Caro George. Stabilemobile nel ritratto lacerante di Bacon

Giovanni Franzoni in caro George (photo: Brunella Giolivo)

Giovanni Franzoni in caro George (photo: Brunella Giolivo)

È una poesia basata sull’ossimoro, il nuovo “Caro George” della compagnia Stabilemobile: amore/morte, equilibrio/sfrenatezza, eleganza /volgarità…
Proposto all’interno del festival Da vicino nessuno è normale, ospitato a Milano nell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, segna il debutto di Antonio Latella all’interno di una manifestazione che, giunta al 19° anno di età, continua a voler fare dell’integrazione (d’ogni tipo) il proprio segno di riconoscimento.

In questo lavoro scritto da Federico Bellini, apollineo e dionisiaco si fondono nella confessione a cuore aperto del pittore irlandese Francis Bacon di fronte ai quadri che ritraggono il giovane amante (e modello) George Deyer, morto suicida alla vigilia di un’importante mostra, a Parigi, nel 1971.
“Davanti ai dipinti che raffigurano George, Bacon rivive la relazione con il compagno – riassume l’autore – in un momento in cui trionfo artistico e fallimento esistenziale si confondono, diventando anch’essi, inevitabilmente, materia del dipingere”.

Nella drammaturgia di Bellini percepiamo tutte le sfumature di una relazione complessa, di un sentimento profondo e fatale, di un legame capace di risvegliare i più bassi istinti e al contempo elevarsi ad un’alta dimensione spirituale. Nell’immaginario flusso di coscienza da cui Bacon si lascia trasportare troviamo così un’alternanza di luci e zone d’ombra.
C’è la Parigi dei boulevard e delle gallerie d’arte, struggente e patinata; c’è l’Africa nera, ma anche Algeri e la casbah. Convivono quindi da un lato la rievocazione della capitale francese quale città dell’apprendistato artistico di Bacon che, approdato lì dalla “rustica” Irlanda, scopre ad esempio un Picasso schizofrenico e cubista; dall’altro il tratteggio delle palestre di provincia in cui George scolpisce il fisico e cerca promiscuità.


Si crea allora, all’interno del racconto, la stridente e simbolica dicotomia tra il lusso dei bagni di marmo che fanno da sfondo alla carriera artistica del pittore e lo squallore dei pisciatoi pubblici, affollati di insetti e putridume, che incorniciano le scorribande dell’amante trentaseienne. Alto e basso si fondono in ciò che appare una dichiarazione di rancore e di dolore postuma, intrisa di sensi di colpa sottolineati dall’anafora: “Avresti dovuto vedere George…”, con cui il protagonista cerca di dare ordine ai propri pensieri.

È un Bacon disperatamente arrabbiato, quello interpretato da Giovanni Franzoni, che ha sempre considerato il proprio amante privo di buon gusto, tanto da non volerlo all’inaugurazione di una propria retrospettiva, eppure ‘incastrato’ in un’ambivalenza che lo erge non solo a proprio oggetto del desiderio, ma anche a materia di studio, con quegli elementi di carnalità del compagno elencati con tanta crudezza, in evidente cortocircuito col decantato buongusto.

L’eleganza di una giacca di pelle nera, della capigliatura ordinata di Bacon (nonostante il bianco scelto per la scena) fanno ancora una volta da contraltare alla presunta volgarità del giovane modello, in una ricercata esplorazione dei bassi istinti e dei bassifondi che trasuda di Jean Genet, Beat Generation, Allen Ginsberg… Per poi condurre lo spettatore in una dimensione più intimistica ed esistenzialista, lungo i margini della razionalità, con incursioni nel territorio della follia.

“Caro George” è un monologo intenso e vibrante, è un rumore disturbante da inizio a fine spettacolo. Come l’eco della pallina che scorre su una roulette, il lavoro gioca sapientemente sull’imprevedibilità e l’ingovernabilità dell’esistenza.

Il protagonista, fasciato in un impeccabile vestito bianco, elegante e curato nei dettagli, entra in scena con movimenti controllatissimi su una scenografia spoglia costituita solo da una sedia, una bottiglia di vino rosso e un calice, unici elementi della regia raffinata di Latella.

Franzoni riesce così a dipingere col proprio corpo il dolore di un uomo alle prese con il successo artistico e il contemporaneo sfacelo esistenziale. Senza risparmiare sudore e lacrime, gioca con una mimica facciale estremamente versatile, capace di ricreare in un primo momento i ritratti che Bacon aveva realizzato di George, per poi entrare nella schizofrenia che si impadronisce dell’artista, e abbandonarci con quel corpo che, raffigurando la morte, diventa opera d’arte.

CARO GEORGE
di Federico Bellini
con: Giovanni Franzoni
regia: Antonio Latella
produzione: Stabilemobile – Compagnia Antonio Latella

durata: 1h 05′
applausi del pubblico: 4′

Visto a Milano, Ex Paolo Pini, il 16 luglio 2015

No Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *