Focus argentino al Ntfi: il Cechov di Daniel Veronese

Espia a una mujer que se mata

‘Espia a una mujer que se mata’ (www.napoliteatrofestival.it)

Uno dei fulcri centrali dell’edizione 2012 del Napoli Teatro Festival Italia è senza dubbio il focus dedicato alla nuova drammaturgia argentina, format preso “paro paro” dal Festival d’Automne 2011, e che ha visto la presenza a Napoli di tre dei campioni della nuova drammaturgia/regia argentina: Daniel Veronese, Romina Paula e Claudio Tolcachir. Trittico significativo di una nazione che, negli ultimi anni, è tra le fucine più attive di talenti e di investimenti in cultura, cosa incredibile se si pensa che è la stessa nazione che nel 2001 ha dichiarato bancarotta (meditate, italiani, meditate!).
D’altronde non è un caso se, per indicare le tre realtà più significative delle arti dello spettacolo contemporanee, si indicano le cosiddette “3B”: Berlino, Bruxelles e Buenos Aires.

Ad aprire il sipario è stato il più anziano dei tre, Daniel Veronese, classe 1955, autore che si è concentrato prevalentemente nella riscrittura, attualizzata e mescolata ad altri riferimenti più o meno nascosti, di grandi classici della letteratura drammaturgica, in particolare Ibsen e Cechov, analizzandoli e scarnificandoli fin nei titoli, che diventano emblematici.


E così nel caso dei due spettacoli, entrambi di Anton Čechov, portati in scena: “Los hijos se han dormido” (I bambini si sono addormentati) – rivisitazione del “Gabbiano” – e “Espia a una mujer que se mata” (Spia una ragazza che si uccide), che invece prende le mosse da “Zio Vanja”.

Siamo ovviamente dalle parti del “teatro di rappresentazione”, e ciò che colpisce è notare come la scrittura drammaturgica sia perfettamente funzionale allo spettacolo, pur essendo molto semplificata rispetto ai testi originali da cui l’autore ha tratto ispirazione, soprattutto in “Los Hijos se han dormido”: una stanza con pochi oggetti (un tavolino, un divano, delle sedie), in cui si aggirano i nove personaggi della vicenda.

Ed è proprio l’ambientazione il fulcro della storia: molti degli avvenimenti narrati dal Gabbiano di Cechov, come lo spettacolo che Treplev e Nina organizzano nel giardino della casa di famiglia, non avvengono in scena, ma la loro eco è fortissima, e rimbomba nelle fondamenta dei rapporti interpersonali, vero nucleo fondante di quest’opera.
Interessante notare come funzioni anche la prosa attualizzata di Veronese: pur ripetendo sostanzialmente le stesse azioni del Gabbiano, “Los Hijos se han dormido” utilizza una prosa asciutta contemporanea, che sembra essere molto più efficace, arrivando con forza allo spettatore proprio perché più attuale, in grado di parlare a tutti. L’interpretazione è ben curata, con delle punte di bravura per Irina, la madre di Treplev, e dello scrittore Trigorin.

Aleggia nell’aria la parola di Shakespeare e del suo “Amleto”, citato qua e là in maniera significativa ma non preponderante rispetto all’opera cechoviana: da Nina vista come una Ofelia dei nostri giorni a Treplev/Amleto.

Il lavoro di sublimazione dell’opera tocca delle vette di grande maestria in “Espia una mujer que se mata”: pochi personaggi e anche qui una scenografia ridotta all’essenziale (un tavolo con le sedie, due pareti, due uscite), e il ritmo serratissimo che alterna sul palcoscenico le sofferenze dell’anima dei vari personaggi (da Sonia, la figlia di Alexander, a zio Vanja); e proprio quest’ultimo, indiscusso protagonista dell’opera cechoviana, qui diventa solo una parte del dramma.

Veronese infatti costruisce le sue storie come dei drammi corali, in cui l’equilibrio tra i personaggi è ben cesellato: ognuno di loro è protagonista della propria sofferenza interiore. Ed è proprio questo equilibrio a creare una incredibile forza emotiva allo spettacolo, capace di arrivare al cuore del pubblico.

E come Shakespeare era presente nell’opera precedente, qui serpeggia invece la parola di Genet: non solo “Le Serve” vengono citate più volte (recitate però da Zio Vanja e dal medico Michail), diventando così archetipo della confusione sessuale e del travestitismo (e non è un caso che Teleguin, nell’opera di Veronese, diventi una donna molto mascolina, ambigua nel suo orientamento sessuale), ma soprattutto all’inizio dell’opera l’autore francese diventa simbolo del “decadente teatro contemporaneo”, che parla della realtà a differenza del vero teatro che, secondo Alexander, dovrebbe invece “parlare dei sogni perché è lì che è nascosta la verità”.
Condizione che però verrà puntualmente smentita nel malinconico ed amaro finale, quando Zio Vanja, ormai distrutto, innalzerà di nuovo il valore della verità nella realtà presente.

LOS HIJOS SE HAN DORMIDO
da Il Gabbiano di Anton Čechov
adattamento e regia: Daniel Veronese
produzione:  Sebastian Blutrach (Buenos Aires) con Ligne Directe/Judith Martin (Paris)
in coproduzione con: Teatro San Martin-complejo teatral de Buenos Aires, Théâtre de la Bastille (Paris), Festival d’Automne à Paris
Prima italiana
durata: 1h 30’
applausi del pubblico: 1’ 15’’

Visto a Napoli, Galleria Toledo, il 15 giugno 2012

ESPIA A UNA MUJER QUE SE MATA
da Zio Vanja di Anton Cechov
adattamento e regia: Daniel Veronese
con: Osmar Nuñez (Vanja), Maria Figueras (Sonia), Marcelo Subiotto (Astrov), Villanueva Cosse  (Serebriakov), Maria Onetto (Teleguin), Marta Lubos (Maria), Mara Bestelli (Elena)
scenografia: Daniel Veronese
assistente: Felicitas Luna
grafica: Gonzalo Martine z
produzione: Sebastian Blutrach (Buenos Aires)
con: Ligne Directe/Judith Martin (Paris)
durata: 1h 35’
applausi del pubblico: 2’ 15’’

Visto a Napoli, Galleria Toledo, il 15 giugno 2012

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