Case matte: per non dimenticare gli ergastoli bianchi. Intervista a Teatro Periferico

L'ex manicomio di Mombello (photo: Elisa Canfora)
L'ex manicomio di Mombello (photo: Elisa Canfora)

L’ex manicomio di Mombello (photo: Elisa Canfora)

All’interno della settima edizione di Luoghi comuni, il festival organizzato dall’associazione delle residenze lombarde Etre, abbiamo assistito, all’interno del carcere di Bollate, ad un lungo frammento di “Mombello. Voci da dentro il manicomio”, intenso e commovente spettacolo che ha come protagonisti gli internati dell’omonimo manicomio, chiuso nel 1999 per merito della legge Basaglia.
Interpretati da nove attori della compagnia Teatro Periferico di Cassano Valcuvia, lo spettacolo girerà tutta l’Italia all’interno del progetto “Case Matte”.
Abbiamo chiesto a Paola Manfredi, regista della compagnia che ha diretto lo spettacolo, di illustrarci il progetto.

Di manicomi e memoria attraverso l’Italia…
Sì, “Case Matte” è un viaggio che attraverserà otto città italiane: Limbiate, Genova, Reggio Emilia, L’Aquila, Aversa, Roma, Volterra e Firenze. In collaborazione con Chille de la Balanza, una compagnia teatrale che risiede nell’ex ospedale psichiatrico di San Salvi a Firenze, e numerose associazioni e importanti musei come quello della psichiatria di Reggio Emilia e il Museo della Mente di Roma, organizzeremo una serie di iniziative legate al recupero della memoria di coloro che hanno vissuto all’interno dei manicomi. Le associazioni promotrici hanno aggregato intorno a loro altre realtà locali, sino ad arrivare a circa 20 realtà coinvolte.

Dove verrà rappresentato?
Lo spettacolo non andrà in scena nei teatri ma nei vecchi ospedali psichiatrici, oggi chiusi, e in molti casi minacciati dalla speculazione edilizia. Insieme allo spettacolo, nelle stesse sedi, verranno presentati “C’era una volta il manicomio”, una passeggiata all’aperto, e “Atlante della città fragile” di Gianluigi Gherzi; cui si sommeranno mostre di pittura, documentazioni fotografiche, film, concerti, incontri con i pazienti ed eventi pubblici con le amministrazioni locali.

Qual è l’intento del progetto?
Non siamo ancora in grado di sapere con esattezza quante persone sono state ricoverate nei manicomi italiani. Ma se negli archivi di Mombello sono conservate circa 84.000 cartelle cliniche, possiamo stimare che negli 88 manicomi italiani siano state rinchiuse centinaia di migliaia di persone, forse addirittura qualche milione, talvolta per una vita intera, al punto che si può parlare di “ergastoli bianchi”.
“Carte da legare”, un progetto nazionale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ha tentato un censimento, ma si è ben presto arenato: le cartelle sono state messe in sicurezza, ma non sono ancora state catalogate né analizzate. Va aggiunto che i testimoni, per ovvi motivi anagrafici, ci stanno lasciando, quindi c’è un popolo la cui storia potrebbe scomparire.
Lo scopo del progetto sta in questo: sottrarre all’oblio un’infinità di vite, di racconti, poesie, creazioni (pensiamo solo ai graffiti di Nannetti che ricoprono i muri del manicomio di Volterra e che oggi sono finiti in mani private).
Ma c’è anche un secondo obiettivo: quello di reclamare un uso partecipato degli spazi degli ex manicomi non ancora ristrutturati. Oggi molti di essi sono abbandonati e oggetto di vandalismo, mentre potrebbero essere salvati e in qualche modo riconvertiti in luoghi di cultura.

Un momento dello spettacolo (photo: Domenico Semeraro)

Un momento dello spettacolo (photo: Domenico Semeraro)

Com’è nato “Case Matte”?
E’ nato da un progetto precedente: “Voci da dentro”. Per due anni abbiamo lavorato con un gruppo di cittadini che ha intervistato malati, medici, infermieri, assistenti sociali; abbiamo condotto sopralluoghi alla ricerca di materiali, studiato i ritratti di Gino Sandri, pittore vissuto a Mombello, e interagito con la comunità e la scuola, che stanno dentro l’ex manicomio.
E’ stato un lavoro lungo, che si è concluso con uno spettacolo replicato più volte proprio nei corridoi di Mombello. Le serate hanno visto una grandissima partecipazione di pubblico. L’unica replica nel teatro cittadino ha registrato un’affluenza di 650 spettatori. Pensavamo che tutto sarebbe finito lì. E invece gli spettatori ci hanno scritto, soprattutto giovani, hanno posto domande, molti volevano sapere. Abbiamo capito che stavamo raccontando qualcosa che in realtà si conosceva ben poco, quindi abbiamo pensato di continuare a raccontarlo. E perché fermarci a Mombello, quando anche gli altri manicomi che cominciavamo a conoscere girando per l’Italia erano altrettanto ricchi di vite nascoste? Così è nato il viaggio.

Come si svolge lo spettacolo all’interno delle strutture?
Si svolge lungo un corridoio su cui si affacciano alcune porte. Durante la prima parte il pubblico, disposto lungo un’unica fila e immerso nell’oscurità, ascolta il trascorrere della vita dei personaggi chiusi dentro quelle stanze, fra mugugni, monologhi, surreali, grida e silenzi.
Nella seconda parte le luci rivelano ciò che era all’interno: fra pochi arredi (un letto d’ospedale, un tavolo, una panca, un armadietto di metallo, un lavandino…) si alternano, a pochi passi dagli spettatori, le azioni, prima soltanto udite e ora visibili. Sono loro a scandire il tempo, un tempo fatto di niente, di camminate interminabili lungo i corridoi e riempito da silenzi e urla improvvise, ma anche con punte estreme di violenza, di incontenibile disperazione e disperata impotenza. Azioni sempre uguali a se stesse negli anni, nei decenni, potenti nel loro esser semplici, scarne, nell’essere ciò che sono: qualcosa di realmente accaduto.

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