la scena, ha dovuto mediare oltre il dovuto per portare a fondo un progetto coerente, non sempre riuscendoci; ha proposto alcune raffinate immagini e interpretazioni del femminile come chiave di rottura del tradizionale maschile e immobile. Niente schemi, niente condizionamenti, solo libertà di scelta, di sentimento. Finanche quella di cambiare idea, senza essere condannata ad un amore costretto.

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Da parte nostra, non vorremmo sentirci costretti, e ci ricolleghiamo a certa dabbenaggine off citata all’inizio, a fare la parte degli amanti della Dante, vessillo dell’altro teatro: la Carmen è stata un’operazione coraggiosa, probabilmente non portata del tutto in fondo, per ragioni su cui non ha senso entrare, che avrebbe potuto legarsi maggiormente alla scena, o in qualche modo riorientarla.
Carmen ad un certo punto, nel primo atto, finisce prigioniera, incatenata con lunghissime funi a due dei palazzi della scena. Così un po’ l’allestimento, che, pur nelle arditezze, nelle foto dei massacri animali da arena (icone della violenza maschile), pur nella coerenza con il linguaggio cui ci ha abituati la regista, finisce per essere legato al “palazzo” e non si libera di tutti i condizionamenti.

Il grande direttore Daniel Barenboim richiamerà sul palco la regista, la difenderà dai fischi, ne vorrà legittimare scelte e lavoro, per larga parte condivisibili, per impegno e portata. Ma tant’è, toccare le icone fa male ai loggionisti quanto a noi appassionati di nuovo teatro: Carmen per loro e la Dante per molti di noi sono esempio di testarda libertà di scelta, anche a costo di rischiare, anche a costo di essere o di sembrare sbagliati. La libera autodeterminazione ha sempre un costo, miete sempre vittime ma appassiona come poche cose.

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