Il Cavaliere inesistente. Teatro Gioco Vita tra essere e apparire

Il Cavaliere inesistente (photo: Elias Blumenzwerg)
Il Cavaliere inesistente (photo: Elias Blumenzwerg)

Se l’uomo contemporaneo non è più in grado di incidere sulla realtà, ed è vittima di un persistente stato di disorientamento e inconsistenza, ecco come il teatro d’ombre di Gioco Vita si attaglia perfettamente a questa mancanza di corporeità e di spessore, all’essenza di un uomo rarefatto e invisibile.

Ne sono un esempio la leggerezza e l’ironia della raffinata traduzione scenica de “Il Cavaliere inesistente” di Italo Calvino, che ha aperto la X edizione di IF, Festival internazionale teatro di Immagine e Figura ospitato al Verdi di Milano.
Il romanzo pseudostorico liberamente ispirato alle imprese di Carlo Magno narra le vicende cavalleresche di Agilulfo, Rambaldo e Bradamante sotto le mura di Parigi.

Questo classico della letteratura italiana novecentesca è stato proposto da Teatro Gioco Vita, storica eccellenza italiana nel teatro di ombre contemporaneo, con la regia di Fabrizio Montecchi e la drammaturgia dello stesso Montecchi con Cristina Grazioli.

Al centro del “Cavaliere inesistente”, Agilulfo, paladino che incarna perfettamente il codice cavalleresco. Tuttavia Agilulfo è un’armatura vuota. Abilissimo nell’arte militare, capace di galanteria e sentimenti ma privo di un corpo, il cavaliere è l’emblema di una società di massa dimissionaria da se stessa. Come chiosava lo stesso Calvino, l’uomo è «inesistente perché non fa più attrito con nulla, non ha più rapporto […] con ciò che (natura o storia) gli sta intorno».

Ad Agilulfo si contrappone, secondo un tipico schema calviniano giocato sul dualismo, il personaggio di Gurdulù, tutto corpo e niente spirito, scudiero sedotto da ciò che è materiale. Gurdulù richiama alla mente il Sancho Panza di Cervantes, proprio come Agilulfo è impostato sulla falsariga di Don Chisciotte.

«La vita o si vive o si scrive», affermava Pirandello. Ma la vita sta fuori o dentro l’inchiostro? Può un foglio di carta sostanziare ed esaurire l’esistenza?
Proprio la pagina bianca è scelta da Montecchi come struttura simbolica di questa messinscena. La pagina, che è rappresentata dal grande schermo piazzato sul palco a metà, divide la scena nel senso della profondità. Una serie di tagli caratterizza lo schermo, che sembra una tela spazialista di Lucio Fontana.
Di qua e di là dallo schermo, un uomo e una donna, allegorie della dualità, anime in cerca dell’amore e di un contatto. Ma qui l’amore è anzitutto costruzione di sé, ricerca della consapevolezza mai definita di esistere.
La pagina-tela ruota; copre il palco nel senso della lunghezza; diventa schermo per il gioco d’ombre. Proprio come in Fontana, avviene una continua e totale integrazione cinetica di materia, colore e suono nello spazio.

Essere e non essere, apparenza e identità: il dualismo è la chiave di lettura di questo spettacolo. C’è dualismo dentro l’io narrante della vicenda, suor Teodora alias Bradamante. C’è dualismo nell’alternarsi di recitazione e performance, nelle trasformazioni dei protagonisti. È duale anche l’uso del bianco e nero, l’avvicendarsi di corpi e ombre tridimensionali create dalle sagome ma anche dai corpi.

Ombre piccole e ombre giganti. Torreggiano i due attori, Valeria Barreca e Tiziano Ferrari, che narrano la storia con voce cangiante, e duettano con plastica gestualità. Voci in scena e voci fuoricampo. La voce registrata di Mariangela Granelli accentua la molteplicità.
L’artigianato di Fabrizio Montecchi ci sbalza sopra il palco e nel retroscena. Ci proietta dentro la storia, in un gioco metateatrale che rivela i segreti delle ombre, mostrandoci l’interazione degli attori con la luce, i diversi linguaggi che dialogano e si sovrappongono, gli intrighi che si aggrovigliano in una storia labirintica a volte stagnante.
Lampade alogene a bassa tensione forgiano ombre sfocate. Lo svariare delle superfici di proiezione crea gradazioni molteplici. Le luci puntiformi si aprono nei momenti topici, producono squarci cromatici, accendono aureole. È una partitura di prospettive elastiche. Sfilano scene corali, mentre figure vitruviane ruotano come lancette. Occhi curiosi si scrutano. Visi buffi si seguono, intrecciano, confondono.

Il sottofondo musicale, mai invasivo, alimenta l’atmosfera mitica e liminare di quest’artigianato poetico, che diventa per lo spettatore riflessione sul rapporto mutevole e immateriale con la realtà e con la propria identità.

IL CAVALIERE INESISTENTE
di Italo Calvino
coproduzione Teatro Gioco Vita, Festival “L’altra scena”, EPCC – Théâtre de Bourg-en-Bresse, scène conventionnée
in collaborazione con Emilia Romagna Teatro Fondazione
con Valeria Barreca, Tiziano Ferrari
voce registrata Mariangela Granelli
drammaturgia Cristina Grazioli, Fabrizio Montecchi
regia e scene Fabrizio Montecchi
disegni e sagome Nicoletta Garioni
musiche Alessandro Nidi

durata: 1h 15’
applausi del pubblico: 2’ 10”

Visto a Milano, Teatro Verdi, il 7 ottobre 2016

stars-3.5

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